Questione siriana, come orientarsi e con chi stare?

Re: Questione siriana, come orientarsi e con chi stare?

Messaggioda Berto » sab mag 12, 2018 7:00 am

L’Iran ha cercato di colpire Israele, ma nessun missile si è abbattuto in territorio israeliano. Quelli che non sono caduti all’interno della Siria sono stati intercettati dal sistema anti-missilistico Cupola di ferro.Gli attacchi israeliani contro obiettivi iraniani in Siria servono da monito per il regime del presidente Bashar Assad, le Forze di Difesa israeliane agiranno contro le forze siriane se esse aiuteranno militarmente l’Iran contro lo stato ebraico. Chiunque ci colpisce verrà colpito sette volte tanto e chiunque si appresta a colpirci, noi lo colpiremo per primi. Questo è ciò che abbiamo fatto e questo è ciò che continueremo a fare.La comunità internazionale deve impedire il trinceramento della Forza Al Quds in Siria .Dobbiamo unirci per tagliare quei tentacoli che si espandono in Siria e ovunque.

https://www.facebook.com/noicheamiamois ... 4048217984



Attacco israeliano alle forze iraniane in Siria: «ci metteranno mesi a riprendersi»
11 maggio 2018

https://www.rightsreporter.org/attacco- ... iprendersi


L’attacco israeliano alle forze iraniane in Siria era pronto già da tempo. L’intelligence aveva individuato tutti gli obiettivi da colpire, l’aviazione aveva pianificato meticolosamente i piani di attacco e tutto era già pronto in attesa dell’OK da parte dei comandi militari.

Il via libera è arrivato subito dopo il lancio di una ventina di missili da parte delle forze speciali iraniane in Siria contro il territorio israeliano.

«Questo attacco è un messaggio chiaro ed esplicito a tutti coloro che intendono minacciare Israele e la sua popolazione» ha detto il Generale Ronen Manelis in una dichiarazione ai media. «La Forza Quds ci metterà dei mesi a riorganizzarsi in Siria tanto è stato devastante l’attacco» ha poi aggiunto.

L’attacco era comunque già programmato dopo che un certosino lavoro della intelligence israeliana aveva individuato tutti gli obiettivi da colpire e confermato la pericolosità della presenza iraniana in Siria. I missili iraniani sparati contro Israele hanno solo accelerato l’inevitabile.



“La Mogherini? Una irresponsabile”
11 maggio 2018
Mirko Molteni

http://www.italiaisraeletoday.it/la-mog ... sponsabile

Con gli Usa in collisione con l’Iran sul trattato nucleare, e Israele che rintuzza sulle frontiere siriane le guarnigioni iraniane colà stanziate, l’Europa resta scettica verso la mossa di Donald Trump. Abbiamo raccolto il parere dell’esperto statunitense di strategia Edward Luttwak.

Come mai gli alleati europei sono riluttanti a seguire gli Usa? Gli europei sono dei veri irresponsabili, non si rendono conto del pericolo dei missili balistici iraniani. E la commissaria dell’Ue agli Esteri Federica Mogherini è pure irresponsabile nel difendere il trattato, è una che sbaciucchia il presidente palestinese Abu Mazen. E l’Europa non vuol rompere con Teheran per farci affari, per vendergli quattro stracci. Tutti i Paesi che oggi non appoggiano gli Usa potrebbero trovarsi un giorno a chiedere aiuto a Washington e non riceverne.

La rabbia giovanile ha scosso l’Iran

L’Iran accuserà il colpo di nuove pressioni? Le sanzioni hanno gioco perché l’Iran è molto provato. C’è il 12% di disoccupazione e il 12% di inflazione, in più gran parte della popolazione campa con 250 euro al mese, ma affrontando prezzi quasi europei.

Milioni di iraniani scendono in piazza alimentando proteste popolari. E si che la Mogherini plaude al presidente Rohani, sebbene in Iran si eseguano circa 1.000 condanne a morte l’anno per impiccagione.

