Jeografia storega del lesego ministrativo entel Veneto

Jeografia storega del lesego ministrativo entel Veneto

Messaggioda Berto » lun lug 14, 2014 1:36 pm

Jeografia storega del lesego ministrativo entel Veneto
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Veneto:etimoloja, xenetega e storia
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... QxZzQ/edit

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Łe raixe de łe çità venete
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... NBems/edit
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Łe raixe ouropee de łe zenti venete
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Na ‘olta, coanti omani ghe jera ente ła tera veneta?
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... wtM28/edit
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Istitusion Venete - Storia
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... 1jV2s/edit

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Gnente ente ła tera veneta a xe paremogno de l'UNESCO. Via dal Veneto ste mostruoxe organixasion ke vioła i diriti omani e łe łebertà dei popołi.
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Re: Jeografia storega del lesego ministrativo entel Veneto

Messaggioda Berto » lun lug 14, 2014 1:37 pm

Ani veneteghi (ogagni, veneti, reti, çelti, istri, ... ):


Touta, teuta

Teuters, teuta, touta, totam, touto, toutatis, tuath, teutoni, tote, tutore, ...
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Kaimas, Aimoi ?

Egetora, aimo, eik, goltanos, louderobos
Mego dona.s.to a.i./nate.i. re.i.tiia.i. pora.i. / e.getora. r.i.mo.i. ke lo/.u.derobos
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Kaimas, dorf, village, vila, borgo, contrà, selo, sat, landsby, küla, vesnice, dedina, ...
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Ost, osts, ostis, ostiala, ostiaco, hostihavos
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Pilpotis

...


Lamena de Este

Ła pi łonga eiscrision venetega
viewtopic.php?f=84&t=918
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... h3bXc/edit

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Maisteratorbos
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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... lamene.jpg


Łe çità venete (etimołoja), gnanca ona fondà e nomà da łi romani
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Re: Jeografia storega del lesego ministrativo entel Veneto

Messaggioda Berto » lun lug 14, 2014 1:39 pm

Ani veneto romani:

Muniçipo
http://it.wikipedia.org/wiki/Municipio_romano

I municipi (in lingua latina mūnǐcǐpǐum), nella antica Roma ed in particolare nella Roma repubblicana, erano le comunità cittadine legate a Roma, ma prive dei diritti politici propri dei cittadini romani: si distinguevano perciò dai federati, che conservavano la propria sovranità, e dalle colonie.
La maggior parte dei municipia conserva i propri magistrati e una certa autonomia amministrativa.
Con l'estensione della cittadinanza romana a tutti i popoli della penisola (90 a.C.) e a tutti gli abitanti dell'impero (212 d.C.), i municipi persero la loro condizione particolare.
In età medievale e moderna la storia del concetto e del termine si sovrappone a quella del comune.
La parola municipium deriva dal latino munera capere: assumere i doveri, gli obblighi, gli impegni del cittadino romano. Nasce con la romanizzazione dei territori italici, in seguito all'assoggettamento delle comunità locali, realizzato attraverso l'espansione militare o attraverso forme di alleanza; è, quindi, dominato dalla civitas romana che fornisce un modello, uno schema, sul quale le singole organizzazioni municipali avrebbero dovuto modellare le proprie costituzioni.

Le condizioni di sottomissione o integrazione dei singoli municipi rispetto al centro erano tuttavia sancite, di volta in volta, da un foedus, da una legge, da un plebiscito o da un senatoconsulto romano.
In ogni caso, ogni municipio conservava parte della propria autonomia ed identità, anche nel caso di massima integrazione; infatti i municiepes, cioè gli appartenenti a un municipio, avevano comunque un'organizzazione separata da quella del populus Romanus: «qui ea conditione cives fuissent, ut semper rem publicam separatim a populo Romano haberent».

Durante il principato, aumentando il potere centrale, il governo cercherà di ampliare il controllo dei territori a esso sottoposti; tuttavia, poiché era forte il senso di non domabilità del mondo intero, la risposta giuridica fu un'unificazione (non solo territoriale, ma anche e soprattutto amministrativa) del mondo attraverso il diritto, che si irradiò da Roma verso tutte le aree conquistate. Tale processo si concluse con la Constitutio antoniniana.

I municipi erano retti da due quattuorviri iure dicundo e due quattuorviri aedilicia potestate.
I quattuorviri iure dicundo sono magistrati cittadini con eponimia come i consoli a Roma. Esercitano la giurisdizione civile e penale, convocano e presiedono le sedute del consiglio e le assemblee popolari, provvedono ad attribuire gli appalti di opere pubbliche, chiamano i cittadini alle armi.
Magistrati inferiori sono i quattuorviri (o duoviri) aedilicia potestate che curano l'approvvigionamento della città (cura urbis); sorvegliano strade, edifici pubblici e templi (cura viarum et aedium); vigilano sulla politica annonaria (cura annonae).
I magistrati sono eletti nei comitia e hanno come segni distintivi la toga praetexta e la sella curule.
In tutti i municipi vi era un consiglio cittadino per l'amministrazione della città in tutti gli ambiti.
Tale consiglio era chiamato ordo o, più raramente senatus, in genere composto da cento consiglieri (decuriones, senatores) scelti ogni cinque anni generalmente fra ex-magistrati.
I decurioni dovevano essere cittadini nati liberi, avere diritti civili, essere di condotta morale irreprensibile, possedere un certo censo. Non potevano essere né deportati, né condannati ai lavori forzati, né torturati, e possedevano posti speciali in teatro.

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... A7ipio.jpg


El mito del mouniçipo roman

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Municipium

http://it.wikipedia.org/wiki/Municipium

... Con il termine municipium si designavano le comunità già esistenti, i cui cittadini venivano incorporati nella civitas romana.
Esse conservavano un certo grado di autonomia, mantenendo i magistrati e le istituzioni loro propri.

Esisteva una distinzione tra municipia optimo iure e municipia sine suffragio.

I cittadini dei primi avevano la piena cittadinanza romana e il diritto di voto, al contrario i cittadini dei secondi erano esclusi dall'esercizio del voto. Questa seconda tipologia fu di breve durata. ...


Municipio
http://www.treccani.it/enciclopedia/mun ... _Storia%29

Nella Roma repubblicana (dalla metà del 4° sec. a.C.) m. era la città assoggettata a Roma e sottoposta a oneri (munus capere).
Con l’assoggettamento il m. perdeva la propria sovranità, senza partecipazione ai diritti politici di Roma (sine suffragio).
Si distingueva quindi dalle comunità annesse in condizioni di parità con gli originari di Roma (cives optimo iure); dalle città alleate (foederatae), che, salvo limitazioni di carattere internazionale, conservavano formalmente la propria sovranità; dalle coloniae dedotte dalla stessa Roma e regolate da statuti che garantivano la piena cittadinanza (coloniae civium Romanorum) o addirittura una situazione di alleanza privilegiata; dai fora, vici, conciliabula, frazioni dipendenti dai m. stessi o dalle prefetture.

