Venesueła

Re: Venesueła

Messaggioda Berto » gio ago 03, 2017 5:09 am

Il Venezuela in crisi, tra scontri di piazza e retorica antimperialista
05 maggio 2017

http://www.treccani.it/magazine/atlante ... elana.html

Un’economia che arranca, un PIL che nel corso del 2016 – secondo le stime del Fondo monetario internazionale – si è contratto del 18%, un’inflazione che viaggia su percentuali a tre cifre e dovrebbe attestarsi alla fine dell’anno sul 720%, un tasso di disoccupazione che toccherà il 25%. Sono numeri duri, che offrono una fotografia della grave crisi che sta attraversando da mesi il Venezuela, Paese che negli anni d’oro dell’ideologia chavista – grazie soprattutto ai proventi derivanti dal commercio del petrolio – riusciva a crescere economicamente e a mostrarsi attore dinamico nell’arena regionale, ma che oggi appare in ginocchio.

Il sistema fondato sui sussidi e sui programmi sociali – che avevano contribuito al consolidamento del chavismo – ha mostrato con la crisi dei prezzi dell’oro nero tutti i suoi limiti e appare oggi insostenibile. Il ribasso delle quotazioni del petrolio ha determinato una drastica riduzione delle riserve di valuta estera, fondamentali per il pagamento dei debiti e per i commerci internazionali; inoltre – come ha osservato l’analisi InfoMercatiEsteri della Farnesina – le importazioni per le imprese nazionali e le filiali delle multinazionali presenti nel Paese sono diventate estremamente difficili, perché il bolivar non è direttamente convertibile ed è lo Stato a distribuire la divisa straniera. Tale condizione, per una realtà come quella venezuelana che importa gran parte dei beni di prima necessità, produce evidentemente conseguenze assai negative: capita così che i medicinali scarseggino, manchino i beni essenziali e i generi alimentari diventino un lusso, tanto che buona parte della popolazione è dimagrita e – con amara ironia – si è persino arrivati a parlare di una “dieta Maduro”.

Le manifestazioni di piazza imperversano da tempo, sostenute da un’opposizione che ha ampiamente vinto le elezioni parlamentari nel dicembre 2015 ma che non di rado si è mostrata frammentata. In questo quadro, la preponderante protesta per la fame si è saldata con le rivendicazioni della lotta politica, mentre la classe al potere cerca di difendersi. Quanto all’ultima ondata di manifestazioni, scoppiata nel corso del mese di aprile, essa si ricollega alla decisione presa il 29 marzo dal Tribunale supremo di giustizia – vicino al presidente Maduro – di limitare l’immunità parlamentare ed esautorare di fatto il Parlamento dall’esercizio delle sue funzioni, assumendole su di sé. La pronuncia ha generato la dura reazione della comunità internazionale, con le Nazioni Unite che hanno espresso la loro preoccupazione per quanto deliberato e l’Organizzazione degli Stati americani che ha parlato di «colpo di Stato auto-inflitto», mentre anche la procuratrice generale Luisa Ortega Díaz – considerata tradizionalmente su posizioni leali verso il governo – ha riconosciuto che la sentenza rappresentava una rottura dell’ordine costituzionale. Ritornando sui suoi passi, il Tribunale ha deciso di rivedere immediatamente la sua originaria posizione, senza che però il malcontento si placasse: le proteste sono andate avanti fino alla “madre di tutte le marce” organizzata dalle opposizioni il 19 aprile. Finora il bilancio delle manifestazioni e degli scontri si è attestato sulle 30 vittime.

Le forze antichaviste cercano da tempo di esautorare il presidente in carica. Per il momento, il tentativo di procedere alla convocazione di un “referendum revocatorio” – in cui cioè gli elettori possano esprimersi sulla permanenza di Maduro al potere – non è andato a buon fine: perché tale voto possa tenersi è, infatti, necessario raccogliere le firme del 20% degli elettori, ma nello scorso ottobre il Consiglio elettorale nazionale ha interrotto la raccolta per presunte irregolarità in alcune regioni.

Quanto invece alle elezioni regionali, a ottobre 2016 era stata annunciata come data indicativa per lo svolgimento delle consultazioni – tra le critiche delle opposizioni che chiedevano la convocazione immediata del voto – la metà del 2017, anche se domenica scorsa il presidente – durante la trasmissione televisiva Los domingos con Maduro («Le domeniche con Maduro») – ha espresso chiaramente la sua posizione: «Il problema del Venezuela non è un deficit elettorale. Il problema è che c’è un impero gringo nelle mani di alcuni estremisti che vogliono privarci del nostro petrolio, e vogliono portare a termine un colpo di Stato per interrompere la rivoluzione bolivariana. È ingenuo chi pensa che questa gente (gli oppositori, ndr) abbandonerà le sue violente pretese una volta fissate le elezioni regionali». Dunque, pieno ricorso alla retorica antimperialista, con Caracas pronta a tutelare le conquiste della sua revolución e a portare avanti il “socialismo del XXI secolo” contro tutto e tutti.

Intanto, in risposta alla decisione dell’Organizzazione degli Stati americani di convocare una riunione dei ministri degli Esteri per discutere della crisi venezuelana, Caracas ha annunciato l’avvio dell’iter per abbandonare il consesso continentale e, se gli orientamenti non dovessero cambiare – sono comunque necessari 2 anni perché la procedura si perfezioni –, il Venezuela diventerà il primo Paese nella storia dell’organizzazione a uscire volontariamente da essa. Anche qui il ricorso alla retorica non è mancato: la ministra degli Esteri Delcy Rodriguez ha, infatti, sostenuto che il suo Stato non parteciperà più ad alcuna attività o iniziativa che si fondi sul principio dell’interventismo di un gruppo di Paesi “mercenari della politica” che mirano a perturbare la stabilità e la pace in Venezuela. Di fatto, come ha sottolineato in una sua analisi il quotidiano spagnolo El País, l’obiettivo di Caracas e del suo establishment politico è quello di trasformare una pericolosa sconfitta diplomatica in una “vittoria morale”, rivendicando cioè la propria autonomia e scagliandosi contro le potenze straniere – in primis il grande egemone a stelle e strisce – che vogliono far deragliare la rivoluzione bolivariana.

La crisi è, dunque, estremamente acuta, numerosi oppositori politici – su tutti Leopoldo López – continuano a rimanere in carcere e la galassia chavista al potere cerca di rafforzare la sua debole posizione. Per incidere in profondità sulla crisi è indispensabile trovare una soluzione politica di mediazione: come sottolineato in un editoriale pubblicato su The Guardian, l’opposizione è chiamata a prendere atto del fatto che le proteste non basteranno e, anzi, potrebbero alimentare la retorica di Maduro. Inoltre, nonostante alle ultime manifestazioni abbiano partecipato anche gli strati più poveri della popolazione – baluardo di un chavismo comunque in crisi – occorre riconoscere che, in taluni ambienti, tale ideologia continua a far presa. Dall’altra parte, il presidente è invece chiamato ad aperture e concessioni in chiara rottura rispetto alle posizioni finora espresse. Le forze della mediazione sono dunque al lavoro, ma con il tempo le vie d’uscita rischiano di farsi più strette.