Facciamo un confronto con la situazione coreana. Trump cerca forse un successo bis, visto che il pugno di ferro paga? Con la Corea del Nord, Trump offrirà l’opzione 100%, cioè tutto per tutto. L’America azzererà le sanzioni se i nordcoreani rinunceranno totalmente alle armi nucleari aprendo a ispezioni dei siti atomici, ma fatte da emissari americani, non da qualche egiziano dell’Onu. Secondo me non accadrà. L’incontro fallirà perché Trump si alzerà dal tavolo e se ne andrà. Anche con l’Iran potrebbe finire così. Le questioni si legano perché i missili iraniani Shahab derivano in parte da quelli nordcoreani Nodong e ci sono tecnici iraniani in Corea del Nord .

Abbiamo visto il premier israeliano Benjamin Netanyahu ospite del presidente russo Vladimir Putin, nonostante l’amicizia russa per Iran e Siria li divida. «Bibi» cerca una mediazione russa? Putin e Netanyahu si sono parlati da pari a pari, a differenza di quanto fa il presidente russo con gli europei, ai quali interessa solo il lato commerciale. Hanno tracciato linee per evitare incidenti fra le rispettive forze militari in Siria. Non credo però che russi e israeliani arrivino ad accordarsi per tenere Assad al governo a Damasco in cambio del ritiro delle forze iraniane dalla Siria.

Il ministro degli Esteri saudita Adel Al Iubeir ha minacciato che anche l’Arabia potrebbe farsi l’atomica se l’avrà l’Iran. Il regno già possiede missili a medio raggio cinesi e furono i sauditi a finanziare a suo tempo il programma atomico pachistano. È probabile che possano armarsi velocemente condividendo l’arsenale di Islamabad? Al Jubeir manda un avvertimento. I sauditi comunque non hanno un deterrente atomico, quei missili a medio raggio sono vecchi. E non penso che il Pakistan faccia uscire testate atomiche dal suo territorio per consegnarle a Riad, poiché vige un accordo internazionale di controllo del suo arsenale.



E adesso l’Europa condanni l’attacco iraniano a Israele
11/05/2018

https://www.rightsreporter.org/e-adesso ... -a-israele

Ora basta, l’Europa deve uscire dall’ambiguità dei suoi rapporti con gli Ayatollah iraniani e condannare con estrema fermezza l’attacco missilistico iraniano contro Israele. Che l’Iran usi il territorio siriano per attaccare Israele è un fatto inconcepibile che non può passare sotto silenzio.

Altro che indignazione per l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano. La notte scorsa gli iraniani hanno dimostrato tutta la loro pericolosità lanciando dal territorio siriano una salva di 20 missili contro lo Stato Ebraico.

Gli iraniani usano il martoriato territorio siriano per lanciare attacchi contro Israele

Voglio sottolineare “dal territorio siriano” perché è un dato importantissimo e dimostra come la presenza iraniana in Siria non sia finalizzata a distruggere ISIS come ci vorrebbero far credere gli Ayatollah iraniani, ma è unicamente finalizzata a creare una piattaforma d’attacco contro Israele.

L’Europa deve scegliere se essere complice degli assassini iraniani oppure se sostenere il Diritto alla difesa di una democrazia come quella israeliana minacciata continuamente di estinzione da parte dell’Iran.

Non ci sono giustificazioni all’attacco iraniano di questa notte e sinceramente non vorremmo che, come sempre succede, la risposta difensiva israeliana venga messa alla berlina e che a passare da “cattivi” siano gli israeliani.

L’Europa la deve smettere di chiudere gli occhi davanti all’evidenza del fatto che la presenza iraniana in Siria non solo mette a rischio una terra già martoriata da una guerra civile che dura ormai da otto anni, ma che essendo finalizzata esclusivamente ad attaccare Israele contribuisce a destabilizzare ulteriormente una regione già instabile di suo.

