Na ‘olta, coanti omani ente ła tera veneta?


Re: Coanti omani ente la tera veneta?

Messaggioda Berto » lun giu 23, 2014 7:53 am

???

La storia genetica degli europei comincia solo nel 4.500 a.C.
maggio 23, 2013

http://ilfattostorico.com/2013/05/23/la ... -4-500-a-c

Uno studio pubblicato su Nature Communications ha fornito la prima storia genetica dettagliata dell’Europa moderna, suggerendo che gli Europei sono un popolo più giovane di quello che pensavamo.

Il DNA recuperato da scheletri antichi rivela che il corredo genetico dell’Europa moderna si è formato intorno al 4.500 a.C., alla metà del Neolitico, e non dai primi agricoltori che sono arrivati nella zona circa 7.500 anni fa o dai precedenti gruppi di cacciatori-raccoglitori.

“La genetica dimostra che in quell’epoca qualcosa fece scomparire lo specifico patrimonio genetico delle precedenti popolazioni”, ha detto Alan Cooper, direttore del Centro australiano per il DNA antico dell’Università di Adelaide, dove è stata eseguita la ricerca. “Tuttavia, non sappiamo cosa sia successo e perché, e [la metà del Neolitico] non era stata precedentemente identificata come [un tempo] di grandi cambiamenti”. “Questa popolazione si muove all’incirca tra il 4.000 e il 5.000 a.C., ma da dove proviene rimane un mistero, dato che non vediamo niente di simile nelle zone circostanti l’Europa”.
Un gruppo di uomini tedeschi negli anni '20 (Hans Hildenbrand, National Geographic)

Un gruppo di uomini tedeschi negli anni ’20 (Hans Hildenbrand, National Geographic)

Nello studio, Cooper e i suoi colleghi hanno estratto il DNA mitocondriale, che i figli ereditano solo dalla madre, da denti e ossa di 39 scheletri trovati nella Germania centrale. Gli scheletri hanno un’età compresa tra i 7.500 e i 2.500 anni.

Il team si è concentrato su un gruppo di lignaggi mitocondriali strettamente legati – mutazioni nel DNA mitocondriale che sono simili tra loro – noti come aplogruppo H, che è portato da quasi la metà degli europei moderni (fino al 45%).

Non è chiaro come questo aplogruppo divenne dominante in Europa. Secondo alcuni scienziati si diffuse in tutto il continente in seguito a un aumento della popolazione dopo la fine dell’ultima era glaciale circa 12.000 anni fa. Ma i nuovi dati dipingono un quadro diverso: più che un singolo o pochi eventi di migrazione, l’Europa è stata occupata più volte, a ondate, da gruppi diversi, da diverse direzioni e in tempi diversi.

Cacciatori e agricoltori

I primi esseri umani moderni a raggiungere l’Europa arrivarono dall’Africa dai 35.000 ai 40.000 anni fa. A partire dai 30.000 anni fa erano diffusi in tutta l’area, mentre i loro cugini, i Neanderthal, scomparvero. Quasi nessuno di questi primi cacciatori-raccoglitori portava l’aplogruppo H nel loro DNA.

Circa 7.500 anni fa, all’inizio del Neolitico, un’altra ondata di umani si espanse in Europa, questa volta dal Medio Oriente. Portavano nei loro geni una variante dell’aplogruppo H, e nelle loro menti la conoscenza dell’agricoltura. Gli archeologi chiamano questi primi agricoltori dell’Europa centrale la cultura della ceramica lineare (LBK), così chiamata perché le loro ceramiche spesso avevano decorazioni lineari. Le prove genetiche dimostrano che la comparsa degli agricoltori LBK e i loro aplogruppi H unici coincisero con una drastica riduzione dell’aplogruppo U – l’aplogruppo dominante tra i cacciatori-raccoglitori che allora vivevano in Europa.

“I risultati mettono un punto fermo nel vecchio dibattito tra gli archeologi”, ha detto Spencer Wells, co-autore della ricerca. “La sola archeologia non può determinare se i movimenti culturali – come ad esempio un nuovo stile di ceramica o, in questo caso, l’agricoltura – siano stati accompagnati da movimenti di persone. In questo studio mostriamo che i cambiamenti nei reperti archeologici europei sono accompagnati da cambiamenti genetici, suggerendo che i cambiamenti culturali furono accompagnati dalla migrazione di persone e del loro DNA”.

Il gruppo LBK e i suoi discendenti ebbero molto successo e si diffusero rapidamente in tutta Europa. “Diventarono la prima cultura paneuropea, diciamo”, ha detto Cooper.

Dato il loro successo, sarebbe naturale pensare che i membri della cultura LBK furono dei significativi antenati genetici di molti europei moderni. Ma l’analisi genetica del team ha rivelato una sorpresa: circa 6.500 anni fa, a metà del Neolitico, la cultura LBK venne essa stessa rimpiazzata. I loro tipi di aplogruppo H improvvisamente divennero molto rari, e furono sostituiti da popolazioni con un diverso insieme di variazioni dell’aplogruppo H.

I nostri antenati

I dettagli di questo “turnover genetico” sono oscuri. Gli scienziati non sanno ciò che lo causò, né da dove venissero i nuovi colonizzatori. “Tutto quello che sappiamo è che i discendenti dei contadini LBK scomparvero dall’Europa centrale circa nel 4.500 a.C., aprendo la strada all’ascesa di popolazioni provenienti da altrove”, ha detto Cooper.

“Alla fine del V millennio ci sono stati un sacco di cambiamenti nella documentazione archeologica”, spiega Peter Bogucki, archeologo alla Università di Princeton non coinvolto nello studio, ma esperto delle prime società agricole in Europa. “Ci sono state grandi trasformazioni all’interno dell’Europa centrale che non sono stati ben spiegate”. Bogucki pensa che il cambiamento climatico sia stato un fattore della variazione genetica in Europa, ma non l’unica causa.

Una cosa che è evidente dai dati genetici è che quasi la metà degli europei moderni possono far risalire le loro origini a questo misterioso gruppo. “Nel 4.500 a.C. circa, iniziamo a vedere una diversità e una composizione del patrimonio genetico che cominciano ad assomigliare a quelle della moderna Europa [centrale]”, ha aggiunto Cooper. “Questa composizione verrà poi modificata dalle successive culture che arrivano, ma è la prima volta in cui si vede qualcosa di simile alla moderna composizione genetica europea”.

Qualunque sia stato il motivo della sostituzione “genetica” della prima cultura paneuropea, Cooper vuole saperne di più. “Successe qualcosa di importante”, ha detto, “e ora la caccia è per scoprire cosa sia stato”.


Storia e raixe ouropee
viewtopic.php?f=92&t=280
http://www.filarveneto.eu/le-raixe-de-louropa

Gli europei hanno origine da tre antiche "tribù"

Un'analisi del patrimonio genetico di migliaia di europei ridisegna il nostro albero genealogico: noi europei arriviamo tutti da tre popolazioni: gli agricoltori del Medioriente, i cacciatori autoctoni e i siberiani del nord della Russia.

http://www.focus.it/scienza/scienze/gli ... w.facebook

Sono tre 3 le antiche popolazioni che si sono fuse tra loro a dare origine alla maggior parte degli europei dei nostri giorni.

1) Oltre ai cacciatori europei originari dell’Europa,
2) e ai gruppi di agricoltori che sono giunti dal vicino Medioriente,
3) un altro gruppo di popolazioni siberiane migrò in Europa per fondersi con le altre “tribù”.

A queste conclusioni è giunta una ricerca pubblicata su Nature che si basa sull'analisi del patrimonio genetico degli europei e che dipinge un quadro più complesso di quel che si immaginava finora.

DALLA SIBERIA IN EUROPA E IN AMERICA.
Sembra che la popolazione che arrivò dalle steppe dell’Eurasia giunse in Europa circa 7.000 anni anni, qualche tempo dopo la diffusione dell’agricoltura. A questo gruppo originario della Siberia appartenevano anche gli antenati dei nativi americani.