L’escalation della crisi venezuelana | Geopolitica, ATLANTE
di Carla Galvany
21 luglio 2017

http://www.treccani.it/magazine/atlante ... elana.html

La crisi più grande della storia del Venezuela non accenna a placarsi. A poco più di tre mesi dall’inizio dell’ondata di proteste contro Nicolás Maduro sono ben novanta le vittime provocate dalla repressione messa in atto dalle milizie al servizio dello stesso presidente: quasi un morto per ogni giorno di protesta. Il malcontento della popolazione è ormai insostenibile e il destino del Paese è sempre più incerto e controverso. La serie di misure populiste adottate dal governo di Maduro non ha fatto altro che aumentare la disuguaglianza all’interno della popolazione e aggravare la crisi politica ed economica in cui versava il Paese sotto la presidenza di Hugo Chávez. Lo scorso marzo il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ), controllato direttamente dal governo, ha addirittura esautorato il Parlamento (l’Asemblea Nacional), sancendo la nullità di diverse proposte approvate a maggioranza dall’organo legislativo rappresentativo della popolazione e intentando cause e processi contro alcuni deputati dell’opposizione. Questa manovra è stata percepita dalla popolazione come un “auto-colpo di Stato” tanto da portare alle stelle la tensione latente già da diverso tempo. Nel 2013, infatti, Maduro aveva vinto le prime elezioni presidenziali dopo la morte di Chavez in maniera molto discussa: la legittimità del processo elettorale, che con il 50,7% dei voti ha conferito la vittoria all’erede designato dallo stesso Chavez, è stata a lungo messa in dubbio dall’opposizione. Inoltre, dopo quattro anni di governo, il Paese è oggi ai vertici nelle classifiche mondiali sulla corruzione e sulla violenza, l’inflazione è stabilmente oltre il 20%, il reddito pro capite è sceso di oltre la metà soltanto negli ultimi due anni e la scarsità di beni, servizi e generi alimentari è sempre più preoccupante. Il tentativo di togliere il potere legislativo al Parlamento attraverso l’intervento del massimo organo del sistema giudiziario nella vita politica del Paese è stato soltanto la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Da qui le proteste e le manifestazioni contro Maduro sono cresciute in maniera smisurata in tutto il Paese, tanto da scatenare la repressione violenta da parte delle truppe del presidente in carica. Piuttosto che cercare il dialogo con l’opposizione e di andare incontro alle fasce più deboli della popolazione, Maduro ha indetto per il 30 luglio l’elezione dell’Assemblea costituente, che avrà il compito di cambiare la costituzione. L’Assemblea costituente sarà formata da 540 membri, di cui 364 rappresentano i 24 Stati federali da cui è composto il Venezuela e 176 i gruppi settoriali del Paese che, a giudizio del governo, sono meritevoli di rappresentanza. Gli oppositori di Maduro gridano tutti al golpe. Nonostante nelle elezioni del 2015 la Mesa de Unidad Democratica, la coalizione dell’opposizione, abbia conquistato i due terzi del Parlamento, Maduro non ne vuole proprio sapere di dare ascolto alla volontà popolare. Non a caso, dunque, l’iniziativa di procedere alle votazioni per la formazione dell’Assemblea costituente è stata assunta in totale autonomia da Maduro, a discapito di quanto previsto dall’art. 347, che conferisce alla popolazione il potere di convocare la suddetta assemblea, e dall’art. 348 della Costituzione attuale, che ritiene necessaria l’approvazione del Parlamento o del 15% dell’elettorato tramite apposito referendum.
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Re: Venesueła

Messaggioda Berto » gio ago 03, 2017 5:26 am

Numeri per capire la drammatica crisi del Venezuela
di Roberto Raja
2017/07/31

http://www.ilfoglio.it/dati-e-statistic ... ato-146937


Inflazione alle stelle, crollo delle esportazioni, sacche di povertà estrema: numeri di Roberto Raja sulla drammatica situazione economica del Venezuela di Nicolás Maduro.

21,4 per cento

L’inflazione in Venezuela nello scorso mese di giugno, secondo i dati forniti dall’Assemblea nazionale e pubblicati l’8 luglio dai deputati dell’opposizione. Il che porterebbe l’inflazione dei primi sei mesi del 2017 al 176 per cento. Mancano informazioni ufficiali da parte della Banca Central de Venezuela, che aveva fissato l’inflazione al 180,9 per cento nel 2015.

720 per cento

La stima, ancora più drammatica, dell’inflazione venezuelana avanzata dal Fondo monetario internazionale per il 2017 (nel 2018, secondo gli analisti del Fmi potrebbe arrivare al 2.000 per cento).

82 per cento

La quota della popolazione che in Venezuela vive in povertà, di cui il 52 per cento in povertà estrema.

11 mila

I bambini morti prima di compiere un anno nel 2016, per mancanza di medicinali. La mortalità materna è aumentata quasi del 70 per cento (dati dell’Osservatorio di Caritas Venezuela riportati nel Dossier “Inascoltati. Un popolo allo stremo chiede i suoi diritti fondamentali”, realizzato da Caritas italiana).

1/12

Una famiglia su 12 in Venezuela mangia “per strada”: dai residui dei ristoranti o dalle pattumiere (da un dossier della Caritas consegnato dai vescovi al Papa, durante l’udienza di giovedì 8 giugno in Vaticano).

26,2 per cento

Il crollo del pil venezuelano da quando Nicolás Maduro è presidente (è stato eletto nell’aprile del 2013, con un risultato peraltro contestato dal suo avversario). Per quest’anno si stima un ulteriore calo del 7,4 per cento, che porterebbe il bilancio 2013-2017 a un pesantissimo -31,6 per cento.

24,6 miliardi

In dollari, il valore dell’export venezuelano, crollato del 72,3 per cento sotto Maduro. Il greggio rappresenta il 96 per cento delle esportazioni del paese. Il valore delle importazioni è calato del 68,5 per cento, a 18 miliardi. L’avanzo commerciale viene mantenuto a costo di comprimere gli acquisti necessari, pur di non rischiare di restare senza dollari per il pagamento dei debiti verso gli investitori stranieri.
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Re: Venesueła

Messaggioda Berto » gio ago 03, 2017 5:28 am

Venezuela, è crisi democratica Israele accoglie diverse famiglie
3 agosto 2017

http://moked.it/blog/2017/08/02/venezue ... e-famiglie

Sono diverse le famiglie ebraiche che nelle ultime ore hanno lasciato il Venezuela per emigrare in Israele. Un dato significativo, che desta preoccupazione e che dà il polso come tante altre volte in passato di quanto sia grave il livello di precarietà democratica che investe il paese sudamericano e quanto destabilizzante sia nel complesso la sua situazione politica/sociale/economica.
Già in calo demografico da tempo, la comunità ebraica venezuelana è tra le più indigenti al mondo. Molteplici, riporta la stampa israeliana, le famiglie che hanno bisogno di assistenza quotidiana. In ragione della crescente povertà, un quarto degli iscritti è stato dispensato dal pagamento delle tasse comunitarie. La sfida per molti, il più delle volte, è quella di mettere insieme il pranzo con la cena.
“Aiutiamo gli ebrei venezuelani ad emigrare in Israele per iniziare una nuova vita. In Venezuela oggi la situazione è catasfrofica: violenza in crescita nelle strade e carenza di cibo, medicine, materie prime” ha sottolineato tra gli altri il rabbino Yechiel Eckstein, uno dei protagonisti della rete di assistenza a chi compie questa scelta.
Tra i principali motivi di preoccupazione, anche un antisemitismo difficile da scalfire. Già riconosciuto come il paese più pregiudizialmente antiebraico del continente durante il lungo mandato di Chavez, che non ha mai mancato di mostrare aperta ostilità nei confronti di Israele e vicinanza a leader sanguinari come l’iraniano Ahmadinejad, il Venezuela sembra aver fatto pochi passi in direzione opposta durante la presidenza Maduro. In particolare ha fatto discutere, nel gennaio scorso, la nomina a vicepresidente del controverso Tareck Zaidan El Aissami Maddah. Già ministro dell’Interno e della Giustizia, El Aissami ha sempre attirato su di sé sospetti di cattive frequentazioni (in primis i terroristi di Hezbollah) tanto da portare gli Stati Uniti a inserirlo in una black list che, da febbraio, gli preclude l’ingresso sul suolo americano.
Appare inoltre significativo che, nel suo populismo più estremo, a seguito di alcune contestazioni il presidente Maduro abbia dichiarato in maggio: “Noi chavisti siamo i nuovi ebrei del XXI secolo che Hitler ha perseguitato. Non portiamo la stella di David, ma abbiamo i cuori rossi pieni di desiderio di combattere per la dignità umana. E li sconfiggeremo, i nazisti di questo secolo”.
L’impegno per la dignità umana di Maduro prosegue in queste ore con il fermo dei leader delle opposizioni, prelevati nella notte dai loro appartamenti (dove erano già ai domiciliari) e condotti in carcere.
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Re: Venesueła