La condizione giuridica dei diversi municipi era varia: i più conservavano i loro magistrati elettivi, e conseguentemente larga autonomia giurisdizionale e amministrativa; altri erano governati da funzionari (praefecti) romani; vi erano infine i municipes aerarii, assoggettati per punizione (dopo una defezione, come per es. Capua).

Con la concessione della cittadinanza ai soci italici (90 a.C.), il regime municipale si estese anche alle città federate; i nuovi municipi ebbero un’organizzazione uniforme: il quattuorvirato, un collegio in cui due membri esercitavano le funzioni giurisdizionali e gli altri due quelle amministrative.

I municipi più antichi continuarono invece ad avere le loro passate magistrature.

Nell’età imperiale, mentre avvenne la fusione tra i municipi propriamente detti e le colonie sotto il nome unico di universitates, decadde progressivamente l’autonomia municipale, mentre si accrebbe l’ingerenza del potere centrale.

Nelle province l’organizzazione municipale restò ignorata sino alla fine della repubblica: vi erano le antiche città sovrane, con larga autonomia, ma straniere, e la massa dei sudditi privi di organizzazione cittadina.
Concessa a tutti gli abitanti dell’impero la cittadinanza romana con la Costituzione di Caracalla del 212, le città peregrine si avvicinarono alle italiche in quell’inesorabile movimento che tese a livellare l’Italia e le altre province sotto il dispotismo imperiale.

Le città ebbero un proprio senato (curia) che nominava i magistrati, di regola duumviri.
Ma era solo una parvenza di libertà: la reale funzione della curia era prevalentemente quella di designare i cittadini capaci di assumersi il rischio della percezione delle imposte e gli oneri; mentre la magistratura dei duumviri, priva di giurisdizione contenziosa, aveva come sua principale funzione la registrazione degli atti.
Vi era poi accanto al curator civitatis, che sorvegliava l’amministrazione finanziaria, il defensor plebis o civitatis, nominato prima dal prefetto pretorio poi eletto dalla città, con giurisdizione civile e criminale nelle cause di minore importanza.


http://www.treccani.it/vocabolario/prefettura
prefettura s. f. [dal lat. praefectura, der. di praefectus «prefetto»]. –

1. Nell’antica Roma, la carica di prefetto; anche, il territorio governato da un prefetto e gli uffici da lui dipendenti (dalla fine del sec. 4° a. C. erano dette prefetture le città d’Italia situate oltre una certa distanza da Roma, alla cui giurisdizione erano preposti i prefetti delegati dal pretore urbano); prefettura urbana, gli uffici generali del prefetto dell’Urbe. In età imperiale, ciascuna delle quattro parti in cui Diocleziano aveva diviso l’impero (Gallie, Illirico, Italia, Oriente).

2. In età moderna, titolo, ufficio, sede di prefetto, in quanto rappresentante del governo in una provincia; anche, il complesso degli uffici che dipendono da un prefetto, e la sede in cui il prefetto risiede: impiegato, consigliere, segretario di p.; aspirare alla p.; per avere il permesso bisogna rivolgersi alla p.; il palazzo della p.; andare in o alla prefettura.

3. Nell’organizzazione della Chiesa cattolica, p. apostolica, la funzione di prefetto apostolico, e il territorio al quale egli è preposto. Nell’ordinamento della Curia romana il termine indica due uffici: la P. degli Affari economici, per la vigilanza sulle amministrazioni della S. Sede, e la P. della casa pontificia, che regola tra l’altro le udienze, le cerimonie, le visite e i viaggi del Papa fuori del Vaticano.
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Re: Jeografia storega del lesego ministrativo entel Veneto

Messaggioda Berto » lun lug 14, 2014 1:41 pm

Ani veneto romani:

Vicus
http://it.wikipedia.org/wiki/Vicus
Il vicus, nell'antica Roma, era un aggregato di case e terreni, sia rurale che urbano, appartenente ad un pagus che non aveva alcun diritto civile come il municipium o la colonia romana.
Ogni vicus aveva una sua denominazione tratta dagli abitanti, dagli eventi che vi si erano svolti o dai mestieri che vi si esercitavano. In uno di essi risiedeva il Magister, appartenente al patriziato romano.

I vici potevano essere distinti in:

pagani o rustici, se situati in campagna;
castelli, se muniti di mura;
anteurbani se erano prossimi alla città;
urbani se cittadini.

Il vicus paganus o rusticus era costituito da casolari o abitazioni rurali congiunte fra loro in un pagus, ma separate dalla città. Il vicus urbanus era un vero e proprio quartiere cittadino, organizzato amministrativamente a fini di censimento e caratterizzato dal culto particolare dei Lares compitales e poi dal Genius Augusti. Generalmente i vici non ebbero un'organizzazione politico-amministrativa propria, perché erano inseriti o nell'amministrazione dei pagi rurali o in quelle della città.
Dopo il IV secolo i pagi furono assorbiti dai municipi e dalle città e rimasero solo i vici rustici, che raggiunsero una parziale autonomia in ambito rurale.

Pagus
http://it.wikipedia.org/wiki/Pagus
Il termine latino pagus fa parte del lessico amministrativo romano, e stava ad indicare una circoscrizione territoriale rurale (cioè al di fuori dei confini della città), di origine preromana e poi romana, accentrata su luoghi di culto locale pagano prima e cristiano poi.
All'interno del pagus vi erano diversi vici (Lat. vicus), in ognuno dei quali risiede il Magister, appartenente al patriziato romano. Sebbene siano noti diversi di questi pagi, come quello Bagienno, Eboreo e Domizio di Bobbio, sotto il Municipio della città romana di Velleia, dedotti con i loro confini e i vici più importanti dalle descrizioni della Tavola alimentaria di Velleia, oppure quello di Libarna, è difficile ricostruirne per molti i confini. Gli agrimensori romani, infatti, nella misurazione dei terreni da assegnare a veterani, non tennero conto dei limiti del pagus che poi venne sostituito più avanti per inglobazione dal vicus. Per di più l'ordinamento romano, facente capo alle città (colonie o municipi), venne gradualmente a sottoporre gli ufficiali del pagus a quelli della città dopo il IV secolo, anche se al pagus rimanevano anche alcune funzioni come quello della manutenzione delle strade. Si è, però, accertato che il pagus spesso si estendeva sui due versanti di un monte e possedeva beni comuni (boschi e pascoli). In parecchi casi l'antico pagus può essere individuato nella primitiva pieve, in quanto nelle campagne la chiesa cristiana si sostituì all'antico culto gentile (paganalie).