Il tutto sembra incredibile, ma secondo David Reich della Harvard Medical School che ha realizzato lo studio, i dati statistici sulle analisi del DNA parlano fin troppo chiaro. Spiega il ricercatore: «Non ci sarebbe dubbi sul fatto che gli europei dei nostri giorni siano discendenti di una popolazione europea già presente a cui se ne aggiunse un’altra non- euroasiatica. E sembra chiaro che alcuni membri di tale popolazione contribuirono a colonizzare le Americhe più di 15.000 anni fa, mentre altri sono migrati in Europa».
Le tre popolazioni giunte in Europa nel passato e da cui hanno avuto origine gli europei dei nostri giorni.

L’ipotesi di Reich è suffragata dal fatto che prima della sua analisi altri ricercatori avevano scoperto che esisteva una sorta di lacuna nell’immaginare che la popolazione europea fosse derivata solo dai locali cacciatori-raccoglitori giunti probabilmente in Europa circa 75.000 anni fa, che si erano fusi con gli agricoltori del Medioriente, arrivati 8-10.000 anni or sono. Sembrava che ci fosse una popolazione “fantasma” oltre a queste due, di cui però non si avevano prove.

SIAMO SIBERIANI AL 20%.
Poi è giunta la scoperta di due scheletri portati alla luce in Siberia risalenti rispettivamente a 24.000 e 17.000 anni or sono il cui DNA mostra affinità con gli europei e nordamericani. Successive analisi, che hanno preso in considerazione il DNA di oltre 2.000 persone di 203 popolazioni attuali e 9 scheletri del passato hanno trasformato quella popolazione fantasma nei siberiani scesi in Europa.

In ogni caso il patrimonio genetico dei siberiani interessa quello degli europei attuali per non più del 20%, anche se per i lituani arriva anche al 50%. Secondo i ricercatori comunque, il quadro potrebbe essere ancora più complesso, ma per esserne certi ci vogliono ulteriori ricerche.
22 Settembre 2014 | Luigi Bignami
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Re: Na ‘olta, coanti omani ente la tera veneta?

Messaggioda Berto » mer lug 02, 2014 9:48 am

Carte Coulture Ouropee
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... tBR28/edit

Carte Coulture Venete
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... 1obWc/edit

Carte de storia veneta: da ła pristoria a ła Repiovega Serenisima Veneta
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... xvb2c/edit

viewtopic.php?f=49&t=532

Veneto:etimoloja, xenetega e storia
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... QxZzQ/edit

Xenetega Ouropea e Veneta
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... BlSkE/edit

Carte de łi abità omani ente ła Tera Veneta a partir da łi Ani del Bronxo e dapò ente coełi del Fero
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... dTTE0/edit

Łe raixe de łe çità venete
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... NBems/edit

Łe raixe ouropee de łe zenti venete
viewforum.php?f=48



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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... conp-9.jpg


Pałeołetego dapò Wurm

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... conp-2.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... np-0-1.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... onp-31.jpg


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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... -tera1.jpg

Sto grafego, lè suparxò en linea co i dati de ła çerca de Armando Boccone (vardar entel pdf).

Secondo sto grafego, entel mexołetego (tra el pałeołetego soran e el novołetego, http://it.wikipedia.org/wiki/Mesolitico) i omani so ła tera łi dovea esar suparxò 8.000.000.

Ente l'ara veneta del Veneto de ancó, da 10.000 a 8.000 ani pasà ghe dovea esar suparxò da 1.500/2.000 (entel 10.000 a.C.) a 3/4.000 (entel 6.000 a.C.) omani, nomadi e sparsi en clan de 20/30 omani par ono.


Mexołetego

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... conp-4.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... onp-31.jpg


Novołetego

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... onp-51.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... onp-61.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... conp-7.jpg
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Re: Na ‘olta, coanti omani ente ła tera veneta?

Messaggioda Berto » dom ago 31, 2014 9:48 pm

A partir da łi ani pałafitari, area alpina, dal IV miłegno v.C.

Paƚifate e paƚifatari (castełari e teramarigołi)
viewtopic.php?f=43&t=1290

Da:
Caxe, corti, castełi, viłe, viłai e çità, cexe e muri veneti
viewtopic.php?f=172&t=938
Caxe
Caxe venete: da łe pałifate a łi caxoni
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... Rnblk/edit

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... fitari.jpg


Siti palafitticoli: patrimonio mondiale dell'umanità UNESCO

http://sites.palafittes.org
http://www.palafittes.org/it

Il sito seriale transnazionale Siti preistorici palafitticoli dell'arco alpino comprende una selezione di 111 villaggi palafitticoli tra i 1000 conosciuti nei sei paesi attorno alle Alpi, quali la Svizzera, l'Austria, la Francia, la Germania, l'Italia e la Slovenia. Il siti sono da situare tra il 5000 e il 500 a.C. e sono localizzati ai bordi dei laghi, nelle vicinanze dei fiumi o nelle zone di torbiera; di conseguenza l'umidità di questi luoghi ha permesso una conservazione ottimale dei materiali organici come il legno, i tessili e i resti vegetali e ossei.

Grazie all'abbondante ricchezza di questi ritrovamenti le palafitte offrono un'immagine precisa e dettagliata di questi periodi preistorici in Europa, dove si sviluppa l'agricoltura, permettendo di fornire dettagli della vita quotidiana, delle pratiche agricole, dell'allevamento di animali e delle innovazioni tecnologiche. La dendrocronologia (metodo di datazione che misura gli anelli di crescita degli alberi) si può datare con precisione gli elementi architettonici in legno, che compongono le case dei villaggi e che possono raccontare l'evoluzione dell'occupazione dello spazio in intervalli cronologici anche molto lunghi. Questi siti palafitticoli sono la miglior fonte di informazione archeologica a nostra disposizione oggigiorno per conoscere le culture e le popolazioni preistoriche.


El nostro avo ouropeo el paƚafitaro viandante alpin Ötzi (3200/3000 a.C.)

http://archaeology.about.com/od/iterms/qt/iceman.htm
http://www.iceman.it/kids/it/11-14/scelta/Giacca.html

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... /Oetzi.jpg
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Re: Na ‘olta, coanti omani ente ła tera veneta?

Messaggioda Berto » gio nov 27, 2014 8:56 pm

Teramar o teremar

Paƚifate e paƚifatari (castełari e teramarigołi)
viewtopic.php?f=43&t=1290

Ani del Bronzo II miłegno v.C.

http://www.parcomontale.it/terramare.shtml

I villaggi erano molto frequenti e tutta l’area comprendente la pianura emiliana e le zone di bassa pianura delle province di Cremona, Mantova e Verona era densamente abitata il numero complessivo degli abitanti era molto alto per quel tempo, poteva aggirarsi fra 150.000 e 200.000.

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... uz7cw6.jpg


All’inizio sfruttava i canali irrigui naturali del fiume, poi man mano che toglieva terreno al capriccio dell’acqua
iniziò a imbrigliarla con scavi e argini, riuscendo a domare l’inafferrabile e irriducibile acqua del fiume ... fino a chè il Dio del cielo e della pioggia lo permetteva.

http://cronologia.leonardo.it/mondo36b.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Terramare

http://www.parcomontale.it/terramare.shtml

Nei primi decenni dell’ottocento il nome terramare era utilizzato per indicare cave di terriccio organico scavate entro basse collinette, frequenti a quei tempi nel paesaggio della pianura padana. Le collinette non avevano un’origine naturale e il terreno che le costituiva, venduto per concimare i campi, era ricco di resti archeologici. Per lungo tempo questi resti furono attribuiti ad abitati o necropoli di età romana o celtica. Solo dopo il 1860, quando in Italia cominciarono ad intensificarsi le ricerche scientifiche di preistoria, ci si rese conto che la vera origine di queste collinette era attribuibile a villaggi dell’età del bronzo e da allora il termine terramara fu utilizzato dagli archeologi per indicare questi abitati. Grazie ai numerosi scavi le terramare divennero famose in tutta Europa e i loro resti andarono ad arricchire i musei della regione.
Gli scavi effettuati negli ultimi vent’anni hanno dimostrato che le terramare erano villaggi fortificati databili fra l’età del bronzo media e recente (ca. 1650 – 1170 a.C.), circondati da un terrapieno e da un fossato.
La dimensione di questi abitati variava: da 1-2 ettari nelle fasi più antiche fino a 20 ettari nelle fasi più avanzate.