Messaggioda Berto » dom ago 06, 2017 9:37 pm

Venezuela, migliaia in fuga: "Scappano dalla fame e dall'estrema violenza dei paramilitari appoggiati dallo Stato"
di F. Q. | 6 agosto 2017

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08 ... to/3779364

In fuga verso Colombia, Ecuador, Cile, Perù. Mentre il Paese è dilaniato dallo scontro tra l’Assemblea Costituente voluta da Nicolàs Maduro e i sostenitori del Parlamento, migliaia di venezuelani si stanno riversando negli stati confinanti, in quella che è stata definita “una diaspora senza precedenti” dalla Rete che si occupa delle migrazioni sotto l’egida del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam). Lo racconta a Radio vaticana padre Francesco Bortignon, parroco a Cucuta, nel nord della Colombia, sul confine venezuelano. Dal Paese si fugge, spiega il religioso, “per motivi di fame e di insicurezza politica, per le ondate di estrema violenza da parte di gruppi armati, che sono praticamente paramilitari appoggiati dallo Stato venezuelano”. “Una situazione invivibile – aggiunge – legata in particolare all’elezione dell’Assemblea Costituente“.

La rotta più diffusa è quella che passa dal ponte di San Antonio, il collegamento tra il Venezuela e appunto la città colombiana di Cucuta, lungo una frontiera che si estende per più di 2mila chilometri. Le cifre diffuse dalle autorità colombiane parlano di una media di 50mila persone al giorno che attraversano il ponte, ma in entrambe le direzioni. Secondo l’agenzia venezuelana Efe, la maggior parte di loro va in Colombia in cerca di cibo o medicine, ma ci sono molti che attraversano il confine per cercare una nuova vita al di fuori del Venezuela e fuggire dall’oppressione causata dalla crisi istituzionale del Paese. E’ del 28 luglio infatti la notizia, diffusa dall’Ufficio migrazioni della Colombia, che almeno 210mila venezuelani si trovano in territorio colombiano: per loro il governo di Bogotà sta pensando a un permesso speciale di residenza, valido due anni, che gli permetterà di lavorare legalmente ed iscriversi nei programmi di assistenza sociale del Paese.

Padre Bortignon, da 21 anni missionario in Colombia, riporta la sua testimonianza ai microfoni dell’emittente pontificia: “La situazione alla frontiera è veramente difficile. E’ degenerata già due anni fa con una vera e propria ‘deportazione‘ dei colombiani che vivevano in Venezuela. Poi è iniziata l’emigrazione degli stessi venezuelani”. Il Centro per le migrazioni gestito dai vescovi non ha “cifre esatte” per questi ultimi sei mesi, specifica il religioso, ma “da quando recentemente hanno riaperto il ponte di San Antonio (che era stato chiuso dal governo nel 2015), ogni giorno è stato attraversato da 25mila, anche 30mila persone“.

Anche se le stime sono difficili, dal 1999 – anno dell’arrivo al potere di Hugo Chavez – in circa 2 milioni di persone hanno detto addio al Venezuela. Il sospetto degli analisti sudamericani è che la situazioni sia ora in peggioramento, dopo aver registrato l’arrivo di quasi un migliaio di venezuelani ogni settimana anche a Buenos Aires. La capitale dell’Argentina dista da Caracas ben 7.500 chilometri (quasi Roma-Pechino), se si decide di percorre in bus la rotta lungo il versante andino.
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Re: Venesueła

Messaggioda Berto » lun ago 07, 2017 2:24 pm

???

Socci, c'è un papa e un anti-papa: il segretario di Stato Parolin ha sventato i guai di Bergoglio
6 Agosto 2017 0
di Antonio Socci

http://www.liberoquotidiano.it/news/opi ... atore.html

È grossa, per Bergoglio, la sconfitta che ha subito sul Venezuela: ha perso la partita e si è dovuto piegare alla Segreteria di Stato del card. Parolin e ai vescovi del Venezuela che hanno preteso una sconfessione del despota rosso Maduro (firmata peraltro dalla stessa Segreteria di Stato). Il papa argentino infatti era vicino a Maduro (lui è sempre "tenero" con tutti i tiranni rossi, da Fidel Castro ai cinesi, mentre demonizza Trump e i leader democratici). Bergoglio si era perfino prestato, nel giugno 2013, a una parata propagandistica, in Vaticano, durante la quale si era fatto fotografare mentre benediceva Maduro sulla fronte.

Oggi che il despota ha ridotto alla fame il Venezuela (nonostante sia uno dei paesi più ricchi del pianeta: primo al mondo per riserve sfruttabili di petrolio), oggi che Maduro reprime nel sangue le proteste della piazza, il popolo e la Chiesa del Venezuela non potevano più accettare la tacita vicinanza del papa argentino al regime, così la Segreteria di Stato vaticana ha prevalso, facendo vincere oltretevere la linea dei vescovi venezuelani. Capita sempre più spesso. Dentro la Chiesa ormai il regno del "papa argentino" viene definito con termini come "sciagura", "disastro" e "flagello".

Pur con lo stile felpato degli ambienti ecclesiastici, si notano le reti di protezione della Chiesa, di autodifesa per scongiurare i colpi o limitare o rattoppare i danni incalcolabili provocati da Bergoglio e dalla sua corte. Ed è, sempre più spesso, il cardinale Parolin, Segretario di Stato vaticano, il protagonista di quest' opera di contenimento e correzione (com' è accaduto sul Venezuela).

USA E RUSSIA
Basti vedere le ultime settimane. Il 13 luglio, per esempio, Parolin ha rilasciato dichiarazioni sull' ondata migratoria che sono state considerate una correzione, se non una sconfessione, di mons. Galantino, quindi implicitamente di Bergoglio che dell' emigrazionismo ha fatto il dogma di fede della sua fazione: è anche l' ossessivo martellamento bergogliano sull' accoglierli tutti, dopo il viaggio Lampedusa del 2013, che ha spinto i governi del Pd ad abbassare tutte le difese fino a far travolgere il Paese dall' invasione. Ma, soprattutto, una toppa colossale è stata messa dal card. Parolin su una recente gaffe internazionale di Bergoglio - poco notata dalla stragrande maggioranza dei media - che aveva fatto sobbalzare certe diplomazie. Dunque l' 8 luglio, su Repubblica, nell' ultima surreale intervista a Scalfari, tra varie enormità, Bergoglio, a un certo momento, se n' è uscito con una sconcertante dichiarazione su Trump e Putin.

Ecco come la riportava Scalfari: «Papa Francesco mi ha detto di essere molto preoccupato per il vertice del G20. "Temo che ci siano alleanze assai pericolose tra potenze che hanno una visione distorta del mondo: America e Russia...


Putin e Assad nella guerra di Siria"».

In effetti al G20 Trump e Putin hanno avuto un colloquio che poteva essere un inizio di dialogo (e poteva anche aprire prospettive di pace per la Siria). Non c' è nessuna persona di buon senso che non guardi con favore il pacifico parlarsi fra le due grandi potenze. Soprattutto nella Chiesa Cattolica. La linea costante dei papi e del Vaticano è sempre stata quella di favorire al massimo il dialogo e l' accordo per salvaguardare la pace mondiale.

