Come ke no se gà da tratar ła łengoa venetega

Come ke no se gà da tratar ła łengoa venetega

Messaggioda Berto » sab giu 07, 2014 8:59 am

Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Come ke no se gà da tratar ła łengoa venetega

Messaggioda Berto » sab giu 07, 2014 11:58 am

Ła łengoa venetega par Rubini ła saria da metar en łigo col xlavo xloen; nandoghe drio a sti tri xloeni ke a rewardo łi ga scrito on mucio de endemense:

viewforum.php?f=170


...

Come ke no se gà da tratar ła łengoa venetega
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... 1nZm8/edit
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Re: Come ke no se gà da tratar ła łengoa venetega

Messaggioda Berto » sab giu 07, 2014 11:59 am

??? Trimusiat o Tribusiat ???

http://www.europaveneta.org/areacultura ... gione.html

La religione dei veneti antichi ed il santuario di Làgole - Il culto per i veneti - La dea Reitia

Secondo l'opinione di illustri ricercatori (R. Battaglia, G. Fogolari, L. Capuis, ecc.) i Veneti possedevano una forte religiosità, testimoniata nella Venetia adriatica dai numerosi luoghi di culto che sorgevano in tutta la nazione e dalle migliaia di materiali raccolti nelle stipi votive. In Europa solo gli Etruschi e forse i Celti hanno lasciato così tanti reperti a carattere religioso.

La religione dei Veneti antichi era semplice, ma non di immediata comprensione per noi uomini moderni; per quanto ci è dato di sapere dalle iscrizioni epigrafiche venetiche e dal materiale sopra ricordato era molto legata alla natura. Usando una terminologia impropria, possiamo dire che l'anima dopo la morte, se andava nel van - una specie di paradiso - poteva entrare in un perfetto equilibrio con il cosmo, unita all'assoluto.

A differenza della religione greca, egiziana, latina ecc., i Veneti non possedevano un pànteon di divinità complesso e gerachizzato. Gli dei nazionali erano:
- la dea madre, dea lunare, della terra, sanante, che prendeva il nome della nazione veneta ove veniva venerata, per esempio Retia nella Rezia, Noreia nel Norico, Histria in Istria e Reitia nella Venetia adriatica.
La dea Reitia aveva la stessa importanza della divinità maschile, come la donna nella società venetica nei confronti dell'uomo;
- il dio padre, divinità solare, sanante, che venne sincretizzato dalla cultura classica in Apollo, Diomede e Belenus-Augusto. E per ora fermiamoci qui, in quanto l'argomento verrà ripreso più avanti.

I santuari

I santuari dei Veneti antichi - in base all'ideologia venetica del culto - non prevedevano la costruzione di strutture monumentali ed essendo luoghi di incontro comunitario venivano fondati vicino alle vie di transito, generalmente circondati da boschi sacri. Essi erano costituiti da un'area molto vasta che doveva presentare dei requisiti precisi per le tante funzioni di culto; l'area veniva scelta dalla comunità e poi delimitata da cippi terminali spesso iscritti in venetico o da mura.
I santuari - spesso in stretto rapporto con l'acqua - si trovavano lungo i fiumi, ad esempio ad Este, a Padova, a Vicenza, ecc., sui laghetti di acque termali a S. Pietro Montagnon sui Colli Euganei, a Fimon sui Berici, ecc., sulla laguna ad Altino, o in prossimità di fonti o di sorgenti a Làgole. Resti di una struttura in legno, si pensa ad un piccolo tempio, sono riemersi al centro del Lago di S. Pietro Montagnon e al centro di laghetti in Lusazia.
I santuari dei nostri progenitori venuti alla luce in anni di scavo presentano delle specificità che fanno pensare a diverse "specializzazioni", per esempio ad Este in quello del fondo Baratella e a Vicenza funzionavano dei centri scrittori, dove i sacerdoti e le sacerdotesse insegnavano l'arte sacra della scrittura.

