Cavro o cavaro o capro espiadoro, ostia e vitima

Cavro o cavaro o capro espiadoro, ostia e vitima

Messaggioda Berto » mer dic 30, 2015 2:13 pm

Cavro o cavaro o capro espiadoro, ostia e vitima
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Cavro o cavaro o capro espiadoro

Messaggioda Berto » mer dic 30, 2015 2:15 pm

Capro espiatorio


https://it.wikipedia.org/wiki/Capro_espiatorio

Il capro espiatorio era un capro utilizzato anticamente durante i riti con cui gli ebrei chiedevano il perdono dei propri peccati nel Tempio di Gerusalemme. Il nome deriva dal rito ebraico compiuto nel giorno dell’espiazione (kippūr), quando il sommo sacerdote caricava tutti i peccati del popolo su un capro e poi lo mandava via nel deserto. Il rito viene descritto dalla Bibbia nel libro del Levitico (cap. 16), nella Mishnah (Yoma cap. 6) e nel Talmud (Yoma, fogli 66-67).

Nel giorno di Yom Kippur, cioè il "giorno dell'espiazione", la comunità degli israeliti offriva due capri, uguali fra loro, da sacrificare nel Tempio di Gerusalemme in espiazione dei propri peccati.
Il sommo sacerdote compiva un'estrazione a sorte tra i due capri. Il primo era immolato nei pressi dell'altare dei sacrifici, posto all'ingresso dell'edificio del Tempio (il "Santo"). Il suo sangue era utilizzato per purificare il tempio e l'altare profanati dai peccati degli Israeliti (Levitico Lev. 16, 5-10).
Il sommo sacerdote, poi, poneva le sue mani sulla testa del secondo capro e confessava i peccati del popolo di Israele. Il capro veniva quindi condotto in un'area desertica a circa 12 chilometri da Gerusalemme, dove secondo la tradizione rabbinica veniva precipitato da una rupe (Lev. 16, 20-22). Si osservi che la bestia non viene offerta né a YHWH né ad Azazel, proprio perché i peccati la rendono impura e perciò inadatta ad essere vittima sacrificale.
Il primo capro è detto "espiatorio" e il secondo "emissario". Nel linguaggio comune, però anche il capro emissario è chiamato capro espiatorio, perché anch'esso contribuisce in qualche modo al rito di espiazione, portando via con sé nel deserto i peccati.
Secondo molti esegeti il significato teologico del rito è poco chiaro; esso probabilmente costituisce una esorcizzazione e inculturazione di riti campestri arcaici pre-esistenti l'ebraismo.


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Re: Cavro o cavaro o capro espiadoro

Messaggioda Berto » mer dic 30, 2015 2:16 pm

Azazel e il capro espiatorio

https://sguardoasion.wordpress.com/2015 ... espiatorio
settembre 25, 2015


Capro

Aronne prenderà dall’assemblea dei figli d’Israele due capri per il sacrificio per il peccato e un montone per l’olocausto. […] Poi prenderà i due capri e li presenterà davanti al Signore all’ingresso della Tenda di convegno. Aaronne tirerà quindi a sorte i due capri: uno sarà per il Signore e l’altro “per Azazel” (Levitico 16:5-8).

Il rituale dei due capri prescritto nella Torah è l’elemento centrale della celebrazione di Yom Kippur, il “Giorno dell’Espiazione”, nella forma in cui questa festività era osservata all’epoca in cui esisteva il Tabernacolo, e in seguito il Tempio di Gerusalemme.

In un’atmosfera solenne di penitenza, nel giorno in cui il popolo era chiamato al ravvedimento e alla purificazione (Levitico 16:29-30), due capri identici venivano fatti comparire al cospetto del Sommo Sacerdote. Uno di essi, scelto a sorte, veniva sacrificato sull’altare; l’altro era invece designato come L’azazel (“per Azazel“) e doveva essere mandato nel deserto dopo che il Sommo Sacerdote aveva posto le mani su di esso confessando i peccati del popolo:

Aaronne poserà entrambe le sue mani sulla testa del capro vivo e confesserà su di esso tutte le iniquità dei figli d’Israele, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati, e li metterà sulla testa del capro; lo manderà poi nel deserto per mezzo di un uomo. Il capro porterà su di sé tutte le loro iniquità in terra solitaria; e quell’uomo lo lascerà andare nel deserto (Levitico 16:21-22).

Per capire quale sia il significato di questo misterioso rito, bisogna chiedersi innanzitutto chi o che cosa sia Azazel, menzionato ai versetti 8, 16 e 26 di questo capitolo. Il termine, tra i più oscuri della Bibbia, è stato spiegato in vari modi nel corso dei secoli. Semplificando la questione, possiamo distinguere tre diverse opinioni:

Secondo un’interpretazione basata sul significato letterale del termine, Azazel non sarebbe un nome proprio, ma deriverebbe dall’unione delle parole ez (“capro”) e asal (“andare via”). Il testo del Levitico, secondo questa spiegazione, affermerebbe quindi semplicemente che uno dei due capri viene designato come sacrificio da offrire a Dio, mentre l’altro viene scelto per essere azazel, cioè “il capro da mandare via“. Questo è il senso in cui l’antica traduzione greca dei LXX intende il termine. Un’etimologia alternativa fa derivare azazel da azh (“forza”) e azhel (“andare”): il capro sarebbe dunque “lasciato andare a forza”.
Il Talmud (Yoma 67b) e alcune fonti rabbiniche classiche affermano che la parola significhi “aspro” (azaz) e “forte” (el), e sarebbe da intendere come il luogo in cui il capro veniva inviato: un sentiero aspro nel deserto che terminava con un burrone.
Secondo Ibn Ezra, Nachmanide e molti critici moderni, Azazel sarebbe in realtà il nome di un’entità soprannaturale, identificata con uno spirito del deserto o con un essere demoniaco. A conferma di questa teoria, alcuni studiosi citano il libro apocrifo di Enoch, in cui Asael (simile ad Azazel) è il nome dell’angelo ribelle che insegnò all’umanità primitiva a fabbricare armi da guerra. Tuttavia, un testo di epoca tarda come il libro di Enoch, che risente di influenze culturali estranee alla Bibbia ebraica, non può rappresentare una fonte attendibile per interpretare un testo molto più antico come il passo del Levitico.

Sulle prime due opinioni non è necessario dilungarsi: si tratta di spiegazioni piuttosto semplici (benché rigettate da numerosi studiosi contemporanei) che chiariscono il brano senza inserire elementi controversi.
La terza interpretazione, al contrario, porta con sé un serio problema: il fatto che, secondo il rituale, uno dei capri debba essere inviato a un essere spirituale diverso dall’Unico Dio, potrebbe mettere in crisi il concetto del monoteismo biblico e andrebbe a contraddire la proibizione di offrire sacrifici ai demoni, espressa dalla Torah poco dopo (vedi Levitico 17:7). Com’è possibile che il Creatore dell’universo, che esige devozione esclusiva proclamando “Non avrai altri dei dinanzi a me” (Esodo 20:3), prescriva poi al Suo popolo di offrire un capro a uno spirito del deserto?

A questa domanda, uno studioso laico delle Scritture risponderebbe affermando che il monoteismo ebraico sia sorto gradualmente, e che la Torah sia stata composta attraverso la mescolanza di tradizioni diverse e l’unione di testi differenti. Da questa prospettiva, la menzione di Azazel viene vista come un residuo di credenze arcaiche degli Israeliti. Noi, però, seguendo l’approccio sincronico che fa capo a Umberto Cassuto, e appoggiandoci alla tradizione ebraica, vogliamo analizzare il testo che abbiamo davanti senza fare congetture sulla sua composizione originaria e sulle sue presunte fonti, tenendo conto delle argomentazioni a favore della natura unitaria del Pentateuco.