Le case, disposte all’interno del villaggio secondo un modulo ortogonale, erano frequentemente costruite su impalcati aerei come le palafitte, sebbene diversamente da queste non sorgessero in aree lacustri o fluviali. Le case erano affiancate e separate da strade molte strette (tra m. 1,5 e m. 2,5). Strade di dimensioni più grandi dovevano rappresentare le “arterie” principali del villaggio.
Erano poi presenti spazi aperti destinati al ricovero di animali, a depositi o ad aree di riunioni.

I villaggi erano molto frequenti e tutta l’area comprendente la pianura emiliana e le zone di bassa pianura delle province di Cremona, Mantova e Verona era densamente abitata il numero complessivo degli abitanti era molto alto per quel tempo, poteva aggirarsi fra 150.000 e 200.000.

La società era organizzata secondo un modello partecipativo che coinvolgeva tutta la comunità anche se erano attestate già differenze economiche e sociali. Oltre ai capi, i guerrieri rappresentavano l’èlite emergente e un certo status privilegiato dovevano avere anche le loro donne. Importante era inoltre il ruolo degli artigiani metallurghi che realizzavano spade, pugnali, lance, spilloni, fibule, rasoi, ma anche attrezzi per l’agricoltura come i falcetti. Nelle fasi più tarde le differenze fra i villaggi dovettero acuirsi e cominciarono a formarsi centri più importanti accanto ad altri che avevano probabilmente una funzione di centri minori.
Attorno al 1200 a.C. il mondo delle terramare entrò in crisi e dopo qualche decennio le terramare scomparvero. Gli archeologi non hanno ancora una risposta per spiegare questo fenomeno ma è possibile che una serie di cause, antropiche e naturali, abbiano determinato la fine del sistema terramaricolo. Tra queste non si può escludere un peggioramento climatico, anche di scarsa entità, che potrebbe aver procurato una crisi dell’economia agricola, base del sostentamento degli abitanti delle terramare. Il cambiamento di clima, tuttavia, non sembra poter essere l’unica causa di un collasso così drastico.
La fine delle terramare rappresenta dunque ancora oggi un problema non risolto.

Nel II millennio solo nell’area delle terremare = kmq 10.000 = 150/200.000 persone = densità kmq 15/20 individui X kmq
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Re: Na ‘olta, coanti omani ente ła tera veneta?

Messaggioda Berto » mer apr 01, 2015 9:43 pm

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Re: Na ‘olta, coanti omani ente ła tera veneta?

Messaggioda Berto » ven mag 01, 2015 8:13 am

L’esplosione demografica nel neolitico di Armando Boccone

http://www.antrocom.it/index.php?name=M ... =3375#3375

Questo lavoro affronta il fenomeno dell’esplosione demografica che si ebbe a partire da 10.000 anni fa, facendo soprattutto delle ipotesi sulle cause che la determinarono e sull’obiettivo che si volle raggiungere.

Alcune informazioni preliminari (e approssimative)

Il periodo in cui le popolazioni umane vivevano di caccia e raccolta di vegetali selvatici viene denominato Paleolitico, cioè l’età della pietra grezza, in riferimento al materiale (oltre che al suo stato di lavorazione) di cui erano fatti la maggior parte degli utensili creati e utilizzati dall’uomo.
Questo periodo termina circa 12-10.000 anni fa.
Il Paleolitico ricade nell’era geologica del Pleistocene (che termina pure essa circa 12-10.000 anni fa). Dopo il Paleolitico si ha il Neolitico, cioè l’età della pietra levigata, in riferimento alla levigatura a cui erano soggette le pietre che servivano a fare asce e lame per tagliare gli alberi e per fare altro.
Il Neolitico ricade nell’era geologica dell’Olocene (che è l’era, iniziata circa 12.000 anni fa, in cui viviamo) ed è il periodo in cui le popolazioni umane iniziano a domesticare le piante e gli animali e, quindi, a praticare l’agricoltura e l’allevamento. Alle volte viene utilizzato il Mesolitico come periodo di cesura (e della durata di alcuni millenni) fra il Paleolitico e il Neolitico.

La situazione alla fine del Pleistocene

Alla fine del Pleistocene (era geologica terminata circa 15-10.000 anni fa) le popolazioni di Homo sapiens sapiens aveva ormai occupato tutta la terra, quindi anche le Americhe e l’Oceania, non raggiunti in precedenza dalle popolazioni di Homo erectus.
E’ bene esporre preliminarmente la situazione ambientale e climatica alla fine del pleistocene prima di affrontare il tema dell’esplosione demografica che si ebbe nel Neolitico, cioè nell’era geologica dell’Olocene (che è l’attuale periodo geologico iniziato circa 12 mila anni fa).
“Gran parte delle zone temperate d’Europa, Asia e America era soggetta a un clima molto aspro, caratterizzato dalla presenza di tundre e steppe, mentre le regioni più calde – subtropicali, tropicali ed equatoriali – avevano una temperatura da 5 a 8° C inferiore all’odierna, ma una minore piovosità, per cui presentavano, rispetto a oggi, meno foreste e più savane.
Nei limiti delle possibilità offertegli dall’ambiente, l’uomo viveva essenzialmente di caccia e di pesca, ma quasi certamente doveva integrare la sua alimentazione con i prodotti della raccolta, anche se i dati concreti di cui disponiamo al riguardo sono scarsi.
Così come la fauna e la flora, anche l’uomo era ovunque sottoposto alle leggi dell’equilibrio biologico: diventato un predatore già a partire dal paleolitico inferiore, esso non aveva nulla da temere da parte degli altri predatori, grazie alla padronanza del fuoco e all’invenzione delle armi da lancio, e non contava più, quindi, molti nemici naturali. I gruppi umani rimanevano comunque troppo poco numerosi per spezzare l’equilibrio biologico degli ambienti fisici in cui vivevano (biotopi).
Per quanto riguarda l’organizzazione sociale, poiché la caccia ai grandi animali, che l’uomo praticava di preferenza, richiede la collaborazione di un numero di cacciatori di gran lunga superiori al ristretto nucleo familiare, è probabile che l’unità sociale di base fosse composta da più famiglie, di cui non siamo in grado di stabilire il numero” (1)
“ I cambiamenti climatici, profondi e relativamente rapidi, della fine del Pleistocene e dell’inizio dell’Olocene, provocarono un po’ ovunque importanti modificazioni tanto nella geomorfologia quanto nella flora e nella fauna, ed ebbero enormi ripercussioni sul modo di vita degli umani. Lo scioglimento relativamente rapido della calotta glaciale boreale e degli enormi ghiacciai che ricoprivano l’alta montagna diede luogo a un notevole innalzamento del livello dei mari, ma non solo: vaste distese di terre basse furono sommerse e in alcune zone i movimenti di assestamento della crosta terrestre innalzarono notevolmente gli antichi litorali. L’intero volto del pianeta ne fu profondamente modificato.
In Eurasia e nel Nord America, le zone periglaciali dell’ultima glaciazione godevano di un clima temperato, mentre le steppe e le tundre che in queste regioni avevano lasciato il posto alle foreste, occupavano adesso le regioni più settentrionali, non più ricoperte dalla calotta artica. Nelle zone meridionali, la temperatura media si era innalzata da 5 a 8° C e la maggiore piovosità aveva favorito l’estendersi della foresta a scapito della savana. Anche la fauna aveva subito cambiamenti; alcune specie che nel corso delle epoche precedenti avevano avuto un ruolo preponderante nella sussistenza dell’uomo, come il mammut, il rinoceronte lanoso, l’orso delle caverne, in via di estinzione già verso la fine del pleistocene, scomparvero del tutto, mentre altre specie, adatte come le renne ad un ambiente periglaciale, migrarono più a nord, dove ritrovarono le tundre. L’estendersi delle foreste in vaste aree delle zone temperate, subtropicali, tropicali, ed equatoriali aveva provocato notevoli cambiamenti nella fauna di queste regioni. Soltanto nelle zone in cui diverse circostanzi naturali – natura del terreno, altezza, piogge meno abbondanti – avevano favorito la steppa, la prateria o la savana, la fauna non differiva affatto da quella del pleistocene finale. Si aggiunga che la desertificazione di immense regioni dell’Africa e dell’Asia sarebbe iniziata soltanto molti secoli più tardi.