Al pagus romano si assimilò il Gau dei popoli germanici.
http://it.wikipedia.org/wiki/Gau_(suddi ... rritoriale)
Un Gau (plurale: Gaue) è un termine tedesco che identifica una regione all'interno di una nazione o di una provincia. Era utilizzato in epoca medievale, quando corrispondeva all'incirca alle attuali contee inglesi, e il termine rientrò in uso come suddivisione amministrativa nel periodo del dominio nazista in Germania.
Gaue nel periodo medievale
In origine, un Gau era un termine francese che indicava una divisione politico-geografica di una nazione.
La parola è la radice germanica del latino pagus, il villaggio. Da qui, il Gau è analogo al pays della Francia feudale. Nel medio alto tedesco, si diceva gou, o in lingua gotica gawi. Altre parole equivalenti in altre lingue sono Gouw in olandese (come Hetware / 'Hettergouw'), Go in frisone, Gô in antico sassone e probabilmente *Ge in antico inglese, che sopravvive in nomi come Vange, Essex ('fenn-*ge', distretto di fen), o come Surrey (Sutherge = "terra del sud"). Il termine Gau o Gäu è collegato ad un altro termine geologico tedesco e nome di luogo, Au e Aue, che in antico alto tedesco era ouwe.
Nelle terre di lingua tedesca ad est del Reno, il Gau formava l'unità amministrativa dell'impero carolingio, durante il IX e X secolo. Molti territori come questi evolsero in seguito in quello che divenne conosciuto come Grafschaft, il territorio di un Graf, o conte; il conte era in origine un governatore nominato dall'alto, ma la posizione divenne poi ereditaria, come quella dei vassalli.


Colonia romana
http://it.wikipedia.org/wiki/Colonia_romana
Una colonia romana era una comunità autonoma, situata in un territorio conquistato da Roma in cui si erano stanziati dei cittadini romani, legata da vincoli di eterna alleanza con la madrepatria.

Origine e sviluppo
L'istituzione della Colonia romana si fa risalire ai tempi della sua fondazione e alle prime istituzioni volute da Romolo, e diversamente da quelle greche, comportava la compresenza di coloni romani e quella parte di uomini delle città conquistate, che non veniva destinata alla schiavitù.
Come luoghi in cui stanziare i propri coloni i romani prediligevano città già abitate dai popoli sottomessi. Inizialmente servivano da avamposto per controllare un territorio che sarebbe stato ulteriormente colonizzato: in questo senso, il ruolo di Aquileia nell'espansione romana verso il nord est fu importantissimo.
« Nello stesso anno [181 a.C.] fu dedotta nel territorio dei Galli la colonia di Aquileia. 3.000 fanti ricevettero 50 iugeri ciascuno, i centurioni 100, i cavalieri 140. I triumviri che fondarono la colonia furono Publio Scipione Nasica, Gaio Flaminio e Lucio Manlio Acidino. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XL, 34.2-3.)
Verso la fine della Repubblica Romana, le colonie servirono soprattutto da territorio abitabile dai proletari o dai veterani dell'esercito romano: in questo modo si riduceva la pressione demografica dell'Urbe.

Amministrazione
Esistevano diversi tipi di colonia. I più importanti erano le colonie romane e le colonie di diritto latino.

Colonia romana
Gli abitanti di una colonia romana erano cittadini di Roma e godevano quindi del riconoscimento di tutti i diritti legati a questa condizione. L'amministrazione della città era controllata direttamente da Roma.

Colonia di diritto latino
Nel secondo caso venivano istituite nuove entità statali, con magistrati locali, autonomia amministrativa e, in alcuni casi, con l'emissione di monete, ma comunque con l'obbligo di fornire, in caso di guerra, l'aiuto richiesto da Roma secondo la formula togatorum. Gli abitanti delle colonie latine non erano cives Romani optimo iure, ma possedevano lo ius connubii e lo ius commercii secondo i diritti del Nomen Latinum. Le colonie venivano fondate secondo il diritto latino sia come forma di controllo della diffusione della cittadinanza romana (in quanto considerata superiore a tutte le altre), sia per motivi pragmatici: non essendo direttamente governate da Roma come le colonie di diritto romano, ma avendo magistrati propri, potevano meglio e più velocemente prendere decisioni per difendersi da pericoli imminenti.
Le colonie erano rette dai duoviri, da un senato locale e da un'assemblea popolare. In età imperiale alcune città si arrogarono il titolo di colonia pur non possedendolo, perché questo titolo era diventato un privilegio di pochi municipia.