Nachmanide, che identifica Azazel con uno spirito malefico, sottolinea il fatto che l’invio del capro a questa entità spirituale non sia affatto un sacrificio o un’offerta votiva, bensì un atto simbolico che esprime l’idea secondo cui le trasgressioni del popolo debbano essere rigettate e restituite allo “spirito di desolazione e rovina” che le ha generate. Lungi dall’accettare l’esistenza di una divinità pagana, questa interpretazione vede dunque Azazel come una sorta di personificazione dello yetzer harah, l’istinto del male che conduce l’uomo a peccare.

La studiosa Judit Blair, commentando accuratamente le svariate teorie sull’identificazione di Azazel, scrive a questo proposito:

“Non esiste alcuna prova che dietro questo termine (Azazel) si nasconda una figura mitologica, malgrado i vari tentativi da parte degli studiosi di dimostrare altrimenti. Il valore di Azazel in Levitico 16 sta nella sua funzione simbolica. Il suo ruolo è quello di porsi in contrasto con Y-H-V-H, e pertanto si potrebbe sostenere che esso sia una personificazione delle forze del caos che minacciano l’ordine della Creazione” (Judit M. Blair, De-Demonising the Old Testament, p. 66).

Il deserto, in effetti, nella concezione biblica rappresenta il luogo dove Dio conduce il Suo popolo per giudicarlo (vedi Ezechiele 20:35), ma anche la desolazione in cui Israele può ascoltare la chiamata alla Redenzione (Osea 2:14). È possibile, come sostengono alcuni, che la Torah, menzionando Azazel, non si riferisca a un’entità reale, ma che il termine sia utilizzato, come scrive il Prof. Baruch J. Schwartz: “come un’espressione letteraria per indicare il mondo al di là della civilizzazione”.

Lo stesso Schwartz, parlando delle somiglianze tra il rito di Yom Kippur e altri rituali diffusi tra altri popoli del Medio Oriente antico, osserva:

“Non c’è da sorprendersi del fatto che siano stati scoperti, tra i Babilonesi e gli Ittiti, riti paralleli a quello del capro espiatorio. Presso gli Israeliti, la cerimonia presentava però caratteristiche uniche. La principale differenza tra la versione biblica e quella di altre antiche religioni mediorientali consiste nel fatto che queste ultime miravano alla liberazione dalla sfortuna, non dal peccato, e credevano nella necessità di esorcizzare i demoni che prendevano il controllo degli uomini, utilizzando maledizioni e incantesimi. Il rituale biblico risulta completamente epurato da questo elemento magico” (fonte: http://thetorah.com/yom-ha-kippurim-the ... nificance/).

In altre parole, mentre gli altri popoli eseguivano riti simili a quello del capro espiatorio per allontanare le disgrazie e placare i demoni servendosi della magia e della superstizione, al contrario, nella Torah l’intero concetto viene trasferito sul piano morale. Il popolo è chiamato ad allontanare le proprie azioni malvage e a respingerle, perché esse appartengono al regno del deserto, il caos che si pone in antitesi al Santuario e al culto di Dio.

Il primo capro viene immolato come “sacrificio per il peccato” (Levitico 16:9). Il termine “peccato” corrisponde all’ebraico chet, che indica più precisamente un “errore”, un “fallimento”, o una trasgressione involontaria. Il capro mandato nel deserto, invece, ha il ruolo di espiare quella categoria di peccati chiamati avonot, cioè “iniquità” (Levitico 16:21-22): le trasgressioni volontarie commesse per la propria malvagità o depravazione. Per espiare le “iniquità” non può esistere alcun sacrificio né una semplice ammenda, ma è necessario invece un processo di ravvedimento e di allontanamento dalla propria colpa, che nel rito di Yom Kippur si esprime attraverso la cacciata nel deserto del capro espiatorio.
Maimonide (1134 – 1204) spiega a questo proposito che il peccato non è qualcosa che possa essere trasferito letteralmente da una persona a un animale, ma lo scopo del rito è quello di dare un’espressione concreta a un proposito interiore:

“Questa cerimonia ha un carattere simbolico e serve a trasmettere all’uomo un certo insegnamento e di condurlo a ravvedersi, come dire: ‘Ci siamo liberati delle nostre azioni passate, le abbiamo lasciate alle nostre spalle e le abbiamo respinte il più lontano possibile da noi” (Maimonide, Guida dei Perplessi, 3:46).

Se il significato di Azazel rimane oscuro, e forse sulla sua etimologia non ci sarà mai accordo fra gli studiosi, il messaggio del rito appare molto più comprensibile, e in esso non si intravede alcuna ombra di un culto politeistico.


Azazel è il demone dei deserti della mitologia ittita, mesopotamica e mazdea.

https://it.wikipedia.org/wiki/Azazel
Azazel (aramaico: רמשנאל, ebraico: עזאזל, Aze'ezel arabo: عزازل Azazil) è un nome enigmatico presente sia nei testi sacri ebraici che in quelli apocrifi; il nome è presente anche con gli appellativi Rameel e Gadriel. La prima apparizione di questo nome si trova nel Levitico 16:8, dove una capra è designata "per Azazel".

Significato
Il nome Azazel (Sayan) (‘ăzaz’ēl) si crede significhi "Dio è diventato forte", dall'ebraico ‘ăzaz, terza persona singolare del perfetto di ‘āzaz, "essere forte", e ’ēl, "Dio". Un'altra teoria usa ‘āzaz nella sua forma più metaforica di "sfrontato" o "impudente" nel significato di "impudente verso Dio". Azazel è inoltre conosciuto come una variante di "Azael", "Aziel" e "Asiel".

https://en.wikipedia.org/wiki/Azazel
https://de.wikipedia.org/wiki/Asasel
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Re: Cavro o cavaro o capro espiadoro

Messaggioda Berto » mer dic 30, 2015 2:23 pm

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Re: Cavro o cavaro o capro espiadoro

Messaggioda Berto » mer dic 30, 2015 2:44 pm

Oferte e cavri espiadori omani: el primo fioło dito anca fioło de Dio


https://it.wikipedia.org/wiki/Moloch_%2 ... t%C3%A0%29
Moloch (o Molech o Molekh o Molok o Mal'akh o Melqart in ebraico מלך mlk) è sia il nome di un dio, sia il nome di un particolare tipo di sacrificio storicamente associato al fuoco. Moloch è stato storicamente associato con culture di tutto il Medio Oriente, tra cui gli Ebrei, gli Egizi, i Cananei, i Fenici e culture correlate nell'Africa settentrionale e nel Vicino Oriente.
...
Ritenuto dai cananei un dio, la cui sede del culto era Geenna, al quale tributavano sacrifici umani di bambini i quali dopo essere stati sgozzati erano bruciati in olocausto in un fuoco tenuto costantemente acceso in suo onore. Col tempo Molok divenne il nome del rituale durante il quale venivano sì bruciati dei bambini (forse i figli primogeniti) ma in modo da trasformarli in una specie di divinità protettrici della famiglia cui appartenevano.
...
La Bibbia, nell'Antico Testamento (2 Re 23:10; Geremia 7:31), cita alcune volte un certo dio Moloch venerato dai Cananei al quale venivano offerti dei bambini in sacrificio (la Bibbia dice "passati per il fuoco"). Sempre la Bibbia indica col nome di tofet il luogo dove avvenivano questi sacrifici. In particolare si trovano riferimenti a Moloch nel Levitico dove Dio comanda di mettere a morte coloro che gli offrono i figli in sacrificio (Levitico 20:2-5) sottolineando l'astio che ancora regnava tra il Creatore e il capo dei Vigilanti. Altre citazioni sono presenti nel Secondo Libro dei Re.