Il santuario di Làgole - Il dio Belenus

Uno dei principali santuari dei Veneti antichi è quello di Làgole, situato sul versante occidentale della valle della Piave, nel mezzo del primo ampio allargamento vallivo venendo dalla pianura.
Il suggestivo paesaggio montano di Làgole, ricco di acque sotterranee che emergono in polle e laghetti, contribuiva a creare un'atmosfera magico religiosa. Gli effetti positivi per lo spirito erano accompagnati a quelli per il corpo, avendo le acque minerali notevoli proprietà curative, attribuite alla divinità. Il santuario conobbe una frequentazione ininterrotta almeno dal IV sec. a.c. al IV d.c. ed i ritrovamenti sono costituiti da numerosi bronzetti di offerenti, guerrieri con lancia o con elmo e spada, laminette rettangolari, vari tipi di armi (elmi, spade, cuspidi di lancia, pugnali e lame di ferro), oggetti di uso comune quali fibule (spille), ganci, pendaglietti, ancorette, alari, spiedi, coltelli di ferro.
A Làgole sono stati rinvenuti in gran quantità dei simpuli, una specie di mestoli di bronzo dai lunghi manici utilizzati dai devoti per il rito della libagione.
Il rituale consisteva nel bere l'acqua delle fonti con il mestolo e versarne un po' sulla terra; il simpulo veniva poi spezzato, staccando la coppetta dal manico per impedire il suo riutilizzo e gettato sui pendii, in aree sacre. Sul manico del simpulo era incisa un'iscrizione in lingua venetica dedicata alla divinità. Oggetti simili sono stati rinvenuti anche in altri luoghi dove si trovavano sorgenti di acque termominerali: a Valle di Cadore, a San Maurizio e a Pervalle vicino a Valdaora (Bolzano), tutti probabili siti di culto.
Oltre ai riti individuali si praticavano processioni e cerimonie collettive con il sacrificio d'animali, che venivano successivamente bruciati su grandi fuochi, a ciò seguiva un banchetto sacro. A Làgole sono stati recuperati numerosi spiedi di ferro, carboni, bronzetti deformati e semifusi, oltre duemila caviglie e mandibole di giovani montoni.
La fama del santuario raggiunse nell'antichità tutta l'area nordorientale adriatica (Veneto, Trentino, Sud Tirolo, Friuli, Istria e Lombardia orientale), quell'alpina e centro europea. Essendo assai vicino allo spartiacque alpino - situato in un percorso di raccordo tra l'area nordeuropea, quell'orientale e quella adriatica - era facilmente raggiungibile da pellegrini che abitavano località anche molto lontane.

Làgole fungeva pure da sede di diffusione culturale, di produzione artistico-votiva - per merito dei "maestri" scrittori delle sacre dediche (sacerdoti-artigiani) - di ritrovo per artigiani metallurgici e per pastori, militari e mercanti.

Ma, qual'era la divinità sanante venerata a Làgole?

Nelle iscrizioni che appaiono sugli oggetti votivi in bronzo, in particolare sui simpuli e sulle laminette ex-voto viene indicata con il nome arcano di Trimusiat o Tribusiat. Nella radice tr è evidente un riferimento al numero tre; a rafforzare questo mistero fu scoperta di una laminetta votiva piuttosto rovinata, con incise tre testine umane. Studiosi da tutta Europa tentarono invano di risolvere la questione.

In una prima fase si pensò alla greca Ecate, ipotesi abbandonata poiché il santuario ha una connotazione maschile; sono maschili gli ex-voto, i dedicanti, e l'interpretazione romana che parla di culto di Apollo.
Il noto glottologo sloveno Matej Bor fu il primo a decifrare in modo soddisfacente un gran numero di iscrizioni venetiche, con l'aiuto della lingua slovena e di antiche lingue slave, molto simili al venetico; Trimuzjat in sloveno significa tre uomini, Tribuziat tre divinità. ???

Nel pànteon dei Veneti si trovava, secondo lo studioso J. Savli, anche la divinità dell'universo, una trinità che simboleggiava il cielo, la terra e gli inferi. Essa era di solito immaginata e disegnata con tre teste come nel più antico simbolo dell'universo, la grande montagna - axis mundi - la quale nelle credenze popolari collegava la terra ed il cielo. Le tracce di questa tradizione si sono conservate sino ad oggi nella toponomastica delle Alpi, dove alcune montagne - senza avere tre cime - portano nomi triadici. Ad esempio: Pizzo dei Tre Signori (2554 m) a nord di Bergamo, Dreiherm Spize (3499 m) sulla frontiera italo-austriaca nel Tirolo, il Triglav (2864 m), la cima più alta della Slovenia. Altro dato di grande valore simbolico è che a Làgole esistono tre laghetti salutari.
I fedeli andavano, quindi, in pellegrinaggio fra le montagne cadorine ove si venerava la divinità dell'universo, per guarire o per mantenersi in salute. Vediamo adesso la traduzione di alcune iscrizioni venetiche di Làgole eseguita da Matej Bor: "Il reumatismo è una cosa seria, vai perciò in pellegrinaggio a Trumuzijata che ti farà guarire"; "Visto che hai forti dolori reumatici recati dai Tre divini"; "Quando i reumatismi ti perseguitano recati in pellegrinaggio a Trumuskatei con un dono"; "Vieni pure qui (a Làgole) ma porta un dono alla Splendida (divinità)"; "Per quanti dolori tu possa avere porta un dono a Tromozje".

L'acqua di Làgole non rappresentava una fonte medicinale solo per la gente, ma anche per l'amato cavallo; per lui i Veneti chiedevano l'intercessione di Tribusiat con iscrizioni su lamine di bronzo rettangolari incise a sbalzo, di gran valore artistico. Lungo il perimetro di una delle lamine più famose è raffigurato un cavallo scalpitante con incisa la frase: "Quando l'avrai domato recati da Tromozje con un dono". In altre analoghe laminette gli studiosi sloveni hanno trovato le seguenti raccomandazioni: "Quando il puledro soffre di reumatismo vai da sajnata Trumuzijat e il cavallo verrà guarito"; "Le cavalle che stai portando ad accoppiarsi soffrono di reumatismi, portale in pellegrinaggio dalla splendida sanatei Tromozijat.