Colpite da questi profondi cambiamenti verificatisi nel loro ambiente, la maggior parte delle comunità umane si trovarono a dover affrontare una situazione critica. Alcune di esse, restii nell’adattarsi alle nuove circostanze, avevano seguito la loro selvaggina abituale – i branchi di renne – nella migrazione verso nord, e si stabilirono nelle regioni dell’Europa del nord, dell’Asia e dell’America lasciate libere dalla calotta glaciale, dove proseguirono ancora per molto tempo nel loro tradizionale modo di vita di predatori, basato sulla pesca e sulla caccia di renne, agli alci e ad altre specie della fauna artica...............Gli Altri gruppi umani, in particolare quelle che abitavano le regioni ora ricoperte dalle foreste nelle zone temperate conobbero un periodo di crisi (che si riflette nelle culture del Paleolitico finale di cui abbiamo accennato) ma pervennero in seguito ad adattarsi piuttosto rapidamente al loro nuovo ambiente. Assistiamo innanzitutto ad un grande cambiamento nelle fonti di sussistenza di tali comunità: la caccia svolge ancora un ruolo importante nell’approvvigionamento, ma non ne costituisce più la parte essenziale. In seguito alla scomparsa o alla migrazione dei grandi branchi di selvaggina delle steppe e delle tundre, gli uomini avevano iniziato a cacciare nelle foreste dove le prede erano costituite da animali che vivevano in gruppi meno numerosi, o addirittura da esemplari isolati (cervi, caprioli, uri, cinghiali). Soltanto nelle regioni che abbiamo sopra ricordato, dove dominavano le savane e le praterie, essi potevano continuare la caccia alle specie che vivevano in grandi mandrie, come i bisonti e le gazzelle. Nelle foreste era anche più difficile bloccare le prede, fu quindi naturale che i cacciatori adottassero sempre più frequentemente, quando non esclusivamente, l’arco e la freccia, la cui invenzione risale al paleolitico superiore. Tale ipotesi è confermata dalla presenza, nelle industrie litiche di queste comunità, di una grande quantità di microliti usate come armature di frecce. Queste stesse condizioni di caccia spiegano perché, in diverse regioni, piuttosto distante le une dalle altre, l’uomo arrivò progressivamente ad addomesticare il lupo e l’antenato del cane divenne per il cacciatore un ausilio prezioso, in grado di stanare le prede nella foresta e nella boscaglia.........La caccia nelle foreste era senz’altro più difficile e meno fruttuosa rispetto alla caccia alle renne praticata durante l’epoca precedente e fu per questo motivo che divenne sempre più frequente la caccia alla piccola selvaggina, come gli uccelli acquatici. La minore resa della caccia ebbe conseguenze anche sul piano sociale; le comunità furono composte da un numero minore di famiglie rispetto al passato poiché la caccia nelle foreste richiedeva la partecipazione di un numero più limitato di cacciatori e le prede uccise non erano sufficienti ad assicurare la sussistenza di un gruppo numeroso. ............Alcune comunità giunsero persino a stabilirsi lungo le rive di fiumi e laghi, altre lungo le zone costiere dove vivevano essenzialmente di pesca, della raccolta di conchiglie e della caccia alle foche. I cambiamenti subiti dall’ambiente, infine, fornirono nuove fonti di sussistenza alle quali l’uomo non tardò a ricorrere, saccheggiando i nidi degli uccelli, raccogliendo lumache e altri molluschi e variando la sua dieta con l’apporto di frutta, di un gran numero di piante commestibili e di radici estratte dal terreno.” (2)

L’adozione della coltivazione delle piante e dell’allevamento del bestiame

L’esplosione demografica che si è ebbe nel neolitico fu una conseguenza dall’adozione della coltivazione delle piante e dell’allevamento al posto della caccia e della raccolta di vegetali spontanei. A parità di territorio la coltivazione e l’allevamento furono in grado di sostenere una popolazione umana notevolmente superiore a quella che sarebbe stata possibile sostenere con la caccia e la raccolta. Ma per quale motivo vennero adottati l’agricoltura e l’allevamento? Quale obiettivo si volle raggiungere?
Saranno presentate adesso alcune ipotesi fatte al riguardo, per presentare alla fine una ipotesi alternativa.

Ipotesi sul passaggio dalla caccia e raccolta di vegetali selvatici alla coltivazione delle piante e all’allevamento

Dopo avere esposto per sommi capi la situazione ambientale e umana alla fine del pleistocene, si cercherà di esporre le ipotesi finora fatte sul passaggio dal Paleolitico al Neolitico, quindi del passaggio dalla caccia e raccolta di vegetali spontanei alla coltivazione delle piante e all’allevamento.

L’adozione dell’agricoltura e dell’allevamento come conseguenza degli sconvolgimenti climatico-ambientali

Alcune spiegazioni danno molta importanza ai cambiamenti climatici ed ecologici dovuti alla fine del Pleistocene, che corrisponde alla fine della glaciazione di Würm (che inizia circa 100 mila anni fa e termina circa 15-10 mila anni fa). Viene detto per es. che i grandi erbivori, in conseguenza dei cambiamenti climatici ed ecologici, si spostarono verso nord. Questo motivo viene visto come molto importante, se non fondamentale, per il passaggio dalla caccia e dalla raccolta di vegetali spontanei alla coltivazione delle piante e all’allevamento. Ma le popolazioni umane allora erano nomadi e/o seminomadi per cui avrebbero potuto seguire i grandi erbivori nel loro spostamento verso nord, senza cambiare stile di vita. Alcune popolazioni, del resto, fecero questa scelta, seguendo la loro abituale selvaggina nello spostamento verso il nord, nelle zone che vennero occupate dalle tundre dopo lo scioglimento dei ghiacci in buona parte dell’emisfero boreale. Inoltre le variazioni climatiche ed ecologiche avvennero in tempi abbastanza lunghi (almeno in riferimento alla vita umana).
Senza volere sminuire il contesto naturale in cui le popolazioni umane vivevano, si ritiene valida un’altra spiegazione, che sarà esposta alla fine della trattazione. Nella spiegazione che verrà data gli sconvolgimenti climatici-ambientali avvenuti alla fine del pleistocene sono da vedersi come concausa (ma con una motivazione ben particolare).

L’agricoltura e l’allevamento come risposta all’incremento demografico

Un’altra spiegazione “tradizionale” sul passaggio dalla caccia e raccolta di vegetali spontanei alla coltivazione delle piante e all’allevamento degli animali, che si aggiunge alla precedente che si basa, come abbiamo visto, sui cambiamenti climatici ed ecologici, è che l’agricoltura e l’allevamento furono adottati per problemi demografici.

“...conviene chiedersi perché si è sviluppata l’agricoltura e anche perché si è sviluppata proprio in certi luoghi e in un determinato momento della storia.
E’ ragionevole pensare che in alcune zone si sia venuta a determinare una densità più elevata di abitanti, che rese difficile sostenere la popolazione locale con la vecchia economia di caccia e raccolta. Si deve essere creato insomma un problema di sovrappopolazione. Probabilmente ciò è andato di pari passo con un cambiamento delle condizioni ambientali che ha interessato in quel periodo l’intero globo terrestre. Il clima è diventato decisamente più freddo, la flora e la fauna sono mutate. In America, per esempio, intorno a 11.000 anni fa si sono estinti i mammuth, per la scomparsa delle loro fonti di cibo vegetale oppure perché sterminati dai cacciatori. Nelle pianure dell’America settentrionali sono stati sostituiti dai bisonti, che è diventato il nuovo cibo, ma non dappertutto l’avvicendamento è stato rapido e indolore; in altri luoghi le popolazioni umane devono essersi trovate in grandi difficoltà.
Questi due fattori possono spiegare perché l’agricoltura ha avuto inizio più o meno in una stessa epoca in punti diversi del mondo, probabilmente nelle zone le cui condizioni favorirono una densità di popolazione più elevata, perché disponevano di un ambiente più ricco, e soprattutto di piante e animali facili da coltivare e allevare.” (3)