È a lui, sotto il nome di Milcom, che Salomone in vecchiaia, in una sua transitoria fase politeistica, avrebbe reso culto: 1Re11,5
« Salomone seguì Astarte, divinità dei Sidoni, e Milcom, l'abominevole divinità degli Ammoniti »
(Nuova Riveduta)


Il tofet (o tophet) è un santuario fenicio-punico a cielo aperto, consistente in un'area consacrata dove venivano deposti e sepolti ritualmente i resti combusti dei sacrifici e dalle sepolture infantili.

https://it.wikipedia.org/wiki/Tofet
Una zona ristretta dell'area era in genere occupata dalle installazioni per il culto (sacelli e altari). Molti cinerari erano accompagnati da stele con iscrizioni. Si trova di solito in un'area periferica della città, nei pressi della necropoli. Tofet sono stati rinvenuti a Cartagine, a Hadrumetum (oggi Sousse, in Tunisia), ed in altre città puniche dell'Africa settentrionale. In Italia sono presenti a Mozia e Solunto in Sicilia, e a Tharros, a Sulki (oggi Sant'Antioco), sul Monte Sirai (a Carbonia), a Nora e a Bithia, in Sardegna.



LA LEGGE DEL RISCATTO O DEL SACRIFICO DEL PRIMOGENITO

http://biblicamente.altervista.org/risc ... genito.php

Sia il nuovo che il vecchio testamento sono proiettati verso un unico evento: il sacrificio espiatorio del messia. Molti passi del vecchio testamento puntano a questo evento avvenire, mentre quelli del nuovo testamento annunciano l’evento accaduto.

Tutto lascia pensare che ancora prima di Abramo e ancora prima di Noè e perché no, già ai tempi di Adamo, il principio del sacrificio espiatorio era conosciuto e predicato dai profeti di quei tempi. Gli animali sacrificati sugli altari erano un simbolismo di quello che sarebbe dovuto accadere, l’unto figlio di Dio sarebbe stato sacrificato per la redenzione dell’umanità.

Da Adamo fino a Abramo non abbiamo indicazioni ben precise di cosa significasse questo evento, per far capire quanto sarebbe stato doloroso e drammatico quel momento, Dio chiede a Abramo di sacrificare il suo unigenito e primogenito avuto da Sarà sua moglie. Sacrificio interrotto all’ultimo momento perché non era necessario che Isacco, figlio di Abramo morisse per davvero. Abramo doveva capire solo quanto era grande il dolore di Dio, nell’offrire il suo figlio come capro espiatorio.

Questo principio doveva essere compreso non solo dai profeti di Dio, ma anche da tutto il popolo di Dio, per questo motivo Dio da a Mosè una legge e un comandamento, la legge è la legge del riscatto e il comandamento è di sacrificare il primogenito di ogni famiglia. Possiamo leggere il contenuto di questa legge nel capitolo 13 del libro di Esodo. Questo capitolo è stato mal interpretato o volutamente frainteso dagli scettici e dagli atei, accusando che Dio aveva chiesto il sacrificio umano dei bambini, naturalmente le cose non stanno così e chi legge bene il comandamento si accorgerà che viene si dato il comandamento, ma insieme alla legge di riscatto.

Bisogna leggere ogni cosa e non fermarsi alle prime righe, Infatti, la richiesta del sacrificio del primogenito ha una clausola, il riscatto. In pratica, YHWH chiedeva in sacrificio il primogenito, ma se i genitori non volevano sacrificare il proprio figlio (come era ovvio e auspicabile) allora dovevano pagare un riscatto, solitamente il riscatto consisteva nel comprare un agnello senza macchia.

Anche la morte dei primogeniti Egiziani era un tragico e doloroso segno del futuro sacrificio di Gesù. Nei versi del capitolo tredici di Esodo, il Signore spiega il motivo di questa richiesta: «E quando in avvenire, il tuo figliolo ti interrogherà, dicendo: Che significa questo? Gli risponderai: Adonai ci trasse fuori dall’Egitto, dalla casa di servitù, con mano potente; e avvenne che, quando il Faraone si ostinò a non lasciarci andare, Adonai uccise tutti i primogeniti degli uomini quanto i primogeniti degli animali».

La morte degli innocenti primogeniti egiziani fu un atto doloroso che avrebbe dovuto far riflettere agli ebrei sul perché fu necessario che degli innocenti dovevano essere sacrificati per piegare l’orgoglio del Faraone. Avrebbero dovuto riflettere su quanto era doloroso il cammino per vincere l’orgoglio. Degli innocenti morirono per l’orgoglio di un uomo e degli innocenti potrebbero morire per l’orgoglio di un popolo.
L’orgoglio è il male peggiore dell’animo umano, l’uomo non può vedere e conoscere Dio restando nel proprio orgoglio. L’orgoglio è così forte nella natura umana che a volte nemmeno il dolore fisico riesce a piegarlo.
La legge del riscatto doveva insegnare che la via dell’obbedienza e del sacrificio è l’unica via che conduce a Dio. Non perché Dio è un regnante despota e prepotente, oppure sadico e spietato; anzi, al contrario, Dio è un dio di amore ed è pronto a soffrire per i suoi figli, per la loro redenzione.

https://it.wikipedia.org/wiki/Bekhorot
Bekhorot (ebraico: בכורות, “Primogenito”) si riferisce al primogenito umano o animale secondo la Bibbia ebraica, dove Dio comandò a Mosè nel Libro dell'Esodo “Consacrami ogni primogenito, il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti - di uomini o di animali -: esso appartiene a Me”. È da questo comandamento che l'ebraismo forma le fondamenta delle proprie tradizioni e dei molti rituali relativi al riscatto del figlio primogenito ("Pidyon HaBen") e alla macellazione sacrificale.


El sagrefato del primo fioło del Re
https://picasaweb.google.com/pilpotis/E ... toDelReDio
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Re: Cavro o cavaro o capro espiadoro

Messaggioda Berto » mer dic 30, 2015 2:45 pm

On sito de falbi pagani, gnoranti e rasisti, ke łi encolpa łi ebrei e i cristiani de copar putini
http://www.federazionepagana.it/sacrificiumani2a.html
https://www.facebook.com/groups/rasixmo ... 7867871646

Ente ła pristoria ste prateghe de oferte de cavri espiadori omani łe jera ogniversałi.