Ora ci aspettiamo una dura condanna nei confronti di Teheran da parte di Federica Mogherini, una condanna senza condizioni, senza se e senza ma, senza scusanti o attenuanti, senza accenni alla giusta risposta israeliana, una condanna che affermi senza ambiguità il Diritto dello Stato Ebraico a difendersi dalla minaccia iraniana. Ogni altra formula dimostrerà solo la contiguità tra Unione Europea e assassini iraniani.


???

Nucleare Iran, Trump e Israele preparano un assedio
Centro studi Unimed
2018/05/11
Roberto Iannuzzi*

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/0 ... io/4346902

Esacerbando il già teso clima internazionale, Donald Trump ha infine deciso di uscire dall’accordo nucleare con l’Iran. Ma bisogna essere chiari: quello che è stato descritto come un “ritiro” americano dal cosiddetto Joint comprehensive plan of action (Jcpoa) è in realtà una violazione pura e semplice dei termini dell’accordo. Anzi, è il culmine di una serie di violazioni da parte statunitense.

Il Jcpoa prevedeva infatti che, oltre a cancellare le sanzioni legate al programma nucleare, gli Stati Uniti non ostacolassero la reintegrazione dell’Iran nell’economia mondiale. Non solo Washington non ha ottemperato a quest’obbligo – intralciando le transazioni finanziarie fra le banche europee e l’Iran -, ma esponenti dell’amministrazione Trump hanno più volte apertamente scoraggiato le imprese occidentali dall’investire nel Paese.

A fronte di questi abusi statunitensi, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha certificato per almeno 11 volte la piena ottemperanza iraniana dell’accordo. Alla luce di ciò, la scelta di Washington di rinnegare unilateralmente il Jcpoa, riapplicando le sanzioni a chiunque abbia rapporti economici con Teheran, rappresenta una nuova e ancor più grave infrazione alla legalità internazionale da parte americana. Contrariamente a quanto affermato da Trump, la decisione di uscire dal Jcpoa non è motivata dal desiderio di impedire che l’Iran entri in possesso dell’arma nucleare. Al contrario, proprio un definitivo collasso dell’accordo renderebbe possibile una simile evenienza. Il Jcpoa offre, infatti, strumenti di monitoraggio del programma nucleare iraniano che sono senza precedenti e che verrebbero a mancare qualora l’intesa nel suo complesso dovesse fallire.

Il vero obiettivo di Trump sembra essere quello di reimporre l’assedio economico che esisteva nei confronti dell’Iran prima della firma dell’accordo nel luglio del 2015, al fine di favorire un cambio di regime a Teheran. Tale obiettivo è condiviso da una nutrita schiera di falchi ed elementi neoconservatori che hanno progressivamente occupato numerosi posti chiave all’interno dell’amministrazione.

A ciò punta anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’azione politica di Tel Aviv è apparsa per diversi aspetti coordinata con Washington. Israele è sempre più determinata a contrastare la presenza militare iraniana nella vicina Siria e in generale a contenere l’influenza di Teheran nella regione mediorientale. Nei primi mesi del 2018 si è registrata un’escalation di attacchi aerei israeliani contro obiettivi iraniani in territorio siriano.

Lo scorso 30 aprile – dopo che la notte precedente l’aviazione di Tel Aviv aveva colpito l’ennesima base iraniana vicino a Hama – Netanyahu ha tenuto una scenografica presentazione nella quale ha svelato materiale relativo ai presunti sforzi iraniani di costruire un ordigno nucleare. Il premier israeliano intendeva dimostrare che l’Iran aveva ingannato la comunità internazionale, firmando il Jcpoa ma allo stesso tempo continuando a lavorare alla realizzazione dell’arma atomica.

Come confermano fonti israeliane, la scelta di fare queste rivelazioni a pochi giorni dalla scadenza che Trump aveva fissato per decidere se gli Stati Uniti sarebbero rimasti nell’accordo o meno, era stata coordinata con l’amministrazione americana. Le rivelazioni di Netanyahu avevano lo scopo di fornire una giustificazione all’abbandono del Jcpoa da parte di Trump, addossando all’Iran (invece che agli Usa) la colpa di aver violato i termini dell’intesa.