Invece a cercare lo scontro e a fomentare la tensione fra Usa e Russia sono certi potentissimi circoli guerrafondai americani che avevano in Obama e soprattutto in Hillary Clinton i loro rappresentanti politici (e ora cercano di spingere Trump in rotta di collisione con la Russia). Sono ambienti potentissimi che puntano addirittura a uno scontro militare (magari col pretesto dell' Ucraina o della Siria), che avrebbe conseguenze imprevedibili e incalcolabili. È dunque sconcertante che un Papa sia - e addirittura si mostri pubblicamente - così schierato con il partito della guerra e della tensione internazionale. Anche se non sorprende perché è ormai emersa da tempo, con evidenza la subalternità di Bergoglio a quel mondo obamiano-clintoniano. Quella dichiarazione ovviamente deve aver provocato dei grattacapi alla diplomazia vaticana.

Così il 27 luglio scorso, il card. Parolin - che a fine agosto sarà a Mosca - è corso ai ripari e ha dichiarato che Occidente e Russia devono dialogare e comprendersi. Si è spinto pure oltre: «Non è solo il suo essere ai confini dell' Europa che rende l' Oriente europeo importante, ma anche il suo ruolo storico nell' ambito della civiltà, della cultura e della fede cristiana. C' è chi rileva che quando san Giovanni Paolo II immaginava un' Europa dall' Atlantico agli Urali non pensava a un "espansionismo occidentale", ma a una compagine più unita di tutto il continente».

E - a proposito del ruolo internazionale della Russia (avversato soprattutto da quei potenti circoli Usa) - Parolin ha detto: «Oggigiorno vengono spesso sottolineate le differenze tra vari Paesi occidentali e la Russia, come se fossero due mondi differenti, ciascuno con i propri valori, i propri interessi, un orgoglio nazionale o transnazionale e persino una propria concezione del diritto internazionale da opporre agli altri. In un simile contesto la sfida è quella di contribuire a una migliore comprensione reciproca tra quelli che rischiano di presentarsi come due poli opposti. Lo sforzo di capirsi a vicenda non significa accondiscendenza dell' uno alla posizione dell' altro, ma piuttosto un paziente, costruttivo, franco e, al tempo stesso, rispettoso dialogo. Esso è tanto più importante sulle questioni che sono all' origine dei conflitti correnti e su quelle che rischiano di provocare un ulteriore aumento della tensione. In tale senso, la questione della pace e della ricerca di soluzione alle varie crisi in corso dovrebbe essere posta al di sopra di qualsiasi interesse nazionale o comunque parziale.


Qui non ci possono essere né vincitori né vinti».

Il Segretario di Stato ha anche ricordato come «non sia di per sé scongiurata la possibilità di una catastrofe», alludendo a una guerra, e ha concluso: «Sono convinto che faccia parte della missione della Santa Sede insistere su questo aspetto».
Siamo all' opposto della sciagurata dichiarazione di Bergoglio. Con il quale la Segreteria di Stato del card. Parolin è intervenuta pure per evitargli l' ennesimo infortunio: la nomina cardinalizia di Enzo Bianchi che piace a Bergoglio perché rappresenta il concentrato del cattoprogressismo più estremo. La Segreteria di Stato - a quanto pare - è riuscita a stoppare la cosa perché Bianchi non è nemmeno sacerdote: è un laico (e magari un domani a Bergoglio poteva venir voglia di fare cardinale pure Scalfari).

PRO VITA
Probabilmente c' è la mano di Parolin anche nell' ultima fase del "caso Charlie", per salvare la reputazione alla Santa Sede, pesantemente compromessa dall' ostinato silenzio di Bergoglio in proposito. Se è grazie al diluvio di telefonate di protesta arrivate in Vaticano che Bergoglio, attorno al 1° luglio, si è arreso e ha fatto fare un timido e indiretto messaggio (quando già le sorti del bambino erano decise), è stato poi Parolin, il 4 luglio, a dichiarare che «faremo il possibile», ad attivare l' ospedale Bambin Gesù e ad affermare che «siamo per la vita» e «offriamo tutte le possibilità affinché siano continuate tutte le cure per questo bambino».

D' altra parte la Segreteria di Stato è anche tornata a riprendere in mano quei settori di Curia che Bergoglio le aveva sottratto, quando si è inventato il vertice dei nove cardinali e la struttura per i fatti economici di Pell. Si dice infine che la stessa Segreteria di Stato stia anche frenando i progetti "rivoluzionari" della corte bergogliana sulla liturgia (la manimissione della Messa è un terreno minato su cui rischia di scoppiare lo scisma).
L' attivismo di Parolin miete sempre più consensi fra i tanti che sono sconcertati dall' opera di demolizione di Bergoglio. Ma per quanto ancora può continuare questa situazione?
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Re: Venesueła

Messaggioda Berto » sab set 02, 2017 9:57 am

VENEZUELA, L'AGONIA DI UN REGIME
di Loris Zanatta, Il Foglio
01 settembre 20171

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

Non è pieno, il volo per Caracas, ma quasi. Stento a crederci: chi diamine ci va di questi tempi? Cinesi, un sacco di cinesi. Tutti maschi. Che stupido a non pensarci: Pechino si sta comprando il Venezuela, pezzo dopo pezzo. Sarà un affare? Senza i suoi crediti il governo chavista avrebbe già dichiarato bancarotta. Ma nulla è gratis. Così il governo svende e la Cina compra. La sovranità è salva. O no?

A Maiquetía si respira il Caribe. Almeno quello: di aria condizionata nemmeno l’ombra. Si soffoca, ma la festa comincia: primi per distribuzione della ricchezza, tuona un gigantesco pannello. Caramba! Strano: l’aeroporto è deserto. Era un grande hub. Che gli è successo? Tanti militari, però, annoiati e truci. Da quanto non li vedevo negli aeroporti? Fanno paura.

So bene che non si cambia moneta all’aeroporto. Men che meno dove c’è mercato nero. Sono trent’anni che bazzico questi posti. Ma sono ospite e voglio avere qualche spiccio in tasca. Infatti la ragazza del cambio stenta a crederci: ecco un pollo, avrà pensato; l’unico, a guardarmi intorno. Il mio biglietto da cinquanta euro entra così nella storia: lo fotocopia e io lo corredo di impronte digitali. In cambio ricevo trentadue banconote, mezzo chilo di carta: fuori ne avrei ottenute sei volte tante. La maggior parte da 100 bolivares. Valore di mercato: cinque centesimi di euro cadauna. Non ci si compra nulla. Ma Caracas ne è piena.

Uguaglianza. Prendo il toro per le corna e parto in cerca dell’uguaglianza. Il governo se ne vanta. Vado accompagnato, perché Caracas è pericolosa. Molto. Mi fido il giusto delle statistiche: lessi che l’Argentina aveva meno poveri della Germania, lo diceva l’Onu; che a Cuba non c’erano prigionieri politici, lo diceva un vescovo. So come vanno queste cose. A prima vista, nulla di nuovo: a ovest i ranchos, le baraccopoli, la mega urbanizzazione di Catia, dove nessuno si ferma al rosso e adulti e bambini sventrano i sacchi della spazzatura in cerca di cibo. E’ pieno giorno. Più che da vent’anni di socialismo e dalla migliore congiuntura economica della sua storia, questa città pare uscita da un bombardamento. Proseguiamo: a est c’era la Caracas bene, adagiata sulle pendici del monte Avila, e lì rimane coi suoi splendidi giardini e i suoi shopping. Qualcosa però non torna. Basta poco a capirlo, due chiacchiere dal panettiere del Chacao, in una frutteria di Altamira, un giro tra scaffali semivuoti: c’è mestizia, rabbia, umiliazione, impotenza. La vecchia oligarchia fa le valigie, il ceto medio ha perso tutto: i miei colleghi, professori universitari, guadagnano trenta dollari al mese. Ma allora è vero: qui regna l’uguaglianza! I poveri saranno pure rimasti tali, ma almeno lo sono diventati tutti. Hugo Chávez ha invertito l’aforisma di Olof Palme: odiò i ricchi più di quanto amò i poveri. Lui sì che ha combattuto la ricchezza ed ora il suo pauperismo cristiano regna sovrano. Sovrano ma non pacifico: il vulcano borbotta, la tensione è palpabile. Vedere per credere: salgo al Petare. Baraccopoli ne ho viste tante, ma questa le batte tutte.