Cavro o cavaro o capro espiadoro
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Ensemense só e contro łi ebrei
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Rasixmo e rasisti contro łi ebrei e Ixrael e i crimini de l'ONU
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Re: Cavro o cavaro o capro espiadoro

Messaggioda Berto » mer dic 30, 2015 7:12 pm

Kisà se Azazel el ga on łigo co anxoło (angelo)


Azazel è il demone dei deserti della mitologia ittita, mesopotamica e mazdea.

https://it.wikipedia.org/wiki/Azazel

https://sguardoasion.wordpress.com/2015 ... espiatorio
Secondo Ibn Ezra, Nachmanide e molti critici moderni, Azazel sarebbe in realtà il nome di un’entità soprannaturale, identificata con uno spirito del deserto o con un essere demoniaco. A conferma di questa teoria, alcuni studiosi citano il libro apocrifo di Enoch, in cui Asael (simile ad Azazel) è il nome dell’angelo ribelle che insegnò all’umanità primitiva a fabbricare armi da guerra. Tuttavia, un testo di epoca tarda come il libro di Enoch, che risente di influenze culturali estranee alla Bibbia ebraica, non può rappresentare una fonte attendibile per interpretare un testo molto più antico come il passo del Levitico.


https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo
In molte tradizioni religiose, un angelo è un essere spirituale che assiste e serve Dio (o gli dei) o è al servizio dell'uomo lungo il percorso del suo progresso spirituale e della sua esistenza terrena.
Il termine "angelo" ha origine dal latino angelus, a sua volta derivato dal greco ἄγγελος (traslitterazione: ággelos; pronuncia: ánghelos), attestato nel dialetto miceneo nel XIV/XII secolo a.C. come akero, con il significato di inviato, messaggero; e, come messaggero degli Dei, il termine "angelo" appare per la prima volta nelle credenze religiose della Civiltà classica.
Il termine greco antico ánghelos (messaggero) è riferito al dio Hermes considerato il messaggero degli Dei. Identica funzione viene attribuita a Iride sia nell'Iliade sia negli Inni omerici, così in Platone, nel Cratilo (407e-408b) queste due divinità vengono indicate come ángheloi degli Dei. Allo stesso modo viene indicata Artemide-Ecate (Sofrone- Scoli a Teocrito, II,12) alludendo ai suoi rapporti con il mondo dei morti (Inferi). Anche Hermes è "messaggero di Persefone" (Inscriptiones Graecae XIV, 769) e quindi in rapporto con i mondo dei morti.


???

Egetora, aimo, eik, goltanos, louderobos
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Mego dona.s.to a.i./nate.i. re.i.tiia.i. pora.i. / e.getora. r.i.mo.i. ke lo/.u.derobos
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... RwUkU/edit
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Re: Cavro o cavaro o capro espiadoro

Messaggioda Berto » mer dic 30, 2015 10:51 pm

El Ramo de Oro de James G. Frazer
http://brsbiblio.altervista.org/portale ... 0d'Oro.pdf

https://it.wikipedia.org/wiki/Il_ramo_d'oro

Cavri espiadori pioveghi capitołi:

54 Trasferimento del male
55 Espulsione pubblica del male
56 Capri espiatori pubblici
57 Capri espiatori umani nell'antichità classica



Capro espiatorio in J.G. Frazer e René Girard
07 sabato Jun 2008
Posted by Giovanni Pistolato in Antropologia

https://pistolato.wordpress.com/2008/06 ... ene-girard

Il capro espiatorio era una capra che durante le feste ebraiche dello Yom Kippur, il Giorno dell’espiazione, veniva allontanata nel deserto in seguito a un rito nel quale il sacerdote del tempio di Gerusalemme, ponendo le mani sulla testa dell’animale,confessava tutti i peccati del popolo d’Israele. Il rito, meticolosamente descritto nella Bibbia ( Levitico, 16 ), aveva come fine quello di espiare tutte le colpe del popolo ebraico, addossate simbolicamente alla capra, la quale si rendeva protagonista di tale espiazione andando a morire nel deserto.

L’espressione ‘capro espiatorio’ ha poi assunto un senso figurato e precisamente indica un individuo o un gruppo sociale che viene selezionato per portare la colpa di una calamità e la cui espulsione rappresenta l’espiazione della colpa stessa. In realtà, la ricerca del capro espiatorio è qualcosa che trascende il concetto di giustizia e la cui origine va identificata piuttosto nell’atto irrazionale di ritenere una o più persone responsabili di una determinata situazione problematica, che può essere di qualsiasi genere.

In questo scritto tratterò unicamente le versioni che ne hanno dato gli antropologi James George Frazer ne ‘Il Ramo d’oro’ e René Girard ne ‘Il capro espiatorio’.

Prima di tutto va sottolineata una differenza fondamentale nella trattazione di questo argomento da parte dei due celebri antropologi: il Frazer esamina il capro espiatorio in una dimensione prettamente religiosa e rituale, limitandosi ad elencarne i principali esempi nel mondo antico e primitivo, senza indagare la cosa in termini etnologici. Per intenderci, il Frazer non analizza l’espressione ‘capro espiatorio’ in base al significato che tutti intendiamo quando affermiamo di un individuo o di una minoranza che essi servono da capro espiatorio a una maggioranza, ma interpreta questo fenomeno esclusivamente come una categoria religiosa a cui in passato corrispondevano determinati riti.

René Girard studia invece l’argomento da una prospettiva diversa, discutendo attorno al meccanismo inconscio della rappresentazione e dell’azione persecutoria e ragionando unicamente sul senso figurato dell’espressione.

James George Frazer

James George Frazer ( Glasgow 1854 – Cambridge 1941) fu un antropologo inglese le cui teorie fornirono un contributo di fondamentale importanza nel suo campo. L’opera che lo rese famoso e per quale tuttora è ricordato è ‘Il Ramo d’Oro’ ( 1925), in cui trattò la storia e l’origine della religione, della magia e di diverse pratiche comuni all’umanità intera ripercorrendo miti, costumi e tradizioni popolari provenienti da tutto il mondo e di differenti epoche storiche.

Tra gli usi e le categorie religiose che egli passò in rassegna vi fu anche quella del capro espiatorio, la cui trattazione tuttavia rappresenta solo una minima parte dell’opera.

Il Frazer afferma la presenza non rara nell’antichità di tentativi di sbarazzarsi d’un colpo di tutti i mali che affliggevano la comunità. Tali tentativi nella fase più arcaica dell’umanità assumevano varie forme, come l’espulsione periodica o occasionale di presunti spiriti maligni che a parere del selvaggio governavano la natura a seconda dei loro capricci influenzando spesso negativamente la vita della comunità. Avveniva così che lo sforzo dei popoli primitivi per far piazza pulita di tutti i guai si concretizzasse in una grande caccia ed espulsione di questi spiriti, attraverso riti che consistevano principalmente nel battere l’aria vuota e nell’innalzare un frastuono tale da spaventare questi fantasmi e metterli in fuga.

“Nell’isola di Rook tra la Nuova Guinea e la nuova Britannia quando accade una disgrazia, tutti gli abitanti si radunano, urlando, imprecando, gridando e battendo l’aria coi bastoni per cacciar via il demonio che si suppone responsabile della sciagura. Dal luogo dove la disgrazia è accaduta lo cacciano passo passo verso il mare e giunti alla spiaggia raddoppiano le grida e i colpi per cacciarlo da tutta l’isola.” Oppure: “Quando infuria una epidemia sulla Costa d’Oro dell’Africa Occidentale, gli abitanti escono di casa armati di clavi e di torce per cacciar via gli spiriti maligni. A un dato segnale, tutta la popolazione comincia con urla spaventose a battere ogni angolo nelle case, poi tutti si gettano come matti per le strade, agitando torce e tirando gran colpi nell’aria. Il tumulto continua finchè qualcuno annunzia che i demoni intimiditi e spaventati son scappati dalla porta della città o del villaggio; il popolo gli corre allora dietro, li insegue per qualche distanza nella foresta e li ammonisce a non tornare più.”

Il Frazer tratta anche un secondo tipo di espulsione, in cui gli influssi malefici venivano incarnati in forme visibili o in cui almeno si credeva di trasmetterli a un intermediario materiale che agisse da veicolo per allontanarli dalla gente e dal villaggio. Tali intermediari materiali potevano essere animali (come capre, polli…) o cose.