Mariarosaria Stellin e Fabio Bortoli


Eiscrision veneteghe del Cador
viewtopic.php?f=84&t=152
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... J4N0E/edit
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Trumusjatis-Tribusjatis
viewtopic.php?f=88&t=165
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Re: Come ke no se gà da tratar ła łengoa venetega

Messaggioda Berto » sab ago 23, 2014 9:12 am

Caro Etore sti tri xloeni no łi xe studioxi seri, de łengoestega no łi capise na petoła.



https://www.facebook.com/ettore.beggiato

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I Veneti progenitori dell’uomo europeo

Mi trovavo, qualche tempo, a Trieste e uscendo da quello splendido caffè mitteleuropeo che si chiama "San Marco" sono capitato in una libreria slovena. La mia attenzione si posò su un volume con titolo sbalorditivo anche per un venetista convinto come il sottoscritto: "I veneti - Progenitori dell'uomo europeo". Gli autori sono tre storici e linguisti sloven...i: Josko Savli, Matej Bor, Ivan Tomazic.
Avevo più volte sentito parlare di questo volume che ha suscitato un notevole interesse nel mondo slavo, interesse, per la verità e polemiche piuttosto vivaci. Gli autori infatti sostengono che gli sloveni non appartengono al gruppo degli slavi meridionali bensì a quella matrice che fa riferimento all'antico popolo dei veneti.
Praticamente introvabile era ed è il volume nel Veneto: è veramente incomprensibile come un'opera incentrata sulla storia, sulle origini dei Veneti non abbia un minimo di diffusione nella nostra regione. Certo, un volume sui Veneti (o Paleoveneti o Veneti antichi) non potrà rappresentare un best seller, ma fortunatamente sta aumentando il numero di coloro che vogliono conoscere un po' di più da vicino questa civiltà, questo popolo che ha dato il nome alla nostra regione e dal quale discendiamo.
"Se c'è una regione dell'Italia antica nella quale sia evidente la coincidenza di popolo, di cultura e di territorio, questa è il Veneto... tutto coincide: il popolo dei Veneti, la cultura che da loro prende il nome, il territorio che è sostanzialmente lo stesso ancora oggi": così sostiene l'autorevolissimo Sabatino Moscati su "L'Espresso" del 15 settembre 1985. Non c'è stato insomma solo l'impero romano nel passato dei Veneti, anzi; e nei nostri libri di scuola si dovrebbe parlare oltre che delle oche del Campidoglio anche della dea Reitia (la divinità adorata dai Veneti), della via dell'ambra, dei castellieri ecc.
E un passaggio nella prefazione del libro scritta da uno degli autori, il prof. Ivan Tomazic, è estremamente significativo (si riferisce alla civiltà lusaziana, cultura sviluppatasi a partire dal XII secolo a.C. nella regione di Lusazia ai confini fra la Germania e la Polonia):
"Ma chi furono i portatori della civiltà di Lusazia e di quella dei campi d'urne che dalla lusaziana fu la derivazione e continuazione? Porsi questa domanda significa chiedersi quale fu il primo popolo dell'Europa centrale o forse dell'intera Europa, un popolo cioè dotato di un'evoluta organizzazione sociale non più strutturata su basi tribali. Fino all'ultima guerra gli studiosi identificavano questo popolo con i proto-Illiri. Le più recenti acquisizioni della storiografia dell'archeologia, della toponomastica e della linguistica testimoniano invece a favore di un'identificazione con il popolo dei Veneti antichi, una parte del quale si conservò fino all'arrivo dei Romani nell'area dell'alto Adriatico, in quella regione - il Veneto - che ancor oggi porta il loro nome. Ma che cosa si sa di questo popolo, quali sono le prove che ci permettono di affermare che furono proprio i Veneti a occupare l'Europa come portatori della civiltà dei campi d'urne e infine quali tracce rimangono di questo popolo e dei suoi discendenti? Su tutte queste questioni ha gravato finora un "non luogo a procedere", una specie di tabù che si spiega col fatto che il popolo preistorico dei Veneti non era inseribile in nessuna delle ideologie nazionalistiche che a lungo hanno condizionato la storiografia moderna. Il nostro lavoro si propone di rimuovere questa barriera e di offrire una visione più spassionata e chiara della preistoria e della storia dell'Europa centrale e, di riflesso, anche dell'Europa tutta".
Il volume è il primo che pone in una luce completamente nuova la presenza dei Veneti nell'antichità, rivoluzionando le tradizionali teorie, spiegando come in quell'epoca essi abbiano avuto un ruolo di primo piano nel modellare la civiltà europea assieme all'entità greco-latina.
Questo libro dovrebbe quindi scuotere l'assopito mondo culturale e scientifico italiano da sempre poco propenso a riconoscere nell'antichità spazio all'esistenza di civiltà diverse da quella latina.
E soprattutto può essere un ulteriore momento di contrapposizione alla logica massificante e standardizzante "un popolo, una lingua, una storia" che si sta tentando di imporre in Italia quando invece all'interno dello Stato ci furono e ci sono "più popoli, più lingue, più storie".

Ettore Beggiato

IL GIORNALE DI VICENZA 25 maggio 1994
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