Akileja, Aquleia
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Provincia
http://it.wikipedia.org/wiki/Provincia_romana
Una provincia romana era la più grande unità amministrativa dei possedimenti stranieri dell'antica Roma (durante la Repubblica anche nella penisola italiana, da Augusto solo fuori di essa). (L'odierno termine di uso generale provincia venne introdotto dai Romani).
Il termine provincia, dopo gli ampiamenti del territorio della Repubblica tra la fine del III e il II secolo a.C., passò gradualmente a significare non più la sfera di competenza di un magistrato, ove egli potesse dispiegare il suo imperium (potere), ma il territorio sottomesso sul quale questi esercitava i propri poteri, al di fuori dell'Italia romana.
L'organizzazione dei nuovi territori annessi alla res publica romana veniva normalmente realizzata dal generale che li aveva conquistati, per mezzo di una lex provinciae ("legge della provincia" per la "redactio in formam provinciae" o "costituzione in forma di provincia"), emanata sulla base dei poteri che gli erano stati delegati con l'elezione alla carica, oppure da un autorevole esponente del senato insieme all'ausilio di una commissione di dieci/cinque altri senatori.
La legge doveva, quindi, essere ratificata dal Senato, che poteva inoltre inviare delle commissioni di legati con poteri consultivi.
La legge poteva stabilire l'ordinamento definitivo. Il suo contenuto riguardava contenuti assai ampli: la struttura interna della provincia, suddivisa in circoscrizioni amministrative (spesso denominate conventus); il regime del suolo e il grado di autonomia delle città esistenti (soggette a seconda dei casi, alla giurisdizione del governatore provinciale); le forme di imposizione e il livello di tributo; eventuali limitazioni dei suoi abitanti (es. ius connubii o ius commercii); la composizione dei senati locali; la compatibilità tra lo status dei cittadini e la cittadinanza romana. Non sempre tuttavia la legge seguiva immediatamente alla conquista, soprattutto per le province annesse in epoca più antica.
Le province erano governate da magistrati appositamente eletti (pretori) o da consoli o pretori di cui veniva prolungata la carica (prorogatio imperii o "prolungamento del comando": proconsoli e propretori), coadiuvati per l'amministrazione militare e civile dai questori e da numerosi altri funzionari (cohors praetoria).
Nel periodo iniziale vennero considerate soprattutto territori di conquista e sottoposte a tributo (vectigal) e allo sfruttamento economico. Le condizioni dei sudditi erano tuttavia piuttosto varie, a seconda delle diverse condizioni di partenza e soprattutto nei casi in cui l'ampliamento territoriale era avvenuto in via pacifica, come per i testamenti regali che portarono all'acquisizione del regno di Pergamo, della Cirenaica, della Bitinia e dell'Egitto e nei quali si prevedeva il rispetto delle precedenti autonomie cittadine.
Le città conservarono in grado variabile la propria autonomia (spesso in relazione all'atteggiamento tenuto nei confronti del vincitore): civitates stipendiariae ("città stipendiarie") liberae ("libere"), o liberae et immunes ("libere ed esenti da imposta"), in entrambi i casi per concessione, sempre revocabile, da parte di Roma, o foederatae ("alleate") in forza di un patto. A queste si aggiunsero le colonie di cittadini romani o italici. L'organizzazione territoriale si articolava sulle città già esistenti, soprattutto nelle province orientali, mentre nelle province occidentali, dove le città erano più scarse, il territorio venne inizialmente articolato in distretti rurali, a fini essenzialmente tributari. La successiva fondazione sistematica di colonie e la concessione ad altre città dello status di municipio, favorì la romanizzazione dei territori conquistati.
Il governatore esercitava un potere assoluto (imperium) militare, amministrativo, finanziario e giuridico, sia penale che civile. La provincia era suddivisa in distretti giudiziari (conventus o diocesi), ciascuno con il proprio capoluogo: inizialmente si trattò delle tappe dell'itinerario che il governatore seguiva all'interno del territorio di sua competenza per esercitarvi le proprie funzioni giudiziarie.
All'inizio del proprio mandato, il governatore emanava un "editto provinciale", nel quale venivano fissati i modi della gestione delle proprie competenze, forse estensione ai cittadini romani residenti nella provincia del simile editto del pretore urbano. Anche la proprietà del suolo e i modi dell'esazione tributaria variavano a seconda della situazione presente all'atto della conquista. Solo una parte del territorio veniva annessa direttamente come ager publicus populi romani e il suo sfruttamento era appaltato alle società di pubblicani (societates publicanorum), a cui più tardi venne appaltata anche la raccolta delle imposte.
A partire dalla seconda metà del II secolo a.C. l'iniziale linea politica di conservazione dello status quo e di neutralità formale viene progressivamente a modificarsi, in particolare in relazione con le lotte politiche romane e con il desiderio dei contendenti di creare un centro di potere personale attraverso il governo provinciale.


Viła/villa
http://it.wikipedia.org/wiki/Villa_romana
La villa in età romana era essenzialmente una casa di campagna. Sviluppatasi in Italia in particolare a partire dall'età tardo-repubblicana, sorgeva come residenza padronale al centro di un complesso di edifici e di terreni destinati alla produzione agricola oppure come luogo per il riposo (otium) dalle attività e dagli affari (negotium) praticati in città.

Secondo Plinio il Vecchio e Vitruvio vi erano due tipi di villa: la villa urbana, che era una residenza di campagna che poteva essere facilmente raggiunta da Roma (o da un'altra città) per una notte o due, e la villa rustica, la residenza con funzioni di fattoria occupata in modo permanente dai servi o da schiavi che ci lavoravano per i padroni.

La villa rustica in età romana

Schema di villa rustica
La villa rustica in origine era sostanzialmente il nucleo di un'azienda agraria a conduzione familiare, dove veniva prodotto ciò che era necessario al sostentamento. Col passare degli anni e l'accrescersi della potenza di Roma, che a ogni conquista trasferiva in Italia centinaia di migliaia di schiavi da sfruttare nei più svariati lavori, le ville rustiche si fecero sempre più grandi e sontuose (200-250 ettari sembra comunque la misura media) e la produzione agricola diventò un'attività il cui scopo non era più semplicemente quello di sfamare il padrone, ma anche e soprattutto di vendere i prodotti in eccesso anche su mercati lontani.

In particolare, la villa come azienda agricola fu una forma presente soprattutto in Italia centrale, dalla Campania all'Etruria (celebre la Villa Settefinestre ad Ansedonia) ed è stata considerata da alcuni studiosi come la forma produttiva più originale, efficiente e razionale che l'economia romana abbia prodotto, la più vicina a sfiorare un modo di produzione propriamente capitalistico. Le produzioni erano differenziate: piantagioni (soprattutto ulivi e vite), altre coltivazioni intensive, orti, pascoli, impianti di trasformazione, depositi, mezzi di trasporto. Si trattava, insomma, di una vera fabbrica rurale organizzata.

Il lavoro era affidato a una massa di schiavi organizzati con disciplina militare, inquadrati da sorveglianti, schiavi anch'essi, sotto la direzione di un vicario del padrone, il villicus.

Una organizzazione così complessa necessitava di solide competenze, che i romani non esitarono a tradurre in famosi testi di agronomia, come: il De agri cultura di Marco Porcio Catone, il De re rustica di Marco Terenzio Varrone e i libri di Columella.

La villa era divisa in diversi settori:

La Pars Dominica era la zona residenziale, destinata al dominus e alla sua famiglia;
La Pars Rustica era la zona destinata alla servitù, ai lavoratori dell'azienda;
La Pars Fructuaria era destinata alla lavorazione dei prodotti.
Le Pars Rustica e Fructuaria assieme formavano la Pars Massaricia.

La progressiva riduzione degli schiavi, dovuta al concludersi della fase espansionistica dell'Impero romano (II secolo d.C.), costrinse l'aristocrazia fondiaria a cedere una parte sempre più vasta della terra a coloni. Questi ultimi, a differenza degli schiavi, erano liberi, ma legati al latifondista secondo la forma della commendatio, ovvero in cambio della protezione garantita dal padrone avevano l'obbligo di prestare servizi (corvée) e pagare canoni. Nelle ville vigeva la responsabilità collettiva del pagamento delle tasse.