Le due forme di procacciamento di quanto necessario alla sopravvivenza, si dice, non bastavano più a sostenere le popolazioni umane, stante l’incremento demografico.
Ma intorno ai 15-10 mila anni fa è stato ipotizzato che la popolazione umana nel mondo ammontasse a circa 5 milioni di individui
per cui, considerando che allora le popolazioni umane insistevano su tutto il pianeta (anche quindi sul continente americano e sull’Oceania, territori non raggiunti dalle popolazioni di Homo erectus), è pur sempre molto rada. Per quantificare il problema si pensi che in Italia avrebbero insistito 10 mila individui su 300 mila Km2 (il valore viene fuori dalla seguente proporzione: 5 milioni [abitanti della terra circa 10-15.000 anni fa] : 150 milioni [km2 delle terre emerse] = X [abitanti in Italia]: 300 mila [km2 dell’Italia]. E’ anche vero che solamente parte delle terre emerse è abitabile. Anche considerando che solamente due terzi delle terre emerse siano abitabili ciò significa che è come se in Italia avessero insistito non 10 mila ma 15 mila persone. Questo calcolo però è solamente teorico ed è stato fatto senza tenere conto delle differenze fra le varie parti del mondo e non si basa su dati archeologici.
“Ma come si fa a valutare la densità della popolazione in base a dati archeologici? In linea di massima si conta il numero di insediamenti, di siti archeologici individuati, e si valuta il numero di individui che vi abitavano in base al numero di capanne e alle loro dimensioni. Aiuta molto l’esame delle situazioni etnografiche simili. Moltiplicando il numero dei siti per il numero delle persone per sito ci si può fare un’idea della densità. Naturalmente vi sono varie sorgenti di errore possibili, fra le quali il fatto che ovviamente non tutti i luoghi abitati che esistevano ci sono noti e che comunque dobbiamo limitarci a basare i nostri calcoli su esempi che sono stati ben studiati, su aree esaminate così minuziosamente da poter pensare che tutto quello che c’era sia stato trovato, mentre nella maggioranza delle aree una ricerca così completa non é possibile o non è mai stata compiuta.
I mesoliti (abitanti del periodo mesolitico, che va da 10.000 a 6.000 anni fa, [mia nota]) in Inghilterra andavano a caccia di cervi; le ossa di cervi ritrovate vicino agli accampamenti dove venivano mangiati sono state contate e in base a questo è stato possibile stimare quella che doveva essere la popolazione mesolitica, cioè preagricola, dell’Inghilterra intera (Gran Bretagna [mia nota]). Era tra le 5.000 e le 10.000 persone, un numero ridottissimo se si pensa che oggi gli abitanti sono quasi 10.000 volte di più. Che si tratti di un numero ragionevole lo dimostra però un parallelo storico: è stato possibile contare , benché molto approssimativamente, una popolazione che viveva, ancora nel 1800, di caccia e raccolta.
In Tasmania, quando è stata occupata dai coloni bianchi, vivevano in tutto 2.000 o 3.000 indigeni, su un’area che era circa un terzo di quello dell’Inghilterra e presentava condizioni climatiche simili” (4)

Anche ricerche comparate fra le attuali popolazioni di scimmie (soprattutto babuini) e le popolazioni umane preagricole portano a risultati simili.
É stato ipotizzato che la consistenza dei gruppi umani nelle società preagricole fosse di 50-60 individui, che ogni individuo disponesse di 8-16 chilometri quadrati e che l’areale di pertinenza di tali gruppi fosse fra i 400 e i 960 chilometri quadrati per ogni gruppo.(16)
Con popolazioni in cui gli uomini erano specializzati nella caccia e le donne e i bambini nella raccolta, non tutto il territorio di una vasta area geografica è utilizzabile.
Bisogna escludere zone desertiche, zone montuose e, in ogni caso, altre zone che, in un modo o nell’altro, non sono utilizzabili. Applicando i dati suddetti all’Italia e ipotizzando che per l’Italia un terzo della superficie non sia utilizzabile verrebbe fuori, come popolazione insistente sulla penisola nell’epoca preagricola, il seguente valore: 200.000 (Km2 di superficie utilizzabile in Italia) : 680 (superficie media [in Km2 ] fra 400 e 960) x 55 (consistenza gruppo [media fra 50 e 60]) = circa 16.000 individui. Come si vede il valore che viene fuori da questo ulteriore calcolo è quasi uguale al risultato del calcolo fatto in precedenza in riferimento alla stessa Italia.

“Il problema delle “cause” del passaggio dalla caccia-raccolta alla produzione di cibo non è tale da potersi risolvere univocamente: cause ed effetti, fattori indipendenti e dipendenti si intrecciano e sono malamente misurabili data l’insufficienza “statistica” dei dati e data la loro griglia spazio-temporale ancora troppo larga.
In linea generale sembra errata la spiegazione per pressione demografica: sia nella fase di raccolta intensiva e caccia specializzata, sia nella fase di produzione incipiente, la popolazione è ancora talmente rada che le risorse disponibili sono comunque sufficienti.
Quanto ai mutamenti climatici (e conseguentemente ecologici) cui abbiamo già accennato, essi costituiscono verosimilmente lo scenario del mutamento tecnologico ed economico, ma non la sua causa”. (17)

Come si vede chiaramente non c’era nessun problema demografico e quindi l’adozione della coltivazione delle piante e dell’allevamento degli animali al posto della caccia e della raccolta di vegetali spontanei avvenne per altri motivi.

L’adozione dell’agricoltura e dell’allevamento per migliorare le condizioni di vita dell’uomo

Un’altra ipotesi che è stata fatta, per spiegare il passaggio dalla caccia e raccolta di vegetali spontanei all’agricoltura e all’allevamento, è che gli uomini, in questo modo, poterono migliorare le loro condizioni di vita.
Ma come erano le condizioni di vita delle popolazioni che si procacciavano da vivere con la caccia, la pesca e con la raccolta di frutti, semi e radici di piante selvatiche?
“In genere si cita a questo proposito una frase di Hobbes, secondo cui l’esistenza di questi primitivi era `disgustosa, brutale e breve ´ . Dovevano lavorare davvero sodo, alla ricerca quotidiana di che sfamarsi, sempre sull’orlo della morte per inedia, privi di comodità così scontate come letti e divani, ed erano condannati a morire giovani.
In realtà l’equazione `agricoltura = meno fatica, più comodità, vita più lunga ´ vale solamente per noi ricchi cittadini del Primo Mondo, a cui i prodotti della terra (coltivati da altri al nostro posto) arrivano in tavola da chissà dove.
La grande maggioranza dei contadini e dei pastori di oggi, cioè la grande maggioranza della popolazione mondiale, non se la passa poi così bene. Secondo alcuni studi sull’occupazione del tempo, un contadino lavora in media più ore di un cacciatore, e non viceversa!
Le testimonianze archeologiche ci mostrano che i primi agricoltori erano spesso più gracili e malnutriti dei loro colleghi cacciatori - raccoglitori, erano soggetti a malattie più gravi e morivano in media prima.” (5)

Con le grandi civiltà dell’antico Medio Oriente ormai la base economica è costituita saldamente dall’agricoltura e dall’allevamento.
Di queste grandi civiltà si è avuto fino a non molti anni fa l’idea che esse fossero costituite da bellissimi palazzi con una lussuosa vita di corte, di splendidi templi, di gioielli d’oro e pietre preziose, di stupende opere d’arte, ecc.
Questa però è stata una idea molto parziale delle antiche civiltà del Medio Oriente, perché esse consistettero in “un mondo che fu nella stragrande maggioranza di villaggi e di economia agro-pastorale.....un mondo che fu analfabeta al 90% (se non al 99%).....un mondo che fu alle prese con un endemica penuria (di cibo, di risorse, di lavoro, di uomini)....” (6)

La situazione era invece completamente diversa quando l’uomo nel paleolitico superiore praticava la caccia, integrata dalla raccolta di frutti, semi e radici di piante selvatiche.
“Le testimonianze lasciate dai nostri antenati che abitavano l’Europa 15.000-20.000 anni fa suggeriscono una elevata qualità di vita. Attraverso la caccia e la pesca e la raccolta di piante, frutta, radici, gli uomini si procuravano il necessario per il sostentamento di comunità di piccole dimensioni e vivevano bene: lo testimoniano strumenti perfezionati, oggetti ornamentali e opere d'arte che ci lasciano ammirati ancora oggi." (7) ... e dipinsero, fra l’altro , la grotta di Lascaux in Dordogna, Francia, quella grotta che è stata definita la Cappella Sistina della preistoria.