Il materiale che l’intelligence israeliana avrebbe trafugato da un “archivio segreto” a Teheran, tuttavia, non fa altro che confermare ciò che l’Aiea già sapeva, cioè che l’Iran aveva compiuto solo alcuni studi preliminari finalizzati alla costruzione di un ordigno nucleare, che si erano interrotti prima del 2003. Non ci sarebbe dunque nessun tentativo iraniano di ingannare l’Aiea e gli altri Paesi firmatari dopo la ratifica del Jcpoa (come ha insinuato il premier israeliano). Tale convincimento è condiviso dall’intelligence americana e dai principali esperti nucleari internazionali. Netanyahu sembra però propenso a giungere a una resa dei conti immediata con l’Iran, piuttosto che a rimandarla. Lo confermerebbe il fatto che, alcune ore dopo che Trump aveva ufficialmente comunicato la propria decisione di sconfessare l’accordo, forze israeliane hanno ancora una volta provocatoriamente bombardato postazioni iraniane vicino a Damasco.

Israele ha compiuto un attacco ancora più intenso la notte successiva ma questa volta sono stati colpiti obiettivi dell’esercito siriano, il quale ha risposto lanciando alcuni razzi in territorio israeliano. I media israeliani e fonti giornalistiche occidentali hanno erroneamente riferito che la rappresaglia sarebbe stata compiuta dalla Guardia rivoluzionaria iraniana, piuttosto che da forze siriane, alimentando la tesi di un confronto israelo-iraniano in Siria.

Il premier israeliano naturalmente vuole Trump al proprio fianco in questa sfida e ha accolto con favore la decisione del presidente americano di uscire dal Jcpoa come premessa necessaria per un rinnovato isolamento dell’Iran. Per ironia della sorte, i vertici militari israeliani considerano invece pericolosa la scelta di Trump, poiché l’accordo nucleare garantiva a Israele una finestra di almeno 10-15 anni, durante i quali l’Iran non avrebbe ottenuto l’arma atomica.

Sebbene Teheran abbia ribadito la propria intenzione di continuare a onorare il Jcpoa qualora gli europei facciano lo stesso, le incognite restano molte. L’Europa deve dimostrare di essere in grado di opporsi con successo alle sanzioni americane. Ma altrettanto importante è scongiurare una deflagrazione del conflitto israelo-iraniano in Siria.

* Autore del libro Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo (2017)


Alberto Pento
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Re: Questione siriana, come orientarsi e con chi stare?

Messaggioda Berto » dom mag 13, 2018 10:25 am

Iran – Israele: attacco alla base T4 frutto di un altro capolavoro del Mossad
13/05/2018

https://www.rightsreporter.org/iran-isr ... del-mossad

La notte del 9 aprile caccia israeliani portarono un attacco alla base T4 vicino a Homs, in Siria, distruggendo quasi completamente alcune infrastrutture iraniane e una buon numero di droni provocando anche la morte di diversi militari iraniani. All’inizio si disse che la base T4 era quella da dove partivano i droni iraniani e che per questo era stata colpita. Ora si scopre che la verità non è proprio quella.

Nel mirino un sistema di difesa antiaerea

In realtà il vero obiettivo di quell’attacco era un sistema di difesa antiaereo che gli iraniani stavano trasportando dall’Iran alla Siria. Tale sistema, di produzione iraniana e denominato “Khordad”, è molto simile al sistema S-300 di fabbricazione russa e secondo l’intelligence israeliana poteva rappresentare un serio pericolo per l’aviazione di Gerusalemme.

Il Mossad era riuscito ad avere informazioni molto attendibili in merito al fatto che gli iraniani avevano intenzione di trasportare il sistema Khordad in Siria. Così attraverso diversi canali cominciò a monitorare accuratamente ogni base iraniana dotata di quel sistema nel tentativo di scoprire quando e come gli Ayatollah avrebbero trasportato il sistema Khordad in Siria.