La villa urbana in età romana

Schema di villa urbana
La villa urbana può essere considerata come la sede del prestigio e del benessere dei romani più ricchi, il luogo delle relazioni sociali. Col tempo le ville urbane andarono ampliandosi, diventando pian piano simili alle residenze cittadine. Dotate di ogni comodità, spesso erano più grandi delle domus di città ed erano autosussistenti. Potevano avere biblioteche, sale di lettura, stanze per il bagno caldo, freddo e tiepido, una piscina scoperta ed una palestra. Ampi porticati permettevano passeggiate all'aperto. Erano circondate da parchi e giardini molto curati.
Una delle ville romane più maestose che si possono tuttora visitare è Villa Adriana, a Tivoli. Ma si possono ricordare anche le ville di Baia e Posillipo, la Villa dei Misteri a Pompei, la Domus Aurea di Nerone a Roma, la villa del Casale di Piazza Armerina.

La villa in epoca medioevale
Dopo le invasioni barbariche, i latifondisti usavano i barbari come milizia per tenere soggiogati i coloni affinché non si ribellassero.
Dopo l'invasione longobarda le ville rimasero in mano ai latifondisti latini, ma erano particolarmente spremute fiscalmente. Da questo periodo presero a chiamarsi curtes. Ogni villa o curtis poteva avere un'estensione tra i 100 ed i 10.000 ettari (in quest'ultimo caso se include area boschiva), anche suddivisi in più appezzamenti sparsi (anche fino a 40). Poteva essere laica oppure ecclesiastica.

La Pars rustica era divisa in appezzamenti chiamati manso affidati al singolo colono. I mansi potevano avere estensione tra 5 e 30 ettari. Esistevano anche mansi liberi da sudditanza, ed erano chiamati mansi allodiali, che potevano anche essere uniti in villaggi. A partire dall'anno mille la Pars Dominica cominciò ad essere venduta a borghesi imprenditori, con redditi ottenuti dai diritti bannali.

http://it.wikipedia.org/wiki/Villa_(geografia)
Con villa in latino s'indicava originariamente una dimora di campagna o una fattoria con podere. Con il tempo in italiano antico il termine ha acquistato anche il nuovo significato di piccolo centro abitato divenendo, in pratica, un equivalente di vicus, quindi borgata o villaggio di campagna.
Villaggio ha una chiara derivazione da villa così come villano o villico, che identificano l'abitante delle ville, anche nella definizione più specifica di "agricoltore" o "campagnolo".

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Pieve
http://it.wikipedia.org/wiki/Pieve
Il termine pieve deriva direttamente dal latino plebs (= plebe, genitivo plebis). Con la progressiva affermazione del Cristianesimo il termine passò a indicare la comunità dei battezzati compresa entro un'organizzazione territoriale. In età romana, una pieve poteva sorgere sia in città che in campagna.
Dopo la caduta dell'Impero Romano e il graduale disfacimento delle istituzioni e delle strutture poste a governo del territorio, l'amministrazione delle pievi passò in gran parte alle autorità religiose, sia nelle aree di campagna sia nei centri abitati di una certa importanza (o perché sedi di mercato o in quanto sedi amministrative o stazioni di posta, oppure ancora insediamenti agricoli di dimensioni maggiori). Il maggiore sviluppo di questa organizzazione territoriale si ebbe in zone in cui l'autorità centrale era più debole, spesso di difficile accesso.
Con l'arrivo dei Longobardi, il termine plebs-"pieve" passò a indicare le popolazioni soggette, tenute a pagare tributi ai conquistatori, i quali, viceversa, si raggruppavano nelle "fare". Il termine passò dunque a caratterizzare la contrapposizione culturale e sociale fra i sudditi "romani" e la classe dominante longobarda.
In Lombardia questi raggruppamenti presero il nome di pievi, corti o squadre.


Da Augusto
http://it.wikipedia.org/wiki/Augusto
...



Da Dioclesian

http://it.wikipedia.org/wiki/Diocleziano
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/c ... tianus.PNG
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/c ... tianus.PNG

Le 12 diocesi nella nuova divisione tetrarchica dell'impero romano voluta da Diocleziano attorno al 300.
...
Per facilitare l'amministrazione ed il controllo fu, inoltre, potenziata la burocrazia centrale e si moltiplicarono le suddivisioni amministrative: le quattro parti dell'impero (prefetture), governate ciascuna da uno dei tetrarchi (2 Cesari e 2 Augusti), furono affidate per l'amministrazione ad un "prefetto del pretorio". Le prefetture erano suddivise in 12 "diocesi" con a capo i "vicarii", a loro volta divise in "province" con a capo correctores o presides, e queste in municipia e curiae.

http://it.wikipedia.org/wiki/Iugatio-capitatio
Gnente ente ła tera veneta a xe paremogno de l'UNESCO. Via dal Veneto ste mostruoxe organixasion ke vioła i diriti omani e łe łebertà dei popołi.
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Re: Jeografia storega del lesego ministrativo entel Veneto

Messaggioda Berto » lun lug 14, 2014 1:42 pm

.
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Re: Jeografia storega del lesego ministrativo entel Veneto

Messaggioda Berto » lun lug 14, 2014 1:43 pm

Ani veneto xermani:

Mexoevo - ani o secołi veneto-xermani (suxo 900 ani) e naseda o sorxensa dei comouni
viewforum.php?f=136
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... NHNWM/edit

Xermani, Germani
viewtopic.php?f=134&t=524
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... RIY0E/edit


Arimanni e cołonixasion xermana
http://www.rm.unina.it/biblioteca/volum ... imanni.pdf



Goti:

??? voxe gota o longobarda o sasone o rivà co i franki ???
Godego, Godega, Goito, Goido, Godo e Gottolengo
viewtopic.php?f=45&t=976


...

Longobardi:

Soçetà longobarda
http://it.wikipedia.org/wiki/Societ%C3%A0_longobarda

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 11/120.jpg

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 11/122.jpg

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 11/133.jpg

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 11/143.jpg

Corti xerman-venete, venete e mantoane
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... 9JS28/edit

Caxałi, masarie e borghi xerman-veneti e veneti
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... 94M1E/edit

Bra, Breda, Braida, Brajo, Braglio
viewtopic.php?f=45&t=563

Castelroto/Caxalroto/Viłarota
viewtopic.php?f=45&t=183


Çexete e canpisanto longobardi, xerman-venete e venete
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... JNMm8/edit

Canpisanti o çimiteri longobardi e xermani ente ła tera veneto-furlana
viewtopic.php?f=43&t=959
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Re: Jeografia storega del lesego ministrativo entel Veneto

Messaggioda Berto » lun lug 14, 2014 1:43 pm

Roman d’Exełin da ariman o da roman o da Sagro Roman Enpero
viewtopic.php?f=45&t=1064

Col termine di arimanno (dal germanico Heer - esercito e Mann - uomo) si indicava, specificamente in ambito longobardo, ogni maschio adulto libero in grado di portare le armi, ammesso per questo a partecipare all'assemblea comunitaria (gairethinx), con ciò facendo coincidere dignità militare e dignità civile.