Ugo Plez nel suo saggio “La preistoria che vive” dice che il 99% della vita umana si è svolta nella preistoria per cui i nostri comportamenti e le nostre idee sono stati elaborati in quel periodo. “La Preistoria è la vera storia dell’uomo. Essa abbraccia un arco di tempo che oltrepassa di gran lunga il milione di anni, di fronte a cui i 5.000 anni della storia ufficiale sono una ben misera cosa.
...........................


Tutti i nostri istinti, i nostri atteggiamenti, i nostri problemi psicologici, sociali, culturali, le nostre razze, le nostre lingue, i nostri atteggiamenti sessuali, le nostre concezioni artistiche, estetiche, filosofiche e religiose si sono formate in questo periodo.”(8)
“Fin dalle elementari, quando noi siamo andati a scuola, ci hanno spiegato che la storia dell’umanità si suddivide in quattro età: età della pietra grezza (Paleolitico [ mia nota]), età della pietra levigata (Neolitico [mia nota]), età del bronzo, età del ferro. Una analoga suddivisione del tempo la si trova presso le leggende classiche e le leggende di tanti altri popoli; si inizia con l’età dell’oro, che è seguita da quella dell’argento, poi del bronzo, poi del ferro.
Oro, argento, bronzo, ferro: questa è la sequenza delle innovazioni tecniche e coincide perfettamente con il ricordo che gli uomini creatori delle leggende hanno conservato.
Non è certo un caso, questa coincidenza.
Perché l’età che noi chiamiamo della pietra nelle antiche leggende corrisponde all’età dell’oro e dell’argento?
Noi usiamo un termine tecnico, le leggende ne adoperano uno simbolico.
All’età dell’oro gli antichi attribuivano un periodo senza guerra e senza dolore, l’uomo viveva secondo ciò che la natura offriva, in armonia con essa e mai contro di essa, non esistevano ricchi e poveri e l’uomo era una creatura tra le altre, e con esse divideva i frutti e le prede nei boschi.
Questo periodo corrisponde a ciò che noi conosciamo del “Paleolitico”, ossia della prima età della pietra (la seconda è il Neolitico [mia nota]), di cui il nuovo Homo sapiens fu il protagonista. Per molto tempo i nostri antenati furono consumatori di cibo, ma non produttori di esso, conducevano una vita nomade in cui non esisteva nemmeno il concetto di proprietà del suolo, non avrebbero infatti potuti sopravvivere se non inseguendo di continuo le mandrie di animali di cui essi si nutrivano; per lo stesso motivo è assolutamente impossibile attribuire loro un’attività bellica al di là della rissa e forse del duello: infatti le prime armi di difesa appaiono più tardi.
L’uomo non ne aveva bisogno. Un’età senza dolore. Infatti è dimostrato dalle tribù che oggi vivono nello stesso modo che, a parte una potente selezione alla nascita, le malattie frequenti e fastidiose o quelle gravi erano quasi sconosciute. L’uomo cacciatore si mantiene sano e vigoroso, finché l’età e i pericoli lo schiantano definitivamente.” (9)

E’ la cultura che in Europa, ma non solo, sarà chiamata Magdaleniana (dal sito La Madeleine in Dordogna, Francia) e il periodo in cui si sviluppò (dal 18.000 all’11.000 a.C. circa) è l’età che in molte leggende sarà ricordata come l’età dell’oro.

“La civiltà magdaleniana fu tramandata come il periodo dell’età dell’oro.
......................
I magdaleniani potevano sopravvivere con pochissime ore di caccia. Le caverne di questo periodo sono ricchissime di disegni e lasciano intuire che doveva esistere una grande quantità di tempo libero. Inoltre alcuni disegni ritornano con la stessa forma e le stesse dimensioni in tante grotte diverse. Questo presuppone l’esistenza di “modelli” fissi che, probabilmente, alcuni artisti già specializzatisi portavano con se facendo il giro delle regioni. Con questi modelli decoravano le caverne di chi lo richiedeva, in cambio di qualche cosa. L’arte dei Magdaleniani raggiunse alti vertici, erano ormai state scoperte le regole della simmetria, della rappresentazione del movimento mediante il tratteggio, ecc. ecc. Si sono superate in audacia le immaginazioni dei più moderni pittori, come l’uso di sfruttare protuberanze naturali per disegnare in “rilievo”, a “tre dimensioni”, delle cose, degli animali e delle persone.
.....................
I Magdaleniani avevano vestiti assai simili ai nostri......Inoltre questi vestiti non erano affatto sbrindellati, ma cuciti benissimo con aghi di osso. “ (10)

Forse anche nella Bibbia è possibile intravedere il passaggio fra una età dell’oro e dell’argento, che corrisponde al paleolitico, cioè al periodo in cui l’uomo viveva di caccia, pesca e raccolta di frutti, semi e radici, ad una età del bronzo e del ferro, cioè al neolitico, che corrisponde al periodo in cui l’uomo domestica le piante e gli animali e pratica l’agricoltura e l’allevamento.
Dio dopo avere creato il cielo e la terra, la luce, il firmamento, le acque, le piante, i pesci e gli animali, ecc. alla fine del sesto giorno disse : “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Genesi capitolo 1-26). Poi Dio disse: ” Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo.” (Genesi 1-29)
Ma l’uomo trasgredì l’ordine divino di non mangiare i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male. Dio allora lo cacciò dal giardino dell’Eden e disse: ” Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dall’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. (Genesi 3-17) Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre (Genesi 3-18) Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;...(Genesi 3-19) Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto (Genesi 3-23).

Riguardo all’ultima ipotesi sull’adozione dell’agricoltura fatta per migliorare le condizioni di vita dell’uomo bisogna dire che, se fosse valida l’interpretazione fatta di questi passi della Bibbia, l’agricoltura fu la condanna che Dio dette all'uomo per aver trasgredito al suo ordine di non mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male.

La coltivazione delle piante e l’allevamento del bestiame come strumento per ottenere incremento demografico

Stante così le cose bisogna farsi con più vigore la domanda: cosa spinse le popolazioni di Homo sapiens ad abbandonare quella che le leggende classiche e di tante popolazioni primitive ricordano come età dell’oro? quell’età in cui gli uomini praticavano la caccia e la raccolta di piante selvatiche?
Per poter dare una risposta è necessario definire preliminarmente l’uomo. Esso viene visto come l’esperimento, il tentativo, all’interno del mondo biologico e in un determinata situazione ambientale, del raggiungimento della vita eterna, cioè del soddisfacimento pieno e per un tempo infinito dei suoi bisogni. La caratteristica delle diverse specie biologiche precedenti e contemporanee alla comparsa dell’uomo è quella di non essere padroni del proprio destino, di essere sempre a rischio di estinzione, di non essere coscienti della vita eterna, cioè dell’obiettivo del soddisfacimento pieno e per un tempo infinito dei propri bisogni, e quindi non essere in grado di mettere in atto delle azioni per raggiungere questo obiettivo.