Non finisce mai. Lì era e lì rimane: c’è solo una teleferica in più; unisce la base alla cima, non ha fermate intermedie. Quasi tutti vivono in mezzo. Un’idea geniale? La storia è la solita: narcos e sporcizia, violenza e corruzione, furti e stupri. Lo stato? Non pervenuto. Eppure qualcosa non torna: vedo anche auto nuove, ristoranti pieni, centri commerciali alla moda. Meno male, dico io. Ma l’uguaglianza? Qualcuno è più uguale degli altri. Sempre. Il segreto è lo stesso che a Cuba: bisogna possedere dollari, ottenerli al cambio ufficiale e rivenderli a quello parallelo. In tal caso, sarete ricchi. Ma come si fa ad averli se, salvo rare eccezioni, chi li ha è lo Stato? Nella domanda sta la risposta: bisogna prendersi un pezzo di stato. Come si fa? Diventate bolivariani! Lo stato ce l’hanno loro e non lo dividono con nessuno: è il loro bottino. C’è da stupirsi che i nuovi ricchi siano avidi speculatori, cinici parvenus, giovani rampanti? Li chiamano boliburgueses, bolichicos: sul piano etimologico, non fa una piega.

L'aeroporto della capitale è deserto. Era un grande hub. Che gli è successo? Tanti militari, però, annoiati e truci
Mercato. Il chavismo odia il mercato. Vade retro! Corrompe il popolo, istiga l’egoismo, ammorba lo spirito. Roba da imperialisti, veleno da capitalisti. Difatti lo combatte: controlla i cambi, nazionalizza ed espropria, impone dazi e tariffe, amministra prezzi, raziona beni, requisisce profitti. Vent’anni così e qual è il risultato? A Caracas non si parla che di soldi: lo sterco del demonio troneggia. Tutto si vende e tutto si compra. Non è una malattia compulsiva, non è che la gente non preferirebbe parlare di arte, sport o cucina: è questione di sopravvivenza. Dove trovo un po’ di farina? Chi mi cambia i bolivares al miglior tasso? Chi mi compra il latte in polvere messicano che il governo mi ha ficcato nella cesta del razionamento? Con quel che ne ricavo potrò forse comprare un po’ di preziosa carta igienica! Al mercato nero, ovvio. Volano sms, fioccano whatsapp: tutti mercanti, speculatori, agenti di borsa. E’ legale? No. Allora è vietato? Nemmeno. Ma attento a quel che fai: una spada pende sul tuo capo.

Economia. Quando Hugo Chávez arrivò al potere, il barile di petrolio si vendeva a 8 dollari: nulla. Non c’è da stupirsi che il vecchio sistema democratico, già minato dalla corruzione, crollasse. Pochi anni dopo risalì a 25 dollari e Chávez lo celebrò a reti unificate: così va bene, disse radioso. Da allora il prezzo continuò a crescere e per un decennio si attestò sopra i 100 dollari: una cosa inaudita. Le casse venezuelane grondavano denaro e il governo era un bancomat che foraggiava l’orgia di consumi. La benzina? Gratis. E così l’acqua, il gas, la luce. Non per i poveri: per tutti. I crediti? A tasso negativo. I trasporti? Paga lo stato. Le armi? Comprate, comprate. Cuba chiede petrolio? Diamoglielo: ne abbiamo tanto! Chávez girava il paese con la tv alle calcagna. Lo spettacolo del re cattolico che ispezionava il suo reame andava in diretta. Espropriatemi questo terreno, diceva: ci voglio un villaggio! E si faceva. Di chi è questa casa? Mi piace, facciamoci la tal cosa. E si faceva. Scherzo? Per niente. Era proprio così. Va da sé che allora si votasse ogni anno e il regime vincesse a man bassa: la torta era immensa e un po’ di briciole toccavano a tutti. Poi il prezzo del petrolio è sceso. Era prevedibile, ma non era stato previsto. Il chavismo è come il capofamiglia che vince la lotteria ma sperpera tutto: di tanta ricchezza, non rimane nulla. Eccolo così svendere i gioielli di famiglia ai cinesi; ed eccolo chiudere le urne per non perdere il potere: persino i poveri di Catia e Petare lo avevano bocciato nel 2015; non era il caso di farli votare ancora. Ma com’è possibile un simile tracollo? L’economia non è una scienza esatta, ma alcune cose le sa e ce le ha dette.

William Easterly, per esempio, insegna come i governi possono uccidere la crescita economica: con inflazione eccessiva, elevato differenziale tra cambio ufficiale e cambio nero, alto deficit di bilancio, tassi di interesse che rendono insostenibile l’attività creditizia, restrizioni al libero commercio e servizi pubblici scadenti. Tali elementi incentivano la corruzione e inibiscono la produzione. Ebbene, in tutti tali ambiti il chavismo è campione olimpionico: primo per distacco. Il risultato è ovvio e tangibile: nessuno produce, nessuno investe, nessuno risparmia. Chi avrà soldi li spenderà all’istante o vi comprerà dollari che depositerà al sicuro in una banca estera per non vederli divorati dall’inflazione: i funzionari del regime per primi. Il Venezuela è così: un limone spremuto, un bottino saccheggiato, un paese sbranato dalla sua nuova classe dirigente.

Stato. Da un regime come il chavista, da un governo che inneggia al socialismo, ci si aspetta la creazione di uno stato forte, rispettato, efficiente, affidabile. Magari! In Venezuela non ce n’è traccia. Ne troverete un solo esempio: i servizi segreti. Li hanno messi in piedi i cubani, che se ne intendono. Per il resto, lo stato è un disastro. E un disastro sono i servizi che lo stato dovrebbe fornire: sicurezza, educazione, sanità, trasporti, carceri. Uno peggio dell’altro. Sulla sicurezza, basti dire che a Caracas vi è un quartiere chiamato sin ley: fuorilegge. E se il numero di omicidi impaurisce, il tasso di impunità sconvolge: uccidere a Caracas è una delle azioni meno rischiose al mondo. Chissà come mai all’imbrunire la città si svuota e impera un coprifuoco non dichiarato? Non è la legalità che importa al regime: se mantenete l’ordine, è il suo patto con le gang, avrete campo libero, qualsiasi siano le vostre attività. Solo se le regole verranno infrante, se un conflitto d’interessi inquinerà l’idillio con la criminalità, vi sarà la resa dei conti. Ma nemmeno allora interverrà lo stato di diritto. Semmai il terrorismo di stato: giungerà all’alba con le maschere dei corpi speciali e ucciderà, rapirà, ruberà, stuprerà, prima di andarsene impunito. E’ la stessa tattica impiegata nelle carceri: in tempi normali sono spazi che lo stato cede ai gruppi criminali, che li governano a piacere e li usano da base dei loro traffici. Meno le carceri femminili, che sono bordelli privati della polizia. Quando però qualcosa non gira come dovrebbe, se uno sgarro turba tale quiete mafiosa, accadrà ciò che le cronache hanno riportato poche settimane fa: 35 detenuti uccisi dalle forze di sicurezza, per lo più con colpi alla nuca; avevano le mani legate dietro le spalle. E’ lo stato chavista.