“Il veicolo che porta via i demoni può essere di varie specie. Molto comunemente è una barchetta. Così, nel distretto meridionale dell’Isola di Ceram, quando un intero villaggio soffre di una data malattia, fabbricano una piccola nave, la riempiono di riso, tabacco, uova etc., offerto da tutto il popolo. Si attacca sulla barchetta una piccola vela e quando tutto è pronto un uomo chiama con voce stentorea: « O voi malattie tutte che ci avete visitato per tanto tempo e ci avete portato tanto male, ma che ora cessate di tormentarci, noi vi abbiamo preparato questa bella nave fornita di provviste sufficienti per il viaggio. Salpate e partite senza indugio; non tornate mai più e andate piuttosto in qualche terra lontana da questa». Allora dieci o dodici uomini portano la barca alla spiaggia e la fanno andare alla deriva, convinti di essersi liberati dalla malattia.”

L’antropologo inglese a questo punto analizza il fenomeno del capro espiatorio umano elencando una serie di riti che per quanto possa apparire strano trovavano luogo anche nella civilissima Grecia, nonché a Roma.

“Ogni anno, il 14 marzo si portava in processione per le vie di Roma un uomo vestito di pelli, il quale, dopo essere stato battuto con lunghi bastoni, si cacciava via dalla città. Quest’uomo si chiamava Mamurio Veturio, ossia ‘il vecchio Marte’, e poiché la cerimonia aveva luogo il giorno avanti il primo plenilunio di marzo nell’antico anno romano (che cominciava il primo marzo) l’uomo vestito di pelli doveva rappresentare il marzo dell’anno vecchio che veniva cacciato via al principio dell’anno nuovo” . In questo caso un uomo, rappresentante del dio Marte nella sua antica e romana accezione di divinità della vegetazione, veniva cacciato dalla città con la convinzione che portasse sulle sue spalle il fardello di sofferenze del popolo e nella speranza che lo ‘trasmettesse’ ad altre terre. Non a caso infatti questo Mamurio Veturio veniva allontanato nel paese degli Osci, i nemici di Roma.

Ma come affermato in precedenza, anche gli antichi Greci eseguivano riti di questo genere. A tale proposito il Frazer scrive:

“Ogni volta che Marsiglia, una tra le più antiche e splendide città greche, era infestata da una pestilenza, un uomo delle classi povere si offriva come capro espiatorio. Per tutto un anno veniva mantenuto a spese pubbliche. Allo spirar dell’anno, veniva vestito con abiti sacri, ornato di sacri rami e condotto per tutta la città, mentre si innalzavano preghiere perché tutti i mali del popolo ricadessero sulla sua testa. Alla fine lo cacciavano dalla città oppure il popolo fuori delle mura lo lapidava a morte.” Una storia simile rappresenta l’incipit del famoso ‘Satyricon’ di Petronio, dove il protagonista Encolpio viene allontanato proprio dalla città di Marsiglia per scacciare una pestilenza dal suo popolo, fungendo dunque da capro espiatorio.

Ma si parla di capri espiatori anche ad Atene:

“Gli Ateniesi mantenevano regolarmente un certo numero di creature degradate e inutili alle spese dello Stato, e quando cadeva sulla città qualche calamità, come pestilenze, siccità o carestie, sacrificavano come capri espiatori due di questi infelici. Ma tali sacrifici non erano limitati a straordinarie occasioni di pubbliche calamità; sembra che ogni anno alla festa delle Targelie, a maggio, si portassero fuori di Atene e si uccidessero per lapidazione due vittime, una per gli uomini e una per le donne’’.

Infine il Frazer cita alcuni riti simili che trovavano luogo in territori extra-europei, durante l’imperialismo ottocentesco:

“Tra i negri Yoruba dell’Africa Occidentale la vittima umana scelta per il sacrificio può essere tanto un uomo libero quanto uno schiavo, una persona ricca e nobile quanto di umile origine; dopo essere stata scelta e bollata per questo scopo prende il nome di Oluwo. Per tutto il tempo della prigionia può avere tutto quello che desidera ed è ben nutrita. Quando arriva il momento di essere sacrificata viene di solito portata in processione per le strade della città del sovrano che la sacrifica per il benessere del suo governo e per quello di tutte le famiglie e di tutti gli individui suoi sottoposti, perché possa portar via i peccati, le colpe, le disgrazie e la morte di tutti quanti senza eccezione. La gente si precipita fuori di casa per mettere le mani sopra la vittima e trasmetterle così i suoi peccati. Finita questa sfilata, si porta la vittima all’interno di un santuario e le si taglia la testa.”

Quando un rito o una pratica di qualsiasi genere si rivela chiaramente uguale nelle sue linee principali pur essendo in uso presso popolazioni diverse, nell’analizzare i motivi di questa somiglianza ci si trova di fronte a due alternative: o si suppone che tra i popoli nei quali è in vigore tale costume vi sia stato, in un qualsiasi periodo storico, un contatto, o si deve concludere che la pratica in questione sia semplicemente la manifestazione di un meccanismo mentale, nonché inconscio, comune a tutti gli uomini. Esaminando i riti di capro espiatorio riportatici dal Frazer constatiamo immediatamente che, per evidenti ragioni storiche, essi non possono essere simili tra loro in virtù di un contatto tra le civiltà che vi hanno fatto ricorso; siamo costretti dunque ad affermare l’esistenza universale di una vera e propria rappresentazione sacrificale, di cui purtroppo il Frazer manca di esporre le cause inconsce e psicologiche.

René Girard

René Girard ( nato ad Avignone nel 1923 e tuttora in vita) è un celebre antropologo e critico letterario. Autore di diversi testi appartenenti al campo dell’antropologia filosofica ( “Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo”, “ La violenza e il sacro”, etc.) la sua opera ha avuto ripercussioni su studi di psicologia, storia, teologia e sociologia. La sua teoria principale è quella che vede nel sacrificio la via d’uscita dalla violenza ‘mimetica’, ovvero imitativa. Girard analizza principalmente le origini della violenza e il legame strettissimo che congiunge quest’ultima al sacro, e concepisce l’Uomo come il più mimetico di tutti gli animali, ovvero il più portato in assoluto all’imitazione. La sua è una prospettiva cristiana, cosa che gli è valsa numerose critiche, nonostante egli abbia più volte affermato che la sua opera va letta esclusivamente per il suo contenuto antropologico e considerata come una qualsiasi teoria scientifica.

Ne ‘Il capro espiatorio’ (1982) prende in esame il meccanismo persecutorio che si cela dietro il fenomeno del capro espiatorio, dandone infine un’originale interpretazione.

Girard afferma che tutto l’ordinamento culturale trova le sue radici nel sacrificio, il quale implica una vittima scelta per caso o che magari non ha nulla a che vedere con l’evento accaduto. Condizione di base per la ricerca di un capro espiatorio è uno stato di crisi, che comporta l’indebolimento delle istituzioni normali e favorisce l’istituzione di folle, cioè di assembramenti popolari spontanei, che finiscono col sostituirsi interamente a istituzioni indebolite o con l’esercitare su di esse una pressione decisiva. Le circostanze che danno vita a queste crisi sono cause esterne come epidemie, inondazioni, carestie, oppure cause interne, come discordie politiche o conflitti religiosi. In casi di tal genere si verifica una radicale rovina del sociale stesso, la fine delle regole e delle differenze che definiscono gli ordini culturali, dal momento che il crollo delle istituzioni cancella o comprime le differenze gerarchiche. La crisi dunque, comporta una indifferenziazione generalizzata: infatti la confusione produce l’insorgere delle folle e gli uomini in questo stato si assomigliano in maniera disordinata in un solo luogo, nello stesso momento. La folla tende sempre alla persecuzione in questi casi perché le cause naturali di ciò che la sconvolge non possono interessarla. La folla, per definizione, cerca l’azione, ma non può agire sulle cause naturali. Dunque cerca una causa accessibile che sazi la sua brama di violenza; i suoi membri quindi sono sempre dei persecutori in partenza, perché pensano di purgare la comunità dagli elementi impuri che, secondo loro, la corrompono. Essi arrivano sempre a convincersi che un piccolo numero di individui, spesso uno solo, possa rendersi estremamente nocivo all’intera comunità, malgrado la sua debolezza relativa.