Il termine, etimologicamente "uomo in armi", sottintende lo stretto legame tra libertà individuale e diritto-dovere di combattere esistente nelle antiche comunità germaniche, frammentate e dedite alla guerra ed al saccheggio ai danni dei vicini per una parte dell'anno (???). Col tempo, che portò alla nascita di entità politiche superiori alla tribù, a più perfezionate tecniche militari, ad operazioni belliche di portata e durata sempre maggiori, fu necessaria una migliore suddivisione dei compiti all'interno della società e per sopravvivere molti dovettero rinunciare a prestare servizio militare (degradandosi quindi ad inermes, come erano definiti i lavoratori delle campagne romane, ossia a pauperes, secondo il vocabolario carolingio).

Se tale tendenza già in atto fu accelerata, con la conquista dell'Italia, dalla fusione con le strutture politico-economiche di origine romana (???), il feudalesimo franco e la dissoluzione dell'impero carolingio fecero scomparire definitivamente gli arimanni come gruppo sociale, di cui ultimi epigoni furono gli allodieri: probabilmente una parte di essi, postasi al servizio dei potenti, andò a costituire il germe della nascente cavalleria; un'altra parte, la maggioranza, si confuse con la massa dei contadini asserviti, nell'ambito della redistribuzione dei poteri che portò alla signoria di banno.

L'organizzazione comunitaria degli arimanni (tradizionalmente indipendente, sebbene in modo parziale ed instabile, dal potere locale, viceversa legata direttamente al sovrano), con il nome stesso, si conservò ancora per secoli in certi nuclei rurali, destinati talvolta a dar vita a comuni; col tempo tuttavia, data la latitanza di un potere regio cui rendere gli obblighi tradizionali e che ne riconoscesse nel contempo i diritti di uomini liberi, persero nei fatti il diritto (e la possibilità economica) di portare armi e conservarono invece gli obblighi connessi alla guerra, sotto forma di «servizio» (obsequium), quali la costruzione ed il mantenimento di ponti, fortificazioni, strade: il loro status venne visto in definitiva come più gravoso rispetto a quello della maggioranza della popolazione asservita.

http://it.wikipedia.org/wiki/Gairethinx
Nel diritto longobardo il gairethinx corrisponde alla consegna della legge al popolo da parte del re, legge preventivamente approvata dai soldati battendo le lance sugli scudi. Il termine indicava anche l'assemblea stessa del popolo in armi (il Concilum di cui parlano Tacito nell'opera De origine et situ Germanorum e Cesare nel De bello gallico) che, anche dopo l'insediamento in Italia del popolo longobardo, decideva l'elezione del re e deliberava sulle scelte politiche, diplomatiche, legislative e giudiziarie più importanti. Depositaria delle Cawarfidae, le norme tradizionali del popolo, non era tuttavia tanto un'arena pienamente democratica, assimilabile a un moderno parlamento, quanto il luogo nel quale i duchi, capi delle fare, facevano valere la propria prominenza.
Il Gairethinx (la parola contiene una radice germanica connessa, per esempio, al sostantivo inglese thing = cosa) ricorre nell'accezione della mancipatio romana, la consegna di qualcosa a qualcuno da una posizione superiore. Si tratta pertanto di una forma di concessione.


Codici longobardi-łesego xerman.pdf
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... hxVEk/edit

Quaderni del Dipartimento di Linguistica - Università di Firenze 9 (1998/99): 191-240 GERMANISMI EDITI E INEDITI NEL CODICE DIPLOMATICO LONGOBARDO: ANTICIPI DA UNO SPOGLIO INTEGRALE E COMMENTATO DI FONTI LATINE IN VISTA DI UN TESORO LONGOBARDO*
Giovanna PRINCI BRACCINI

1.1. Sostantivi. Posizione e funzione sociale.

3-4. arimannus (11) ‘exercitalis’ (aremanni [1], aremanno [1], aremannos [4], ariman [1], arimannis [1], arimanno [1], arimannos [1], arimanorum [1]);
arimanna (2) ‘qualifica di donna libera’ (?) (arimannas e arimannis).
In entrambe le occorrenze di arimanna è stato sentito come non sufficiente usare la forma femminile di (h)arimannus da sola e dunque la si è fatta accompagnare rispettiva-mente da feminae e da mulieres : “... de arimannis feminis pertinentibus ipsi monasterio et curtibus atque rebus superius comprehensis in coniugio sibi usque nunc sociaverunt ...” (770-772, nel Regestum Farfense di Gregorio da Catino, C.D.L. III.1: 250.21) e “... omnes servi de suprascribta monasteria vel curtes ad eas pertinentes, qui arimannas mulieres sibi in coniugio sotiaverunt vel in antea sotiaverint ...” (Brescia, 772, in copia del secolo IX ex. o X in., C.D.L. III.1: 259.11). Si tratta di matrimoni fra servi del monastero e donne libere, come è confermato da un altro ‘praeceptum’ dove, nella stessa situazione, si parla di “... mulieres illas liberas, quae usque nunc, dum libera essent, servis ecclesiae vestrae se in matrimonio tradiderunt ...” (Pavia, 744, in copia del secolo X, C.D.L. III.1: 83.26).


31. gairethinx (1) ‘assemblea popolare’, ‘[tipo di] convalida di un negozio giuridico’, ‘dono’ (garethinx).
Non è il caso di ripetere quanto già detto in Princi Braccini 1995: in part. 1076-1078. Voglio invece attirare l’attenzione sul più ampio contesto della ‘notitia iudicati’ pavese (del 762 in copia del secolo IX, C.D.L. II: 112.11), notando l’esplicito riferimento alla lettera della legge (Liutprando 73 De donatione quae sine launigild aut sine thingatione facta est, che chiarisce Rotari 225): “... et non haberit adversus ipsum exenodochio aliquid quod reppetere, quis eius cartula, quamquam exemplar tantumodo essit et autentica exinde non haberit, stare nullu modo deberit, quia nec per garethinx nec per launichild factam non erat, sicut edicti contenit textus” (simile tenore nel lascito testamentario citato al n° 39).