Inettitudine, malgoverno, corruzione, violenza, autoritarismo: la lista dell'obbrobrio chavista è infinita
La scuola e gli ospedali andavano un po’ meglio quando i petrodollari giravano. Oggi sono al collasso. Ai bambini il governo ha regalato un laptop. Perché fosse chiaro il nome di Babbo Natale, i suoi software grondano propaganda chavista. Molte famiglie li hanno cambiati, ne hanno caricati di normali e oggi sono in vendita sui banchi dei mercatini. Come tutto. Dell’università meglio non parlare: chi si è piegato e plaude al regime riceve lauti finanziamenti; chi non lo ha fatto langue e vivacchia. Il governo si vanta del boom delle matricole, ma non ne ha motivo: i più hanno fatto appena due pessimi anni nelle misiones dei cubani e già accedono alle università. Gli atenei seri si rifiutavano di riconoscerne i titoli, così il governo ha creato le sue università: sono tremende, ma fanno statistica. E le statistiche sono spesso scenari di cartone dietro i quali si cela l’inferno. E’ quel che accade negli ospedali, dove so di chi ha perso familiari per mancanza di medicine, di chi è costretto a portare tutto da casa per accudire i propri cari ricoverati e perfino guanti e mascherine per i chirurghi. Mancano i vaccini, con buona pace di chi li ha e non li vorrebbe: so di famiglie disperate che se li fanno spedire dai luoghi più remoti. C’è da sperare che non giungano con trasporti venezuelani: sozzi, sgangherati, inquinanti, rumorosi e soprattutto pericolosi, disastro tra i disastri; perfino la metropolitana, che un tempo fu oasi di pace e buona educazione.

Poi ci sono le case popolari, un capitolo a parte: evviva le case popolari, uno dei debiti sociali più gravi in Venezuela. Se ne è occupata la misión vivienda e perché non vi sia dubbio di chi ne porta il merito, ogni suo edificio porta la firma o il volto di Chávez. Pazienza: purché i poveri abbiano una casa! Oppure no? Nulla è come appare, in Venezuela. A Chávez non garbava che i costruttori privati facessero denaro costruendo case per il “suo” popolo; ma non poteva neppure escluderli a priori. Così inviò loro i piani edilizi cui il governo intendeva attenersi. Piccolo problema: se li era fatti fare in Cina ed erano in cinese. Gli ingegneri venezuelani imprecarono ma se li fecero tradurre. Scoprirono così che erano inadeguati al clima e al suolo di Caracas e lo fecero notare. Vedete, replicò Chávez dalla tv? Gli escualidos, i borghesi, non vogliono collaborare col mio governo. Così affidò l’impresa ai suoi amici. E si vede! Molti di quei palazzoni devono molto ai canoni estetici degli architetti bielorussi che li hanno alzati e il loro grado di disfacimento ricorda già le tristi periferie dell’Europa orientale. Il fatto è che a Chávez non importava che i poveri avessero case degne e di proprietà: tant’è vero che quelle case non hanno servizi, sono torride e concesse in usufrutto. Ciò che importava a Chávez erano due cose: le statistiche, per vantarsi di averne costruite tante; e la conquista del territorio, la creazione di avamposti chavistas nei quartieri dell’odiata borghesia: era un militare e il suo capriccio era legge.

Tirando le somme, lo stato che il chavismo ha messo in piedi è quello tipico dei populismi latinoamericani. Non ha nulla dello stato sociale della tradizione riformista europea, figlia della cultura liberaldemocratica, ma ha tutto della tradizione patrimonialista della monarchia iberica, antiliberale, confessionale, assolutista. Non c’è separazione dei poteri, non c’è libertà di professare un’ideologia diversa da quella del regime, non c’è stato di diritto, non c’è libertà individuale: sei un microbo in balìa dell’ultimo burattino col basco rosso che incontri per strada; lui avrà potere assoluto su di te e tu non avrai alcuna istanza cui rivolgerti se lui deciderà di nuocerti, se ti metterà della droga nell’auto per denunciarti, se ti accuserà di averlo aggredito per incarcerarti. Lo stato chavista è patrimonio di chi ne detiene le redini, che non fa distinzione tra patrimonio pubblico e patrimonio privato. Tutto ciò in nome dell’ineffabile pueblo di cui il chavismo reclama il monopolio, come fosse cosa sua.

Militari. Quello chavista è un regime militare e tale sua anima spicca sempre più man mano che perde consensi. I minacciosi latrati di Donald Trump gli facilitano soltanto il compito. Le fonti da cui i militari traggono il loro potere sono due: complementari e portentose. La prima è di tipo materiale ed è il controllo che essi esercitano sulla produzione e distribuzione dei beni. Le cariche strategiche in tali ambiti sono tutte nelle loro mani. In tal senso sono l’ossatura del regime, che se crollasse lo farebbe sulla loro testa: salvare il chavismo, per essi, equivale dunque a salvare se stessi. Ma ciò ne fa anche una casta privilegiata: sono i militari a maneggiare i dollari, il Sacro Graal della ricchezza nel povero Venezuela. Ciò non ne nutre solo l’arroganza, ma ancor più la corruzione. Poiché però è facile immaginare che un governo democratico presenterebbe loro il conto, ciò li lega ancor più al regime. La seconda fonte del potere militare è di tipo simbolico: sono i militari a governare il culto del Capo, a lucrare sul mito del Dio Chávez. Il culto della personalità cui si assiste in Venezuela è così kitsch e anacronistico da lasciare increduli: sogno o son desto? Tant’è: farebbe ridere se non facesse piangere.

Gli occhi di Chávez dipinti sulle case, le gigantografie dove meno te lo aspetti, le sue pompose frasi riprodotte all’infinito. Fu d’altronde lui stesso a pretendere che i venezuelani non avessero altro Dio all’infuori di lui: cambiò i simboli della nazione come si cambia una camicia, fece riscrivere i manuali di storia, toccò il culmine del grottesco facendo riesumare i resti di Bolívar, che poi sotterrò in nuovo Panteon, lontano dalla famiglia, rimasta in cattedrale. Chi ha molto fegato o senso dell’umorismo può seguire la scena su YouTube: l’inno nazionale sullo sfondo, gli esperti forensi vestiti come agenti dei Ris entrano nella cripta e tra le frasi gravi del commentatore estraggono i miseri resti da cui sarà possibile dedurre, udite udite, la vera immagine del Libertador, appena un po’ diversa della precedente e ovviamente altrettanto sindacabile; ora lo chiamano il Bolívar di Chávez.

Più che da vent'anni di socialismo e dalla migliore congiuntura economica, questa città pare uscita da un bombardamento
Violenza. Tutto ciò sembrerebbe fare della Venezuela chavista una Macondo esuberante e folklorica. Ma se la Macondo colombiana di García Márquez era magica e tenera nella sua leggerezza, quella venezuelana è fanatica e feroce, pesante e implacabile nei suoi soprusi, arbitri, ricatti; soprattutto nella sua violenza. Ho toccato con le mie mani le biglie d’acciaio sparate dalla polizia contro i manifestati, causa di molte morti; ho sentito con le mie orecchie i testimoni delle brutalità militari, delle torture spietate, delle umiliazioni gratuite, del violino spaccato in testa al giovane musicista, della ragazza stuprata addosso a lui, nel più tipico rituale machista dei militarismi latinoamericani. Non era d’altronde stato lo stesso Chávez a inaugurare il genere, quando diede l’ordine di stuprare la giudice Afiuni? La sua colpa era di aver scarcerato un nemico politico del governo perché erano scaduti i termini della custodia preventiva. Chávez la fece arrestare, giudicare, condannare a trent’anni e infine stuprare. Perfino il suo amico Noam Chomsky dovette provare vergogna. La giudice Afiuni ha sofferto abbastanza, disse. Prima di tornare a plaudire. Si può dunque immaginare quale grado di credibilità abbiano le minacce del regime quando, nelle vigilie elettorali, minaccia i dipendenti pubblici di ritirare loro la pensione, di cacciarli dal lavoro, di farli picchiare e uccidere se non gli daranno il voto a cui non dubita di avere diritto.