La dialettica nella natura

Perché l’esistenza dell’esperimento umano?
In una visione dialettica della realtà biologica l’esperimento umano è appunto la risposta dialettica alla mancanza di vita eterna: l’assenza di vita eterna nel mondo biologico e l’esperimento del suo raggiungimento col genere umano (quindi all’interno dello stesso mondo biologico) sono i due aspetti della realtà che si giustificano a vicenda.
All’assenza di vita eterna nel mondo vivente si contrappone dialetticamente la comparsa della coscienza del desiderio della vita eterna; l’esperimento umano è la coscienza del desiderio della vita eterna che si cala nella natura o che si evolve dalla natura, è il tentativo del raggiungimento, nel tempo e nello spazio, dell’obiettivo del soddisfacimento pieno e per un tempo infinito dei bisogni umani.
Nel concreto avviene che, come sintesi dei caratteri della natura e della coscienza del desiderio di vita eterna, l’uomo cerca di raggiungere le migliori condizioni di vita e per tempi più lunghi possibili.
Ricordo che quando ero all’università trovavo difficoltà a comprendere, così come dicevano i testi che studiavo, la stretta correlazione fra metodo e contenuto. Adesso, invece, con difficoltà riesco a capire come si possa trattare separatamente di metodo e contenuto.
L’esperimento umano, la storia umana, è il frutto di un rapporto inscindibile, nel tempo e nello spazio, di natura e coscienza del desiderio della vita eterna. Solo con un artificio e per motivi di analisi è possibile scindere i due aspetti della storia umana.
La coscienza, in questa visione della natura, viene vista come lo strumento dell’uomo che serve all’uomo stesso per rapportarsi in modo progressivo all’interno della dialettica nella natura.

E’ bene chiarire che i concetti sopra esposti saranno da considerare validi solamente se renderanno conto di ciò che è successo e aiuteranno a creare delle prospettive future valide per l’umanità!!

Vediamo di saggiare la validità di questi concetti applicandoli ai fenomeni del passaggio dalla caccia e raccolta di vegetali spontanei all’agricoltura e allevamento e dell’esplosione demografica nel neolitico.

Se ciò che guida le scelte dell’uomo è il desiderio della vita eterna o, per essere più concreti, l’idea, il desiderio del soddisfacimento pieno e per un tempo infinito dei suoi bisogni, allora il passaggio dalla caccia e raccolta di vegetali spontanei alla coltivazione delle piante e all’allevamento degli animali e l’esplosione demografica nel neolitico potrebbero inquadrarsi in quell’obiettivo.


Con l’agricoltura e l’allevamento si ha un notevole incremento demografico. I gruppi umani non vivono più nelle caverne e, soprattutto, non sono più composti da un massimo di 40-50 individui. Per gruppi sparuti della consistenza massima di 40-50 individui il rischio di estinzione era all’ordine del giorno e ciò, con l’idea, con il desiderio della vita eterna, è in ovvia e aperta contraddizione.
“Una comunità di ridotte dimensioni ha minori probabilità di sopravvivere nel tempo: è più esposta a soccombere a crisi violente, ed è anche meno atta a perpetuarsi in un gioco combinatorio alterato da vincoli fisici e culturali (incompatibilità matrimoniali, endogamia, età matrimoniale, ecc.). Certamente una comunità più vasta è più in grado di riassorbire crisi minori (di esserne cioè decurtata ma non estinta) conservando una adeguata base di ripresa, ed offrendo ai suoi membri una più larga scelta e più frequenti compensazioni.“ (11)

“Il primo effetto dell’agricoltura è stato quindi la possibilità di nutrire molte più persone nella stessa regione e di consentire un aumento della densità della popolazione. Le abitudini, i costumi, che determinano la natalità, sono sempre molto radicati. Prima dell’agricoltura questi costumi permettevano una crescita lentissima della popolazione. L’agricoltura ha reso possibile, e utile, un aumento della natalità. Una volta che essa è salita diventa difficile arrestarla.
I cacciatori-raccoglitori di allora presumibilmente si comportavano come quelli di oggi, che hanno in media cinque figli, uno ogni quattro anni circa. Con un intervallo di quattro anni fra le nascite possono sempre viaggiare portando con sé, in braccio o sulle spalle, l’ultimo nato, mentre i precedenti sono già in grado di camminare, se non a un passo veloce, almeno a un’andatura ragionevole. Distanziando le gravidanze è possibile proseguire l’allattamento finché il bambino ha tre anni di età, e questo a sua volta diminuisce la possibilità di una nuova gravidanza. Con una media di cinque figli per donna, in pratica la popolazione si mantiene all’incirca costante, perché di questi cinque figli più della metà muore prima di arrivare all’età adulta, in genere nei primi anni di vita. Ogni coppia di marito e moglie tende così ad avere solo due figli che raggiungono l’età adulta e si riproducono a loro volta; la popolazione rimane stazionaria, cioè non aumenta, o tutt’al più aumenta molto lentamente.
Il contadino non ha più motivo di limitare il numero dei figli come il cacciatore-raccoglitore. E’ diventato sedentario, non ha il problema di spostarsi con figli troppo piccoli né quello di averne troppi e di non riuscire a nutrirli tutti, anzi ha bisogno di averne molti per potere coltivare la terra.” (12)

L’uomo “A parità di condizioni, cerca di massimizzare la quantità di calorie o di sostanze nutritive rivolgendosi ad alimenti che danno il massimo risultato con la massima certezza, nel minimo tempo e con il minimo sforzo. Cerca anche di assicurarsi contro i rischi della morte per fame: una quantità modesta ma sicura e costante di cibo è preferibile a quantità in media maggiori ma assai fluttuanti. L’orticello del nostro proto-contadino di 11.000 ani fa poteva servire proprio a questo: era una assicurazione contro i tempi di magra, una dispensa utile nel caso la caccia fosse stata scarsa.” (13)

Col neolitico e con la coltivazione delle piante e dell’allevamento degli animali, i gruppi umani abitano in capanne circolari seminterrate e raggiungono la consistenza di 250-500 individui per villaggio. Con la dilatazione spaziale del gruppo umano si ha anche la sua dilatazione temporale, nel senso che sono superati i rischi di estinzione del gruppo umano stesso.

La scelta dell’agricoltura e dell’allevamento avvenne quindi non per rispondere ad un preesistente incremento demografico ma per creare un incremento demografico, condizione essenziale per evitare il rischio di estinzione di piccoli comunità umane.
Con l’agricoltura e l’allevamento le popolazioni umane si sono messi alle spalle il rischio di estinzione. Il rischio di estinzione per piccole comunità di cacciatori-raccoglitori era all’ordine del giorno. Intorno a 15.000-10.000 anni fa “L’insediamento è ancora in caverne, per piccole comunità di 40-50 individui al massimo, caratterizzati da mobilità al seguito degli animali che forniscono il principale contributo alla dieta. La sopravvivenza è ancora un problema di portata quotidiana: non si hanno tecniche né per la produzione di cibo né per la sua conservazione” (14)
Nei millenni successivi le cose cambiano notevolmente. Nel Medio Oriente antico, in quella zona che successivamente sarà chiamata Mezzaluna fertile. “...il periodo 7500-6000 può ormai dirsi pienamente neolitico: comunità di villaggio (di 250-500 persone) sedentarie, con abitati in case di fango o mattoni crudi, di pianta quadrangolare, e con un’economia basata sulla coltivazione di graminacee e leguminose e sull’allevamento di caprovini e suini (alla fine del periodo anche bovini).” (15)


Ulteriori considerazioni

Si aggiungono altre quattro considerazioni (da considerarsi concause) per definire con più compiutezza il contesto che portò prima poche comunità umane e poi molte altre, ad abbandonare la caccia e la raccolta di frutti, semi e radici di piante selvatiche, e a “scegliere”, seppure in modo graduale e in modo non esclusivo, l’agricoltura e l’allevamento.

1a considerazione

Con le variazioni climatico - ambientali avvenute alla fine del pleistocene i grandi erbivori si spostarono verso nord. La caccia sarebbe dovuta avvenire nelle foreste e avrebbe riguardato animali isolati. Questo tipo di caccia richiedeva pochissimi individui e quindi non sarebbe stato più necessario che l’uomo vivesse in gruppi familiari di 40-50 individui ma in gruppi più ristretti, per cui il rischio che i gruppi umani potessero andare incontro all’estinzione sarebbero aumentati se non si fosse scelto l’agricoltura e l’allevamento.

2a considerazione

Il tipo di caccia che si svolgeva nelle foreste (che aveva preso il posto delle precedenti tundre e steppe) riguardava animali di stazza inferiore a quelli cacciati in precedenza nelle tundre e nelle steppe e quindi aveva una resa capace solamente di sostenere gruppi umani ancora più piccoli.

3a considerazione

Con le variazioni climatico – ambientali avvenute alla fine del Pleistocene aumentò notevolmente l’areale di diffusione di quei cereali selvatici, come il grano e l’orzo, che costituiranno, una volta domesticate, insieme alle leguminose e ad altre poche piante, la base dell’alimentazione delle popolazioni neolitiche.