Arimanni de Castagnetti
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... o5TXM/edit

Veronexe, istitudi de li ani xermani pricomounali: arimania, maxnada, famuli, vicinia, ...
https://picasaweb.google.com/pilpotis/V ... uliVicinia
Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 11/222.jpg
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Re: Jeografia storega del lesego ministrativo entel Veneto

Messaggioda Berto » lun lug 14, 2014 1:43 pm

Gastaldo, Aldo, aldii e Sculdàso (sculdascio) e Valvasor e Gaxindo

http://it.wikipedia.org/wiki/Gastaldato

Nell'ordinamento medievale, il gastaldato o gastaldìa era una circoscrizione amministrativa governata da un funzionario della corte regia, il gastaldo o castaldo, delegato ad operare in ambito civile, militare e giudiziario (gastaldi venivano designati sia gli amministratori regi o ducali e sia personalità che esercitavano la sovranità sul territorio del Gastaldato).

Nell'ordinamento longobardo il gastaldato serviva da contrappeso alla quasi indipendenza dei duchi, i quali amministravano circa 1/3 delle terre. L'ufficio era temporaneo e la sua importanza venne meno con il crescere della potenza ducale di fronte a quella regia. I Longobardi avevano diviso i loro domini in molti gastaldati ognuno dei quali era in mano ad un gastaldo. Nel Ducato di Spoleto ce n'erano 10.

Però nei ducati di Spoleto e di Benevento il gastaldus è subordinato al duca, infatti questi due ducati già da prima della metà dell'VIII secolo hanno un'organizzazione diversa da quella di tutto il resto del regno longobardo. Il gastaldo è direttamente dipendente dal duca e ha competenza su un territorio ben determinato con pienezza di funzioni. Il rapporto che intercorre tra i molti duchi e il re del regno, nei ducati di Spoleto e Benevento, è esattamente lo stesso che intercorre tra i due duchi e i loro gastaldi. Con Desiderio ultimo re dei longobardi anche il Ducato di Spoleto entra alle dirette dipendenze del re di Pavia. In tarda età carolingia e ottoniana, sono documentati gastaldati minori sorti dal frazionamento di quelli originali, ne sono noti molti nel gastaldato reatino, altri in quello camerinese, come Castel Petroso, il Settempedano; il Frisiano in quello di Nocera.

Un gastaldato che, a nome del Re, aveva una funzione di controllo anche sull'operato dei Duchi, era una dignità di diritto pubblico longobardo equipollente alla dignità ducale nel diritto feudale ed assumeva l'esercizio della sovranità giurisdizionale ed amministrativa sul suo territorio.

L'odierno Abruzzo venne suddiviso dai Longobardi nei gastaldati: Marsi, Forcona, Valva, Penne e Teate ripartiti nel Ducato di Spoleto e nel Ducato di Benevento. Anche nella Langobardia Maior erano presenti numerosi gastaldati (ad esempio a Pistoia).

Nella raccolta delle decime papali nel 1291 compare ancora un "castaldus" amministratore dei beni del vescovo di Fossombrone, mentre a Cividale nel Friuli fino alla fine del XVIII secolo il Gastaldo amministra i beni della cattedrale ed esercita la giustizia.

Mutuato dai vicini Longobardi, il gastaldato venne applicato nel Ducato di Venezia come strumento di controllo da parte del Doge sulle comunità a lui sottoposte.

Col declinare del potere ducale, progressivamente quello di gastaldo ducale divenne l'ufficio dell'esecutore delle sentenze giudiziarie civili e penali. Per sopperire al potere di nomina ducale dei gastaldi, carica riservata agli appartenenti alla classe dei cittadini, la Repubblica di Venezia creò due magistrature, composte da patrizi eletti in seno al Maggior Consiglio, deputate al controllo dell'attività dei gastaldi:

il Sopragastaldo;
il sopra atti del Sopragastaldo.
Il gastaldato rimase in vigore a Venezia sino al 1797 e alla caduta della Repubblica.

Aldo
http://it.wikipedia.org/wiki/Aldo
Di origine germanica, il nome Aldo costituiva un ipocoristico di altri nomi comincianti con la radice ald, "vecchio" (o, in senso lato, "esperto", "saggio"); in alcuni casi, potrebbe costituirlo anche di nomi comincianti con l'antico alto tedesco athal, "nobile", "di nobili origini" (va aggiunto, per maggior chiarezza, che entrambi questi termini sono molto comuni nell'onomastica d'origine germanica e spesso si confondono l'uno con l'altro, ad esempio in nomi quali Aldighiero, Aldobrando e Aldovino). Altre fonti lo riconducono inoltre al termine, sempre germanico, aldio, "semilibero", che storicamente tra i Germani indicava chi si trovava nella posizione sociale fra servo e liberto.

Il nome inglese Aldous è probabilmente una variante di Aldo; potrebbe anche derivare da Aldusa, un nome femminile basato sul termine inglese antico eald, imparentato comunque con ald. È in uso sin dal Medioevo, perlopiù in anglia orientale, ma ad oggi si è rarificato.

Aldii
http://en.wikipedia.org/wiki/Aldii
Aldii - the semi-free in Germanic law. Employees of a patron, their position was intermediate between freedom and slavery, but ended up sometimes confused with the serfs. Deprived of political and military rights and related to the land they cultivated, could marry and be defended in court, were entitled to wergild (the amount is less than that of the free) and, within limits, to the property.

Sculdàso (Sculdascio)
http://it.wikipedia.org/wiki/Sculdascio
Lo sculdascio (in longobardo skuldheis "comandante ai debiti" che ha dato origine anche allo scoltetto) era un funzionario del regno o di un ducato longobardo. Il termine deriva dall'antico germanico Skuld ("debito") e heyssen ("imporre").