Inettitudine. Malgoverno, corruzione, violenza, autoritarismo: la lista dell’obbrobrio chavista è infinita. Ma mi rimangono impresse le parole di un’amica francese, da quarant’anni in Venezuela. Affranta, gli occhi colmi di una rabbia gelida, le sue parole erano lame: sono degli inetti; non sanno fare niente e tutto quello che fanno, lo fanno male. Ecco: è quello che per tempo mi è ronzato per la testa e non saprei esprimere meglio. Inettitudine, incapacità, dilettantismo, ideologismo da strapazzo, uniti in una miscela esplosiva ad arroganza, violenza e fugace ricchezza, hanno scavato una fossa che ha inghiottito il paese tutto intero. Chi ci ha creduto e chi non si è mai piegato. L’inettitudine impregna tutto: sta nello scheletro del grattacielo mai concluso che campeggia in mezzo alla città, nella ferrovia che termina nel vuoto in periferia, nelle mille opere insensate in cui il governo ha buttato milioni, nel nepotismo dilagante, nei contratti agli amici e agli amici degli amici, come la brasiliana Odebrecht, madre di tutti gli scandali.

Se il numero di omicidi impaurisce, il tasso di impunità sconvolge: uccidere a Caracas è una delle azioni meno rischiose al mondo
Complicità. Alla periferia di Caracas c’è un’aiuola verde come solo ai tropici il verde riesce ad essere. E’ cosparsa di croci; sotto ogni croce un nome: quasi tutti ragazzi, studenti. E tra le croci un lenzuolo e sul lenzuolo una scritta: la tua indifferenza ti rende complice. L’Italia e l’Europa sono colmi di complici di tale scempio. Ho visto studenti spaccare vetrine perché turbati da un tornello, non ne ho sentito uno spendere parole per i giovani uccisi a Caracas; ho letto giornali e seguito programmi che inneggiavano a Chávez, poi passare ad altro con nonchalance; ho sentito colleghi guidare la carica contro il neoliberalismo e cavalcare intrepidi la tigre venezuelana, non avendo idea che di liberalismo il Venezuela ne ha avuto ben poco, ma che almeno aveva democrazia e accoglieva i rifugiati delle altrui dittature. E’ così e ci ho fatto il callo: l’Italia e l’Europa sono piene di dilettanti allo sbaraglio che salgono su ogni trenino latinoamericano che ripete l’antica solfa populista e lascia sempre la stessa eredità: miseria, violenza, corruzione, autoritarismo. Poi, quando il trenino s’è schiantato, se ne vanno fischiettando, in attesa del prossimo: mica le pagano loro, le conseguenze. Sarebbe ora che la piantassero, perché fanno danni. O che almeno imparassero a capire di cosa si tratta.

Speranza. All’aeroporto è sempre peggio: per l’afa e per i militari che circondano la fila degli imbarchi. Ci scrutano uno a uno e qualcuno lo chiamano fuori dalla fila. Brividi. Cercano droga, ma è assurdo: ci hanno già perquisiti tre volte. La cerchino dov’è, borbotta inferocita un’anziana: al palazzo presidenziale. Si direbbe che marchino il territorio, che vogliano intimidire. Due giorni dopo hanno arrestato una militante dei diritti umani che cercava di lasciare il paese. L’ultimo militare lo trovo proprio sulla porta dell’aereo, in fondo al tubo. Mi viene in mente quel politico italiano che confuse il Venezuela col Cile; nella sua ignoranza ci è andato vicino: sembra il Cile del 1973, penso accompagnando il decollo con un sospiro di sollievo.

Eppure non me ne vado sconfortato: ho incontrato gente decisa, ho conosciuto gente capace, giovani coraggiosi; tanti venezuelani che giorno dopo giorno si rigenerano facendo con serietà e professionalità il proprio lavoro, scommettendo nel futuro mentre il paese cade a rotoli intorno a loro, i figli se ne vanno e i nipoti crescono stranieri. Non lasceranno il loro paese in mano a quell’orda di bruti. Se lo vorranno, dovranno uccidere ancora. E molto. Lottano da soli, perché pochi al mondo osano sfidare chi blatera in nome del popolo. I più preferiscono blandirli. Ma qualche amico ce l’hanno e mi piace pensare che saremo sempre più.
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Re: Venesueła

Messaggioda Berto » lun set 25, 2017 6:46 am

Grazie a Trump la dittatura di Maduro in Venezuela e la libertà dei popoli al centro della politica mondiale
ISABELLA MECARELLI
https://www.facebook.com/MagdiCristiano ... 3275262922

La crisi venezuelana è balzata recentemente alla ribalta nel panorama politico mondiale. Il silenzio e l’indifferenza hanno pesato per lunghi anni, durante i quali solo poche notizie trapelavano e comunque venivano somministrate col contagocce o filtrate con cura dalla stampa internazionale.
Ma ora pare cominciata, e si spera continui, una nuova era: finalmente un risveglio dell’attenzione per quella nazione sofferente da tempo, in balia di un regime giunto al potere in modo fraudolento (spiegherò sotto il perché) e che nel corso del tempo ha proceduto verso una crudelizzazione del sistema, grazie anche all’appoggio di dittature amiche come Cuba.
Da sottolineare che tale evoluzione è stata soprattutto favorita dalla non ingerenza sia degli organismi internazionali sia dei singoli governi, in primis quello italiano, che non ha saputo o voluto cogliere fin dagli albori del processo il grido di dolore, l’allarme lanciato dai nostri connazionali trapiantati in quel paese che ha accolto ed ospita gli emigranti italiani da più di mezzo secolo.
È di pochi giorni fa un messaggio su Twitter, in cui il presidente Trump chiede “il pieno ripristino della democrazia e delle libertà politiche in Venezuela”. Nel suo incontro con i rappresentanti degli stati dell’America Latina, che ha preceduto il suo primo intervento all’Assemblea generale dell’Onu, ha auspicato la restaurazione della democrazia e delle libertà politiche in quel paese, nei confronti del quale gli Usa hanno già preso provvedimenti imponendo sanzioni contro il governo Maduro, che ha ridotto uno degli stati più ricchi e civili dell’America latina alla fame.
Ma l’attenzione del presidente Usa verso questa nazione, trascurata e praticamente dimenticata dalla precedente amministrazione Obama, va al di là del caso specifico, perché pare avere anche una valenza esemplare. E questo si capisce se si collega a un passaggio del discorso tenuto all’Assemblea dell’Onu, quello relativo all’auspicio che siano i popoli a decidere del proprio governo, ai fini del loro benessere, affinché non sussistano regimi dispotici che soffochino le libertà e i diritti umani dei propri cittadini. Questa affermazione, che subito le sinistre hanno interpretato come frutto di mentalità populista, preferirei al contrario valutarla come indice di spirito democratico, come invito a non consentire che governi tirannici continuino a imperversare in tanti angoli della terra, soffocando le economie, l’istruzione, la libertà dei popoli.
Il Venezuela di oggi si pone come caso emblematico di un regime giunto al potere apparentemente con la legalità, ossia con le elezioni, poi via via degenerato fino a portare la nazione alla catastrofe: la promessa fatta di migliorare le sorti del paese, sconfiggendo la povertà dei ceti bassi della popolazione, si è tramutata, grazie a riforme basate sull’ideologia chavista, frutto del pensiero del presidente Hugo Chávez (un mix micidiale di marxismo, peronismo, terzomondismo) nella distruzione del lavoro: l’affossamento delle classi media e alta, che ormai non esistono quasi più, non ha fatto altro che aumentare il numero dei poveri. Insomma, tanti buoni propositi spazzati via da risultati pessimi.
Come ha sostenuto Moisés Naím, ex ministro dell’Industria e del Commercio: “Il Venezuela è ricchissimo, ha le riserve petrolifere più grandi del mondo. Il governo però non sa come gestire l’economia e lo ha portato alla catastrofe.”
Chi ha vissuto in quel paese decenni fa, come la sottoscritta, se tornasse ora, non lo riconoscerebbe, tanto è mutato: questo appare evidente dagli appelli dei venezuelani al resto del mondo, con cui essi cercano di sensibilizzare sui disastri del regime di Chavez, cui ha fatto seguito, addirittura aumentando i danni, quello odierno di Maduro. Le testimonianze raccontano situazioni inimmaginabili in una terra un tempo fornita di tutto e di più: nei negozi manca il latte; i magazzini sono vuoti anche dei beni di prima necessità, dalla carta igienica alla farina, alle uova. Farmacie ed ospedali risultano privi di medicine.
L’approvvigionamento ha assunto i caratteri tipici di ogni regime comunista che si rispetti: code chilometriche, oltretutto presidiate da poliziotti per sedare le proteste, si snodano davanti ai negozi e con ogni tempo, sotto la pioggia o sotto il sole cocente dei tropici.
E tutto questo non può neanche essere oggetto di protesta, perché il regime ha messo il bavaglio all’opposizione, utilizzando i metodi repressivi consueti di ogni regime comunista classico: carcere per i dissidenti, chiusura di giornali, rapimenti di persone scomode, ecc…
Dulcis in fundo (per il dittatore, ovvio) la decisione di Maduro di insediare la nuova Costituente, ignorando ogni appello affinché fosse salvaguardata almeno la costituzione venezuelana, fossero indette libere e regolari elezioni e rilasciati i prigionieri politici, per porre così fine alla ormai troppo prolungata violazione dei diritti umani.
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Re: Venesueła