Girard sostiene la presenza di accuse caratteristiche nelle persecuzioni collettive. Quest’ultime riguardano: crimini di violenza che hanno per oggetto gli esseri verso i quali la violenza è più criminale (come re, padri, individui inermi, bambini…), crimini sessuali (incesti, stupri, bestialità) e crimini religiosi (profanazione di templi o edifici religiosi, mancata osservazione di un dettame religioso, etc.). Tutti questi crimini, a guardar bene, si rivolgono contro le fondamenta stesse dell’ordine culturale, le differenze familiari e gerarchiche senza le quali non vi sarebbe ordine sociale.

In altri casi, succede spesso che nella scelta delle vittime non siano determinanti dei crimini, quanto piuttosto l’appartenenza a certe categorie particolarmente esposte alla persecuzione. Queste categorie sono sempre minoranze etniche o religiose, le quali tendono a polarizzare contro di sé l’odio delle maggioranze. Nella società occidentale ad esempio gli Ebrei sono stati frequentemente perseguitati; lo stesso è accaduto ai musulmani in India e, caso ancor più celebre, ai cristiani durante l’Impero Romano.

Esiste anche un terzo criterio di selezione vittimaria: accanto a criteri religiosi ed etnici infatti ve ne sono anche di puramente fisici. La malattia, l’instabilità mentale, le deformità genetiche e le mutilazioni accidentali tendono anch’esse a polarizzare i persecutori.

In generale, più ci si allontana dallo stato sociale comune, più aumentano i rischi di persecuzione, e lo si vede facilmente non solo nel caso di coloro che stanno in fondo alla scala sociale, ma anche di quelli che la presiedono: i ricchi, i potenti, i sovrani, i detentori del potere. La storia dell’umanità infatti è piena di monarchi e governatori uccisi dalle folle in periodi di crisi, nella speranza e nella convinzione che con l’eliminazione fisica di quest’ultimi si potesse tornare a uno stato di normalità.

Infine, ultimo criterio di selezione vittimaria è quello che colpisce gli stranieri: nell’ottica degli indigeni essi sono incapaci di rispettare le vere differenze e il più delle volte o non hanno gusto o sono privi di buoni costumi. In realtà, a far paura dello straniero non è tanto l’altro νόμος, una cultura differente, ma l’anomalia, l’anormalità. Per tutti gli individui scorgere la differenza fuori dal sistema è terrificante perché fa capire la verità del sistema, la sua relatività e la sua fragilità, nonché la sua mortalità.

Questi sono i vari stereotipi della persecuzione e, secondo Girard, essi sono tutti riscontrabili nel mito greco, il quale tra l’altro ha la caratteristica di partire molto spesso da una situazione di crisi per concludersi poi con un vero e proprio ritorno all’ordine. Il caso più eclatante è il mito di Edipo trattato nell’ “Edipo re” da Sofocle. La peste devasta Tebe; ed ecco il primo segnale. Edipo è responsabile perché si è macchiato di parricidio e di incesto con sua madre, crimini che appartengono alle categorie prima esposte: ed ecco il secondo stereotipo. Per mettere fine all’epidemia, il responso dell’oracolo esige che si cacci via da Tebe l’abominevole criminale. Altro stereotipo: Edipo, come dice il nome stesso, zoppica; è dunque fisicamente deforme. Infine, è straniero e non è uno qualsiasi, ma il re, categoria altamente esposta alla persecuzione.

Chiaramente, quanto maggiore è il numero di segni vittimari che un individuo possiede, tanto più maggiori sono le possibilità che egli attiri su di sé l’odio della massa, e alla luce di quanto appena detto Edipo è un vero e proprio agglomerato di segni vittimari.

L’argomentazione di Girard si fa ancora più interessante nel momento in cui prende in esame anche la Bibbia, in particolare il Nuovo Testamento. Il capro espiatorio nei Vangeli è ovviamente il Cristo, vittima innanzitutto di una profonda crisi della società ebraica, che sfocerà nella distruzione totale dello Stato meno di mezzo secolo dopo per mano del futuro imperatore romano Tito.

I Vangeli non si servono certo dell’espressione ‘capro espiatorio’ per designare il Messia ma ne usano un’altra: agnello di Dio. Essa esprime, come capro espiatorio, la sostituzione di una vittima a tutte le altre. Ma scambiando i connotati sgradevoli e ripugnanti del capro con quelli interamente positivi dell’agnello, quest’espressione indica con maggior efficacia l’innocenza della vittima e l’ingiustizia della sua condanna, oltre che l’assenza di causa dell’odio che subisce.

L’antropologo francese afferma che i Vangeli respingono la persecuzione, e tale rifiuto risulterebbe chiaro specialmente nel racconto della passione del Cristo, in cui è più volte messa in evidenza la non colpevolezza di Gesù e l’irrazionalità dei sentimenti negativi che egli ha finito col catalizzare contro di sé. Pilato ad esempio, dopo aver interrogato Gesù, afferma: Io non trovo in lui alcun capo d’accusa. (Giovanni-18, 38). Giovanni riporta anche questa frase (15, 25): Essi mi hanno odiato senza una causa. Nella sua apparente banalità, questa sentenza enuncia il rifiuto delle accuse stereotipate e di tutto quello che le folle persecutorie accettano ad occhi chiusi. Gesù inoltre è continuamente ricollegato a tutti i capri espiatori dell’Antico Testamento; egli è la pietra scartata dai costruttori che diverrà testata d’angolo.

I persecutori di Cristo, come tutti i persecutori del resto, credono sempre nell’eccellenza della loro causa ma in realtà odiano senza causa; e soprattutto, non sanno quello che fanno: Padre mio, perdonali, perché essi non sanno quello che fanno (Luca-23, 34), affermazione che non mette in risalto solo la bontà del Cristo, ma la natura irrazionale della rappresentazione persecutoria.

Girard si serve poi di due episodi evangelici per mettere nuovamente in luce l’importanza della massa nella persecuzione di un individuo: la decisione finale di Pilato sulla sorte di Gesù e il rinnegamento di Pietro.

Nel momento in cui sentenzia l’innocenza del Cristo, Pilato non è ancora dominato dall’influsso della folla. Egli è colui che detiene veramente il potere, ma al di sopra di lui vi è la folla che, una volta mobilitata, ha la vittoria assoluta, trascina dietro di sé le istituzioni e le costringe a dissolversi in se stessa. Questa folla è “il gruppo in fusione, la comunità che si dissolve e non può più rinsaldarsi se non a spese della sua vittima, del suo capro espiatorio. Non si tratta di studiare la psicologia di Pilato, bensì si sottolineare l’onnipotenza della folla, a cui, malgrado le sue velleità di resistenza, l’autorità sovrana è costretta a inchinarsi”. Nella visione di Girard dunque, il famoso gesto del lavarsi le mani del governatore romano non è né il paradigma della codardia né uno dei più grandi esempi di democrazia del mondo antico (Pilato decide di lasciare l’ultima parola al popolo), ma piuttosto la dimostrazione del meccanismo mimetico (nella fattispecie vittimario) che la massa innesca, in situazioni come queste, su qualsiasi individuo.