La fortuna aiuta gli audaci e quando fu chiaro che da una base iraniana vicino a Teheran erano partiti i missili e le componenti del sistema Khordad con destinazione la Base T4 in Siria, partì l’ordine di attacco. I caccia israeliani colpirono proprio mentre da un aereo venivano scaricati i componenti (ancora imballati) del sistema antiaereo iraniano distruggendoli completamente.

Cosa è esattamente il sistema Khordad?

Il sistema Khordad è una delle quattro varianti del sistema di difesa aerea Raad. Sviluppato e prodotto dalle industrie militari del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC) doveva essere il sostituto del sistema di fabbricazione russo S-300 e venne implementato nel 2014 quando sembrava che i russi non volessero consegnare gli S-300 agli Ayatollah. E’ equipaggiato con missili Taer-2B e un radar di tipo phased array molto efficace su obiettivi multipli.

Israele non è mai riuscito ad appurare se effettivamente il sistema Khordad sia efficace quanto gli S-300 russi. Stando alle affermazioni iraniane sarebbe però in grado di colpire con precisione obiettivi multipli a una distanza di 50 Km e fino ad una altezza di 25/27 Km. Una minaccia seria per i caccia israeliani che non poteva essere sottovalutata.

Intelligence sul terreno

In questo caso il Mossad ha rispolverato la vecchia e cara intelligence sul terreno. Riuscire a sapere quando il sistema Khordad sarebbe partito dall’Iran e dove sarebbe arrivato non è stato sicuramente semplice. Eppure l’intelligence israeliana è riuscita a sapere tutto con estrema precisione. Un altro capolavoro del Mossad dopo quello della sottrazione di migliaia di documenti del programma nucleare iraniano.
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Re: Questione siriana, come orientarsi e con chi stare?

Messaggioda Berto » sab mag 19, 2018 3:37 am

Omaggio a Eli Cohen, a 53 anni dalla sua scomparsa
https://www.facebook.com/IsraelAkshav/v ... 2678845509

Damasco, 18 maggio 1965. Su ordine del presidente siriano Hafez Assad, nella piazza principale della città gremita dalla folla inferocita, fu impiccato Eli Cohen. Carnagione olivastra, baffoni nerissimi, amava le lingue straniere. Parlava perfettamente l’inglese e il francese ma il suo forte era l’arabo. Negli anni Cinquanta era il traduttore ufficiale dell’esercito israeliano e subito dopo fu reclutato dal Mossad che lo fece diventare uno dei migliori agenti segreti della storia di Israele. I servizi segreti israeliani gli diederono una nuova identità, si trasferì a Buenos Aires per coltivare influenti amicizie soprattutto all’interno della comunità siriana. Costruì relazioni con personaggi importanti vicini al mondo della politica, esponenti del partito Baath che nel 1961 andò al potere con il dittatore Hafez Assad, padre di Bashar. Fece quindi parte del cerchio magico dei fedelissimi del regime venendo a conoscenza di informazioni riservate, strategie e progetti militari soprattutto contro il nemico giurato Israele a cui Cohen comunicò informazioni fondamentali come la posizione esatta delle fortificazioni e della flotta aerea siriana. Ma un giorno fu scoperto, arrestato, processato e dunque impiccato per alto tradimento. Il suo corpo fu appeso per sette ore prima di essere seppellito chissà dove. Ma la sua morte non fu vana perché due anni dopo, le sue informazioni servirono a Israele per la vittoria miracolosa nella Guerra dei Sei Giorni.

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Re: Questione siriana, come orientarsi e con chi stare?