Liutprando
http://it.wikipedia.org/wiki/Liutprando
Liutprando (690 circa – Pavia?, gennaio 744) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 712 al 744.
Tra i più grandi sovrani longobardi, cattolico, fu "litterarum quidem ignarus" ("alquanto ignorante nelle lettere", secondo quanto dice Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum), ma intelligente, energico ed ambizioso. La sua volontà di potere derivava dalla consapevolezza di essere stato oggetto di una speciale scelta divina, come annuncia lui stesso nel prologo alle Liutprandi Leges. Fu amato e temuto dal suo popolo, che ammirava la saggezza del legislatore, l'efficacia del comandante militare e anche il coraggio personale - manifestato per esempio quando sfidò a duello, solo, due guerrieri che architettavano un attentato contro di lui.
...
Rafforzò la struttura del palazzo reale di Pavia trasformandolo nel vero centro politico del regno, ampliando la cancelleria (equivalente medievale del moderno governo) in modo da poter sostenere le esigenze di un regno sempre più basato sull'uso di documenti scritti.
Nucleo dell'attività di palazzo erano il maresciallo (strator o marphais), lo scudiero regio (spatharius), il tesoriere (vesterarius) e il maggiordomo di palazzo, capo dell'amministrazione.
Accentuò il carattere sacro del Palazzo regio (sacrum palatium) e la centralità della capitale. Pavia, sede del re, della corte e dell'annuale assemblea del popolo, venne arricchita da costruzioni adatte a sottolinearne la funzione. Già i re della dinastia Bavarese avevano eretto edifici di rappresentanza; Liutprando diede ulteriore impulso all'attività, facendo di Pavia anche la capitale architettonica del regno.
Ristrutturò con leggi apposite le cariche dei funzionari regionali, definendone la gerarchia e le funzioni per ottenere una più equa amministrazione della giustizia, una più completa registrazione degli obblighi militari e una più stabile sicurezza interna. Lo sculdascio amministrava la giustizia in un villaggio; i decani e i saltarii erano responsabili di un distretto rurale e i sindaci di una città. Entrambi erano sottoposti agli iudices, ovvero duchi e gastaldi che esercitavano il dominio su una civitas (città sede vescovile) e sul suo contado. Gli iudices rispondevano direttamente al re, vertice dell'intero sistema. Il potere di Liutprando si fondò anche sul rafforzamento del demanio regio, fonte di sostentamento per la corte e per l'intera struttura amministrativa che da essa dipendeva.


Cfr. co gas- de gastaldo e de gasindio


Gastaldeło, Gastaldon, Castaldi, Castaldo, Castaldon
viewtopic.php?f=41&t=1941


Gaxindio/Gasindio
https://it.wikipedia.org/wiki/Gasindio
Il gasindio era, nella società longobarda, un guerriero di basso rango, solitamente legato al sovrano da un rapporto non ancora assimilabile al legame vassallitico-beneficiario feudale: alla sottomissione del nobile corrispondeva una garanzia di protezione regia. Uomo di fiducia del re, era - almeno formalmente - sottratto al diretto controllo del duca titolare del territorio in cui viveva.


Cfr. co was- vas- de vassus e de vassallo

Vassallo
https://it.wikipedia.org/wiki/Vassallo
Nel mondo medievale antico, per vassallo, dal latino medievale vassallus, derivato da vassus ("servo"), di origine germanica (da gwas, che significa "giovane, garzone, valletto"), si intende colui che, in qualità di concessionario, riceve dal sovrano (il concedente) l'affidamento di incarichi amministrativi e, contemporaneamente, la gestione di territori, prestando in cambio un giuramento di obbedienza e fedeltà, oltre allo svolgimento delle funzioni amministrative delegate dal sovrano.
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Re: Jeografia storega del lesego ministrativo entel Veneto

Messaggioda Berto » lun lug 14, 2014 1:44 pm

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Re: Jeografia storega del lesego ministrativo entel Veneto

Messaggioda Berto » mar lug 15, 2014 7:36 pm

Camerlengo e cianbełan

http://it.wikipedia.org/wiki/Ciambellano_(titolo)
Ciambellano e camerlengo sono due titoli di origine medievale, ancora in uso presso alcuni ordinamenti politici moderni, che talvolta compaiono anche nelle forme gran ciambellano o gran camerlengo.

Il titolo di camerlengo deriva dal latino medievale camarlingus, a sua volta corruzione, a partire dal franco kamerling, del latino camerarius, col significato di "addetto alla camera" (generalmente sottinteso "del tesoro" e "del sovrano"). Il significato del titolo e la funzione sono in parte confrontabili con quelle del cubiculario nel tardo Impero Romano, nell'Impero bizantino e nella Corte pontificia. Nelle lingue anglosassoni il titolo prende la forma di chamberlain, parola che deriva dal francese chambellan, da cui l'italiano ciambellano.
Generalmente con tali titoli si designa colui che amministra il tesoro e i beni dello Stato e l'amministrazione da lui retta prende sovente il nome di "camera". In passato, monasteri, cattedrali e città medievali disponevano dell'incarico di ciambellano. Ancora oggi, il Direttore Finanziario della Corporazione della Città di Londra è chiamato "ciambellano" (in inglese Chamberlain of the City of London).


http://it.wikipedia.org/wiki/Camerlengo
Camerlengo e ciambellano sono due titoli utilizzati in diversi ordinamenti politici e religiosi odierni e del passato.

Per il significato generale del termine vedi:

camerlengo o ciambellano
Per gli usi nei diversi ordinamenti vedi:

camerlengo - varie cariche nella Chiesa cattolica: Camerlengo di Santa Romana Chiesa (amministratore della Camera Apostolica); Camerlengo del Sacro Collegio; Camerlengo del Clero Romano.
camerlengo - varie cariche nella Repubblica di Venezia: Camerlenghi de Comùn; Camerlengo del Consiglio dei Dieci; Camerlenghi dei Reggimenti.
chamberlain nel Regno Unito:
Lord Gran Ciambellano;
Lord Ciambellano della Casa Reale.
chambellan in Francia:
Gran Ciambellano di Francia.


http://it.wikipedia.org/wiki/Camerlengo ... di_Venezia)
Nella Repubblica di Venezia diversi magistrati sovrintentendi alle attività economiche portavano il titolo di camerlengo.

Camerlenghi de Comùn
I Camerlenghi de Comùn, o semplicemente Camerlenghi, erano i pubblici cassieri dello Stato e sovrintendenti alle attività di riscossione e di redistribuzione delle entrate. Risiedevano a Rialto nel Palazzo dei Camerlenghi e possedevano uffici nella Zecca di San Marco. Vennero istituiti contestualmente alla nascita del Commune Veneciarum per garantire l'equa amministrazione economica della Repubblica.

Camerlengo del Consiglio dei Dieci
Un Camerlengo era posto all'amministrazione della cospicua quantità di denaro a disposizione del potente Consiglio dei Dieci per l'esercizio delle sue attività di sorveglianza segreta.

Camerlenghi dei reggimenti
Camerlenghi erano nominati dal Maggior Consiglio nelle città di provincia (provincie che passavano sotto il nome di reggimenti) per la riscossione, custodia e distribuzione delle regalie.

A Brescia è ancora radicato il nominativo di "Casa dei Camerlenghi" per un palazzo di piazza del Duomo, antica sede dei camerlenghi bresciani poi convertita in edificio residenziale privato.

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... g16981.jpg
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