L’episodio del rinnegamento di Pietro ne è un’ulteriore riprova: nemmeno i discepoli più cari in realtà possono resistere all’effetto di capro espiatorio, il che rivela l’onnipotenza della folla e della rappresentazione persecutoria sull’Uomo.

A tal proposito, Girard scrive: “All’origine del rinnegamento c’è forse una certa paura ma c’è soprattutto vergogna. La vergogna è un sentimento mimetico, è senz’altro il sentimento mimetico per eccellenza. Per provarlo, bisogna che io mi guardi con gli stessi occhi di chi mi fa vergogna. Pietro ha vergogna di quel Gesù che tutti disprezzano, vergogna del modello che si è dato, vergogna quindi di ciò che lui stesso è. Per non farsi crocifiggere il modo migliore è fare come tutti gli altri e partecipare alla crocifissione. Il rinnegamento è dunque un episodio della passione, una specie di risucchio, un breve vortice nella vasta corrente del mimetismo vittimario che spinge tutti verso il Golgota.”

Secondo Girard infine i Vangeli e la rivelazione cristiana hanno svolto un ruolo decisivo nella storia occidentale: il crollo dell’intera rappresentazione persecutoria. Respingendo quest’ultima, ne hanno smontato gli ingranaggi, mettendoli così allo scoperto. La riprova di tutto ciò starebbe nel fatto che al giorno d’oggi, più che nei secoli scorsi, crediamo sempre meno alla colpevolezza delle vittime che i meccanismi persecutori esigono. Nel mondo antico era diverso, e Girard si serve anche dell’etimologia per dimostrarlo: nel latino classico ad esempio non c’è alcuna implicazione d’ingiustizia nei termini persequi e persecutio. Anche in greco, martyr significa soltanto testimone, e sarà solo l’influenza cristiana a fare evolvere la parola verso il significato attuale di innocente perseguitato, di vittima eroica di una violenza ingiusta.

Solo i testi evangelici hanno saputo compiere il “miracolo” (così lo definisce Girard) di distogliere gli uomini dalle loro vittime, di dimostrare loro che chi perseguita lo fa senza un motivo. Hanno insegnato loro inoltre ad esplorare pazientemente le cause naturali di una crisi, senza buttarsi a capofitto su presunte cause sociali, ossia vittime.

“È in corso una rivoluzione formidabile. – scrive Girard – Gli uomini, o almeno certi uomini, non si lasciano più sedurre dalle persecuzioni, nemmeno da quelle che fanno appello alle loro credenze. Lungo tutta la storia occidentale le rappresentazioni persecutorie si indeboliscono e crollano. Questo non sempre significa che le violenze diminuiscono di quantità e di intensità. Significa tuttavia che i persecutori non possono più imporre durevolmente il loro modo di vedere agli uomini che li circondano. Ci vollero secoli per demistificare le persecuzioni medievali, bastano pochi anni per screditare i persecutori contemporanei. Responsabile di tutto ciò è la rivelazione di Cristo”.
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Re: Cavro o cavaro o capro espiadoro

Messaggioda Berto » ven gen 01, 2016 7:51 am

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Mactare, mola, adolenda
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Ostia
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Ostie, ostiar/ostionar, ostreghe, bastieme, sacramenti, raxie, sarake, porki, straèke, ...
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Bastìeme, sacramenti, raxìe, ostie, òstreghe, saràke, pòrki, straèke, sixardole ... .
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Re: Cavro o cavaro o capro espiadoro

Messaggioda Berto » dom gen 03, 2016 10:45 am

Corida

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https://it.wikipedia.org/wiki/Corrida
La corrida (in spagnolo corrida de toros, letteralmente "corsa di tori") è un tipo di tauromachia di antica provenienza. Corse, lotte o caccie con tori o altri bovini si organizzavano già presso gli antichi Greci, gli Etruschi e i Romani (un tipo di corrida definito giostra dei tori era popolare, per esempio, nello Stato pontificio e si svolgeva anche nel celebre sferisterio di Macerata, senza dimenticare poi la Caccia ai Tori in Campo San Polo a Venezia). Con la denominazione di corrida de toros è attualmente praticata in varie zone della Spagna e, con altre denominazioni e in maniera spesso diversa, anche in Portogallo, nel sud della Francia e in alcuni Paesi dell'America latina come Messico, Perù, Venezuela, Ecuador, Colombia, Costa Rica, Panamá e Bolivia.


La corrida e il sacrificio della violenza
Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 10 settembre 2007

https://claudiorise.wordpress.com/2007/ ... a-violenza

Abolire le corride? È un vecchio dilemma, periodicamente riproposto ai dirigenti politici dei due paesi europei dove si celebrano, la Spagna e la Francia. Ora la passione per cavalli e tori (e corride) del Presidente francese Sarkozy, ha rilanciato il tema in Francia, nel sud della quale i giochi violenti tra uomini e tori sono molto popolari, e fanno parte della cultura locale. Cos’è, però, veramente la corrida? Perché questa strana festa di morte ancora affascina gli esseri umani?
“Perché appaga gli istinti più violenti”, è la risposta più frequente. Non è però sicuro che sia così semplice, anche se la violenza c’entra sicuramente con la popolarità di questa festa. Però la violenza, nella corrida, è più qualcosa da riconoscere nella sua potenza, che qualcosa a cui cedere passivamente. Secondo molti, c’è insomma più “combattimento” con la violenza nella corrida, che in una partita di calcio.
I sostenitori di questa tesi hanno dalla loro la storia delle religioni. Ed almeno due discipline, che illustrano spesso le stesse immagini narrate dalla storia delle religioni: la storia dell’arte, e la psicologia del profondo, che ritrova, nell’inconscio personale e collettivo dell’uomo, ancora quelle stesse immagini e miti.
Tra le più antiche religioni troviamo infatti quella di Mitra, diffusa dall’oriente da cui provenivano i soldati romani che la portarono un po’ ovunque, Spagna e sud della Francia comprese, dove appunto ispirò la significativa festa-rito della corrida. Nel mitraismo, dunque, Mitra è un Dio creatore e salvatore che proprio uccidendo il toro primordiale, e benedicendo il mondo col suo sangue, fa nascere tutti gli animali e le piante, e garantisce la salvezza dell’umanità. La psicologia del profondo leggerà poi in questo mito la necessità per gli uomini di sacrificare gli istinti primordiali, violenti ed arcaici (simboleggiati dal toro), per non venirne catturati e posseduti.
Anche in alcune medicine tradizionali, come quella di Rudolf Steiner, il sacrificio del toro, del lato violento dell’istintualità, è necessario per evitare che l’organismo umano non scivoli in regressioni a livello del sistema vegetativo e animale-pulsionale. Nelle correnti religiose derivate da Zoroastro poi, Mitra, che qui assume a volte lui stesso sembianze taurine, diventa aiutante del dio solare e della luce, Ahura-Mazda, contro quello delle tenebre e degli inferi, il demone Ahriman. E sarà anche qui il sacrificio del toro, col suo sangue caldo, ad impedire che le potenze infernali della freddezza, interessate solo al potere, si impadroniscano della terra.
In tutte queste correnti religiose, e filosofiche, il sacrificio del toro rappresenta dunque un aspetto violento cui l’uomo deve rinunciare per non regredire psicologicamente ad animale, ed insieme qualcosa da onorare per non cadere in un comportamento freddamente intellettualistico, volto solo al potere, come vorrebbe il principio del male.
Lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung riconobbe nella corrida il rito che nel corso della storia, e nelle terre intrise di Mitraismo, rappresentò questo potente combattimento, tuttora presente nell’animo umano.
Non saprei se la corrida va mantenuta perché, come dice la signora Francine Yonnet, capo degli allevatori di tori da combattimento: «è meglio veder morire un toro nell’arena che in un mattatoio». La questione infatti riguarda, oltre ai tori, l’uomo stesso. È lui che deve ricordarsi di questa lotta centrale che si svolge nella sua psiche, e combatterla. Anche onorando l’avversario, violenza-toro, con una grande festa rituale come la corrida.