Messaggioda Berto » lun gen 08, 2018 7:33 am

Il venezuela devastato dal chavismo
Gian Enrico Rusconi
2018/01/07

http://www.lastampa.it/2018/01/07/cultu ... agina.html

Diamanti, oro e metalli rari per pagare le medicine: la scelta del governo di Caracas di ricorrere alle materie prime preziose per fare fronte a 5 miliardi di dollari in debiti con le maggiori case farmaceutiche evidenzia il fallimento del Venezuela come Stato nazionale.

A venti anni dall’elezione di Hugo Chavez alla presidenza ed a cinque anni dalla successione di Nicolas Maduro, la «rivoluzione bolivariana» ha trasformato uno degli Stati più ricchi di petrolio del pianeta in uno spietato esempio di fallimento economico e politico. Il 2017 si è chiuso con debiti per 150 miliardi di dollari a fronte di riserve per appena 10 miliardi. Corruzione e nepotismo dilagante hanno dilapidato fiumi di danaro, reso inefficiente l’industria estrattiva e, complice il brusco calo del petrolio, ridotto alla povertà gran parte di una nazione che deve il 25 per cento dei Pil al greggio. Le importazioni sono scese da 66 miliardi di dollari del 2012 a 18 miliardi del 2016 con la conseguente scomparsa di prodotti stranieri e ciò ha determinato il parallelo boom del mercato nero gestito dai «bachaqueros», i trafficanti legati alle gang, che offrono nelle strade 9000 bolivares per 1 dollaro a fronte di un cambio ufficiale di 10 a 1. Le espropriazioni di aziende private inaugurate da Chavez e continuate da Maduro hanno portato ad oltre 500 le società pubbliche, in gran parte pesantemente indebitate, moltiplicando illegalità di ogni genere, violenza e povertà. Fino all’agghiacciante ammissione della Federazione farmaceutica sulla non disponibilità - sin dal 2016 - di almeno l’85 per cento delle medicine di base.

Questo è il motivo per cui negli ospedali mancano gli antibiotici, le garze e perfino il sapone mentre la mortalità è aumentata, negli ultimi 24 mesi, del 30 per cento per i neonati e del 65 per cento per le madri. Sebbene Maduro ed i suoi ministri continuino a negare tali numeri, basta mettere piede in Venezuela per accorgersi che la decomposizione del tessuto umano nazionale è oramai in stato avanzato con l’87 per cento della popolazione senza denaro a sufficienza per comprare il cibo necessario e il 30 per cento degli alunni malnutriti. Con una rapida successione di colpi di mano, elettorali e costituzionali, Maduro è riuscito a mantenere il controllo di questo Stato oramai fallito - in quanto incapace di garantire i diritti basilari dei cittadini - ed ora guarda alle elezioni presidenziali in programma quest’anno puntando a preservare il potere assoluto su ciò che resta del chavismo. Isolato dai vicini del Mercosur, messo alla porta dall’Organizzazione degli Stati americani e investito dalle sanzioni economiche dell’amministrazione Trump, Maduro ha voltato le spalle al Fmi trovando però sostegni politici ed aiuti economici a Pechino e Mosca. E’ stata la carta ideologica dell’avversione viscerale agli Usa, già giocata da Chavez per legarsi alla Cuba dei Castro ed all’Iran degli ayatollah, a consentire a Maduro di trovare 60 miliardi di dollari in crediti in Cina, di trasformare la russa Rosneft in un venditore del 13 per cento del proprio greggio, di ristrutturare 3 miliardi di dollari di debito grazie al Cremlino e di impegnarsi a diventare entro il 2025 il maggior importatore di armamenti «made in Russia». Ma neanche tali e tanti aiuti economico-finanziari giunti da Pechino e Mosca fino al termine del 2017 - in aggiunta al legame privilegiato con Cuba, Ecuador e Bolivia - hanno consentito a Maduro di poter avere le risorse necessarie per pagare i medicinali. Da qui la scelta estrema di offrire un baratto con diamanti, oro e metalli rari come il coltan - usato per costruire cellulari e playstation - ammettendo il collasso del «Bolivar Forte», la moneta creata nel 2008 togliendo tre zeri alla valuta precedente ma da allora precipitata del 97 per cento del valore. Il ministro della Sanità, Luis López, si definisce un «estremista anti-imperialista» e tenta di portare a termine il baratto ordinato da Maduro - e definito da Chavez in passato come una «meravigliosa esperienza» economica - attingendo alle riserve dei trafficanti senza scrupoli dell’Amazzonia. Ma anche il baratto tarda a concretizzarsi e così il 95 per cento delle medicine disponibili tre anni fa oggi non sono più sul mercato. Ciò significa che all’emergenza povertà, criminalità e carenza di democrazia si somma una crisi sanitaria che investe 30 milioni di venezuelani, inclusi oltre 200 mila nostri connazionali. E’ una tragedia di dimensioni epocali in una nazione di cultura europea ma della quale l’Unione Europea esita ad occuparsi in maniera concreta, dimostrando un ritardo, morale prima ancora che politico, nel soccorrere le vittime del chavismo.
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Re: Venesueła

Messaggioda Berto » sab gen 13, 2018 2:15 pm

Venezuela: scontri e morti in fila per il pane. "Animali uccisi a sassate perché la gente ha fame"
12 gennaio 2018

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/0 ... me/4089789
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Berto
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