Messaggioda Berto » mar mag 22, 2018 1:44 am

Il Segretario di Stato Americano Pompeo detta le condizioni di resa all'Iran
Settore Medio Oriente
21 maggio 2018

http://www.geopoliticalcenter.com/attua ... sa-alliran

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha di fatto dettato le condizioni di resa dell’Iran, una resa intesa in termini di rinuncia definitiva al programma atomico militare del paese asiatico.
Pompeo, da sempre strenuo sostenitore della pericolosità dell’accordo messo in atto dall’amministrazione Obama, ora ha la possibilità di correggere gli errori insiti nel JCPOA.
Al fine di chiarire, pubblicamente e senza margine di incertezza, quali siano le richieste americane per instaurare rapporti di reciproco rispetto con Teheran, Pompeo ha elencato 12 richieste ben definite che vi andiamo a indicare:
1) L’Iran dovrà dichiarare ad IAEA la dimensione militare del programma militare, prima della firma dell’accordo in questione
2) Interrompere l’arricchimento dell’uranio, non intraprendere il riprocessamento del plutonio e smantellare il reattore ad acqua pesante di Arak
3) Fornire agli ispettori di IAEA accesso a tutti i siti presenti sul territorio iraniano
4) Fermare lo sviluppo dei missili balistici ed astenersi da nuovi lanci missilistici in futuro
5) Rilasciare tutti cittadini americani detenuti in Iran
6) Interrompere il supporto ai gruppi terroristici, incluso Hezbollah, Hamas e la Jihad Islamica
7) Rispettare la sovranità dell’Iraq e permettere la smobilitazione delle milizie sciite
8) Interrompere il supporto militare agli Houti dello Yemen
9) Ritirare tutte le forze facenti capo al comando iraniano presenti in Siria
10) Interrompere il supporto ai talebani e ad al Qaida in Afganistan
11) Interrompere il supporto che i Pasdaran forniscono ai terroristi all’estero
12) Interrompere tutti i comportamenti minacciosi verso altri stati della regione, i quali sono principalmente alleati americani. Interrompere il lancio di missili dallo Yemen contro Emirati e Arabia Saudita. Rinunciare alla distruzione di Israele e non minacciare le navi in transito nella regione

Ecco le richieste americane all’Iran per un nuovo accordo. Richieste che a nostro avviso innescheranno azioni provocatorie contro il naviglio americano ad Hormuz. Allo stesso tempo è probabile che l’Iran ritorni a tattiche asimmetriche contro obiettivi americani.
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Re: Questione siriana, come orientarsi e con chi stare?

Messaggioda Berto » mer mag 30, 2018 7:03 pm

Lo Strano Caso del Dottor Shlomo e di Mr. Sand
Niram Ferretti
30 maggio 2018

http://www.linformale.eu/3126-2

La guerra civile in Siria, che fino ad oggi ha causato la perdita di centinaia di migliaia di vite e reso profuga quasi la metà della popolazione, non è vicina alla fine. La tragedia siriana, che ha coinvolto altri attori del Medio Oriente, milizie mercenarie e eserciti stranieri, non sembra stabilizzarsi. Si è creato un nuovo contesto geopolitico. Allo stesso tempo, tuttavia, nell’agosto del 2017, l’Agenzia per le migrazioni delle Nazioni Unite (IOM) ha annunciato che oltre 600.000 sfollati, circa il 10% del totale dei rifugiati, erano già tornati alle loro case in Siria, molti nella città di Aleppo, che, fino a diversi mesi prima, era stata il simbolo dei violenti combattimenti tra l’indebolito campo ribelle e le forze del regime. Il 2017 si è concluso anche con la conquista, attraverso l’aiuto di Hezbollah, del villaggio di Beit Jann, una delle sacche di resistenza dei gruppi dell’opposizione supportati da Israele. Questi nuovi sviluppi, incluso il radicamento delle forze armate russe e iraniane in Siria, sono importanti anche per Israele e la sua visione strategica, soprattutto per quanto concerne la Siria meridionale. La strategia di Israele potrebbe dover essere modificata significativamente, data la grandezza dei cambiamenti sull’altro lato del confine.