4a considerazione

Questa concausa è molto generica ed è rappresentata dalla considerazione che gli sconvolgimenti climatico-ambientali avvenuti alla fine del pleistocene, avevano dimostrato che la vita basata sulla caccia e sulla raccolta significava per l’uomo che la propria esistenza, come specie, fosse appesa ad un filo sottilissimo. Era urgente quindi dare più stabilità alla specie con la creazione di un rapporto più stabile con la natura e questo obiettivo si raggiunse con la domesticazione di piante ed animali e quindi con l’´invenzione´ dell’agricoltura e dall’allevamento.



(1)AA.VV. La Storia, 1 Dalla preistoria all’antico Egitto, Mondatori 2006, pagg. 99-100;
(2)idem pagg. 101-104;
(3)Luca e Francesco Cavalli Sforza, Chi siamo – La storia della diversità umana, Oscar Saggi Mondatori, 1995, pagg. 207 e 209;
(4)idem pagg. 206 e 207;
(5)Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie – Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, 1998 e 2000 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino, pag. 77;
(6)Mario Liverani Antico oriente – Storia società economia, 1988-2006, Editori Laterza, pag. 16;
(7)Luca e Francesco Cavalli Sforza, Chi siamo – La storia della diversità umana, Oscar Saggi Mondatori, 1995, pag. 189;
(8)Ugo Plez, La preistoria che vive, 1992 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, pag. 5;
(9)idem pagg. 270 e 271;
(10)idem pagg. 274 e 275;
(11)Mario Liverani Antico oriente – Storia società economia, 1988-2006, Editori Laterza, pag. 40;
(12)Luca e Francesco Cavalli Sforza, Chi siamo – La storia della diversità umana, Oscar Saggi Mondatori, 1995, pagg. 199 e 200;
(13)Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie – Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, 1998 e 2000 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino, pag. 80;
(14)Mario Liverani Antico oriente – Storia società economia, 1988-2006, Editori Laterza, pag. 64;
(15)Idem pag. 66 e 69;
(16)S.L. Washburn e Irven DeVore, Il comportamento sociale dei babuini e dell’uomo preistorico, in Sherwood L. Washburn, Vita sociale dell’uomo preistorico, 1971, Rizzoli Editore, Milano; i dati sono presi dalla tabella di pag. 169;
(17)Mario Liverani Antico oriente – Storia società economia, 1988-2006, Editori Laterza, pagg. 69-70;

NOTE mie:
L'età dell'oro paleolitica e la condanna biblica dell'agricoltura neolitica ... bello, ... resta il mistero della mela, dell'albero della conoscenza che forse è individuabile nella scoperta che anche il maschio umano contribuisce alla generazione dei figli ... mentre prima c'era solo la donna ... la Grande Madre Paleolitica.
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Re: Na ‘olta, coanti omani ente ła tera veneta?

Messaggioda Berto » ven mag 01, 2015 11:11 pm

El nomaro de łi omani, de łe çità e de łi vilaj ente ła tera veneta, entel I milegno v.C.

I dati di Strabone e di Pseudo Scymmo, relativi al numero degli abitanti in area venetiana nei secoli precedenti il periodo detto romano:

(1.000.000 di persone, forse 1.500.000, e le 50 città venete, nonchè i precedenti 34 oppida euganei citati da Plinio (III, 134) riportando Catone) sono costituiti dal fondo autoctono euganeo (continuità dal Paleolitico e dal Neolitico con sovrastratificazioni/integrazioni/migrazioni/ibridazioni denominate come venetiche, celtiche, germaniche, retiche, illiriche e relative culture (del Novoletego; de l’età del rame palafitigolo; de l’età del Bronxo de li vilaj arxenà, teramarigoli e castelari; de li opida de li ani del Fero).


Sti dati łi ne vien confermà anca da Strabon e da Pseudo Scymno (geografo grego forse vivesto entel III/II secoło v.C., autor, come Scilace, dei on portolan/periegesi so ła navigasion antiga).
Do, tri secołi en vanti i veneti łi podea metare en pie n’exerçito de suparxò 120.000 soldà (a scoltar n’aotor/scritor de kełi ani, Strabone) prasiò ghe dvoea esarghe/saerghe almanco 6/800.000 omani/abitanti, s-ciavi conprexi; parte de sti soldà łi podea esar merçenari de l'ara balcana, jermana, balta e çelta.
Ente l'ara venesiana, a dita de Pseudo Scymno ghe jera, ente ła parte enterna del golfo veneto, almanco 50 viłaj (çità) de łi Eneti, co suparxò 1.500.000 omani, ke lu el ciàma barbari.


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Carta coulture venet-padan-alpine

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Le datazioni, per semplificazione, sono arrotondate all’ingrosso; la carta è puramente indicativa e serve per farsi un quadro, alla bona, dell’insieme culturo-etno-storego-jeografego.


Le prime çità venete
http://picasaweb.google.it/pilpotis/LePrimeCitaVenete02


Veneto:etimoloja, xenetega e storia
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... QxZzQ/edit
viewtopic.php?f=134&t=24

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Le fonti greghe e latine sora i veneti
http://picasaweb.google.it/pilpotis/LeF ... eSuiVeneti


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Siti età del bronxo e del fero
https://picasaweb.google.com/pilpotis/S ... xoEDelFero

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Gnente ente ła tera veneta a xe paremogno de l'UNESCO. Via dal Veneto ste mostruoxe organixasion ke vioła i diriti omani e łe łebertà dei popołi.
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Re: Na ‘olta, coanti omani ente ła tera veneta?

Messaggioda Berto » ven mag 08, 2015 6:50 am

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https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... wtM28/edit


Sti me dati li vien confermà da : Secondo le stime di Beloch la popolazione abitante il Veneto nel III secolo a.C. doveva aggirarsi intorno ai 250.000 abitanti
Karl Julius Beloch
http://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Julius_Beloch
(on storego màsa condisionà e envelenà da l'edeoloja)
Storia della popolazione d'Italia - Beloch Karl Julius
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El Veneto (kmq 18000) entel III secolo v.C. el gheva suparxò 300/350mila parsone (abitanti).

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Cfr. co:

Xlovakia

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Helvetii

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Xermani de Arminio

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Xermani, Germani
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... RIY0E/edit
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Teotobourgo
na bataja de tera ke come coela de mar a Lepanto la ga canvià el corso de la storia d’Ouropa
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... xSeTg/edit
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Teotoburgo – el degheio par li barbari romani
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... VUY00/edit

Atanarico el grando kel gà acouxà li romani de esar enfedi, tradidori e barbari:
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... cyOUk/edit
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Gnente ente ła tera veneta a xe paremogno de l'UNESCO. Via dal Veneto ste mostruoxe organixasion ke vioła i diriti omani e łe łebertà dei popołi.
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Re: Na ‘olta, coanti omani ente ła tera veneta?

Messaggioda Berto » ven mag 08, 2015 7:02 am

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Dixen ke el całar de ła popołasion a xe dipexo da ła crixi economego-połedgo-militar de l'enpero roman, da łe pandemie o pestilense e da ła carestia ca ghè stà entel V secoło co łe gan aluvion caouxà da ła variasion clematega ... e no dal rivo dei barbari ke łi ga fato manco dàni dei romani co łi ga envaxo mexo mondo.




A łexar ste olteme considerasion sol termene o termenansa de l’enpero roman e ‘l scuminsio de ‘l mexoevo, no ghè posto endoe metar łe man, ametarle ente łi cavej no bastaria; ła gnoransa e l’edeołoja de sti studioxi ła fa oror, e ła ghe fa perdar de valor e de credensa anca a ła so çerca xenetega.
Sti studioxi łi vol far coadrar el çercio no nandoghe contro a kikesipia, łi xe come łi połedeghi połedeganti ke łi conta on fracon de bàłe par contentar tuti a ciacołe e no contentar gnaon dal bon.

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Ła crixi demografega economega ła ga envestio lomè na parte de l’Ouropa e en mexura difarente; ła parte xermana, baltega e xlava de l’Ouropa ła ga vesto n’altro andamento demografego pì favorevołe.

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