Sangue e arena
Di Il Cartello il 16 ottobre 2014

http://www.ilquorum.it/sangue-e-arena

Da poco trasferitomi a Madrid, mi decido a fare ciò che faccio sempre quando arrivo in un posto “nuovo”: fare quello che fanno i locali. Come negarsi una visita al più controverso spettacolo che si possa offrire nella civile Europa: la Corrida?
Per l’inaugurazione della feria non ci sono posti disponibili, così con il mio coinquilino, optiamo per il sabato. Alle 17.00 siamo a Las Ventas, la Plaza de Toros di Madrid. Durante il tragitto in metro notiamo vari personaggi con un cuscinetto portatile a righine colorate, bordato in cuoio e dotato di maniglia. In particolare una strana coppia attira la mia attenzione. Gli rivolgo la parola: vanno alla corrida. “Oggi a la lidia ci sarà Miguel Abellán, qualcosa di buono si dovrebbe vedere…” (non come il giorno prima in cui tre tori sono stati sostituiti perché non all’altezza). Mi faccio chiarire il punto e questi mi spiegano che la corrida non è buona se i tori non sono buoni: “Il toro deve meritarsela la corrida, altrimenti è solo una vacca da macello”.
Ci lasciamo. Mi dirigo verso il mio posto riflettendo sulla follia di questo spettacolo. Eccitato e turbato mi seggo sugli spalti in pietra dell’arena. Mi guardo attorno. Quasi ventimila persone stanno lì, accanto a me, aspettando che la lotta abbia inizio. Arriva il torero con la sua squadra di arlecchini imperlati. Sembra tutto così ridicolo, e tutto così solenne. Estemporaneo. Il presidente alla mia destra saluta con il pañuelo l’inizio della corrida dopo la sfilata dei sei personaggi in cerca d’autore, il carretto con gli asini per la raccolta delle carcasse e il migliore, il tizio con il cartello che riporta nome, peso e ganaderia del toro. Mi faccio spiegare i dettagli dai vecchi accanto a me: sono fortunato, mi dicono: “Oggi è una corrida speciale, un solo torero contro 6 tori”. Mi rallegro pensando che le chances che il torero venga ferito aumentano, e mentre mi lascio trasportare dai miei pensieri “maligni” mi concedo un altro sguardo sulla platea.
È impressionante vedere come la Plaza de Toros di Madrid raccolga ancora attorno a sé tanti spettatori. Molti vecchi appassionati, ma anche moltissimi giovani dagli abiti ricercati che si regalano una buona dose di sangue prima di andare a riempire le strade di Madrid il sabato sera.
Alta borghesia, intellighenzia spagnola ed un eterogeneo gruppo di intellettual-artistoidi si mescola alla gente del popolo per assistere al più umano di tutti gli spettacoli: la morte in piazza, la morte come attrazione.
Essere contro la corrida è facile, quasi ovvio. Sottoporre animali non consenzienti ad una morte violenta ha qualcosa di inevitabilmente barbaro. Certo quando questo si compie in nome dell’industria alimentare e del consumo il fatto non sconvolge che qualche oltranzista dell’etica. Questo dibattito mi sembra in realtà sterile ed onestamente non vedo particolare differenza tra l’industria alimentare e quella dello spettacolo. Mi asterrò comunque dall’approfondire questo aspetto della nostra macabra società il cui velo liberal-progressista svolge egregiamente il suo ruolo sedativo.
Neanche me ne sono accorto e la corrida è iniziata.
Di fronte a me il boia vestito da ballerina si agita per innervosire il toro e mandarlo alla carica del picador che attende a cavallo il momento per infilzare la bestia. Guardo e mentre guardo mi chiedo che cosa effettivamente stia succedendo lì, in quel momento, davanti a me. Il sangue, il sudore, la paura. Sono lì, solo con il toro. La lotta, la natura e la tragedia iniziano a formarsi come immagini nella mia testa.
Vi è qualcosa di misterioso, qualcosa che non posso negare solo per la gran voglia che abbiamo di essere moderni e civilizzati.
La morte, il sangue e il toro stesso mi si palesano come figure mitiche ben radicate nella coscienza umana e la loro rievocazione mi sembra acquisca tutta la potenza di un’immagine sacra e dirompente allo stesso tempo.
Ciò che accade nell’arena durante la corrida forma uno spettacolo ricolmo di significati tanto distinti quanto eterogeneo è il suo pubblico. La corrida è innanzitutto una tragedia. Una tragedia, però, che non è solo rappresentazione, ma impone la verità del sangue allo spettatore. Il suo momento catartico è la morte stessa. La morte vera. Una tragedia in cui l’uomo inscena se stesso e la natura inscena la natura. La verità della tragedia inscenata nella corrida è ciò che la rende tanto speciale, ma allo stesso tempo tanto crudele. Senza crudeltà non c’è verità. Così è la natura, così è la sua simbologia. Nella propria lotta contro la natura l’uomo ingaggia un tentativo di definizione di se stesso come altro elemento rispetto alla natura, giungendo però, nel momento della morte, ad identificarsi con la natura stessa. L’uomo concede la morte al toro. Sostituendosi alla natura l’uomo intende elevarsi, distaccarsi dalla natura ed affermare la propria supremazia su di essa.
La corrida rappresenta così un gioco complesso, un gioco dell’uomo con se stesso, dell’uomo con la natura e con la morte.
Qui sta la rappresentazione dell’antico mito, della relazione tra uomo e natura.
L’uomo, parte della natura, guarda ad essa come ad un oggetto. Si inscena così, da un lato, il distacco dalla natura nel dominio della paura, dall’altro la consapevolezza dell’impossibilità di porre fine a questo processo. La paura rinnovata alla vista del toro, la sfida con la morte e la vittoria non sono che fasi di un ciclo senza fine che rappresenta l’essenza stessa dell’insuperabilità della natura da parte dell’uomo e dell’impossibilità di porre un punto al ciclo della tauromachia.
La corrida gioca così con l’inconscio umano nel duplice richiamo alla bestialità – l’uomo che è bestia di fronte alla bestia – e all’innalzamento, l’uomo che sfida la natura e vince.
Si ha così la rappresentazione del processo in cui l’uomo si fa uomo nella natura: il superamento della natura attraverso la natura stessa.
Ad un tratto le grida dei miei vicini mi destano dai miei pensieri e tutto riacquista un aspetto molto più prosaico.
Seduto sugli spalti dell’arena mi ritrovo in mezzo a un gruppo di vecchietti scalmanati che inneggiano alla morte del toro.
Il tizio di fronte a me bestemmia per la scarsezza del torero mentre la sua compagna sghignazza di gioia ad ogni colpo inferto all’animale. La coppia accanto si gode lo spettacolo tra patatine e popcorn sperando nel lancio di un orecchio per soddisfare i loro profondi appetiti. E tutti, ma proprio tutti, in piedi ed urlanti risolvono le loro angosce nel momento catartico, quando finalmente dopo una estenuante attesa e molte grida, il toro stramazza a terra stecchito.


Julius Evola e i Misteri di Mithra
Luciano Albanese
http://www.fondazionejuliusevola.it/Doc ... banese.pdf
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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