La linea politica israeliana, inizialmente basata sull’idea dello Stato ebraico come “spettatore passivo”, evolvendosi in un intervento molto più attivo vicino al confine siriano, richiede un’analisi particolare. Il suo principio organizzativo combina l’attività umanitaria e militare: costruire ponti da un lato, e massimizzare gli interessi israeliani dall’altro. Inoltre, la “diplomazia umanitaria” – l’assistenza civile e governativa fornita nell’area delle Alture del Golan siriano- sarà oggetto di un esame approfondito, così come il suo ruolo negli sforzi per costruire una base di interessi comuni tra Israele e i gruppi dell’opposizione siriana. Infine, dobbiamo comprendere le sfide e le opportunità che Israele deve affrontare, alla luce della rapida evoluzione della situazione oltre confine.

Gli interessi di Israele in Siria e nella crisi siriana sono molteplici: Israele è interessato prima di tutto alla pace e alla stabilità del suo confine settentrionale, alla prevenzione dell’utilizzo delle armi di distruzione di massa consegnate o cadute nelle mani di Hezbollah o di altre organizzazioni e ad impedire che elementi jihadisti si stabiliscano a nord della Alture del Golan in modo paragonabile a quello che è successo nel Sinai. Lo Stato ebraico è anche interessato ad eliminare l’influenza dell’Iran in Siria, impedendogli di usare il Paese per sviare l’attenzione internazionale dal suo programma nucleare, e all’indebolimento di Hezbollah nel Libano. Il presente saggio analizza il punto di vista di Israele sulla crisi siriana, sulle sue relazioni bilaterali, regionali e sul contesto internazionale ed esamina le modalità attraverso le quali gli interessi dello Stato ebraico potrebbero essere influenzati dai risvolti della crisi attuale.

Storicamente, dal 1948 al 1991 e sotto i successivi regimi, la Siria è stata considerata da Israele come il suo nemico arabo più mortale. Mentre l’Egitto era il nemico più formidabile, la posizione della Siria quale “cuore pulsante del nazionalismo arabo”, la sua particolare vicinanza alla Palestina e alla questione palestinese, e il complesso delle problematiche connesse ai confini tra Israele e Siria giustificavano l’intensità del conflitto bilaterale tra i due Paesi.

Nel corso degli anni sono avvenuti diversi cambiamenti nella natura del conflitto e delle sue dinamiche; nel 1967 la conquista da parte di Israele delle Alture del Golan e la determinazione della Siria per la loro riconquista divennero una componente- tra le più importanti- del conflitto. Il tentativo siriano di riconquistare le Alture nella guerra del 1973 fallì, infatti, nel dopoguerra un accordo di disimpegno, mediato da Henry Kissinger, ha determinato le relazioni bilaterali lungo la linea del cessate il fuoco. Il Presidente della Siria, Hafiz al-Assad, ha mantenuto l’accordo e di conseguenza un fronte tranquillo, ma ha continuato a condurre la lotta contro Israele indirettamente attraverso il Libano e sostenendo i gruppi palestinesi, e promuovendo le organizzazioni terroristiche.

La capacità di Assad di condurre questa duplice politica è stata facilitata dal suo successo nella costruzione dello Stato siriano e dalla trasformazione della Siria in un potente attore della politica regionale del Medio Oriente. Assad è rimasto vicino all’alleato sovietico, ma ha aperto numerosi canali verso l’Occidente, impressionando molti Presidenti statunitensi e Segretari di Stato, sembrando di poter essere conquistato dalla linea di Washington.

Quando Anwar Sadat decise di negoziare un accordo di pace con Israele nel 1977, Assad ha guidato una campagna contro di lui, accusandolo di stupidità e tradimento. Quattordici anni dopo, dopo il collasso dell’Unione Sovietica e all’indomani della prima Guerra del Golfo, Assad si unì alla Conferenza di Madrid guidata dagli Stati Uniti, dando inizio ad un sforzo decennale per risolvere il conflitto siro-israeliano.

Durante questo decennio, quattro Primi Ministri israeliani- Yitzhak Rabin, Shimon Peres, Benjamin Netanyahu and ehud Barak—conveyed to assadtanyahu e Ehud Barak- hanno mostrato la loro volontà di ritirarsi dalle Alture del Golan in cambio di un insieme accettabile di proposte di pace e sicurezza. Questa politica rifletteva il pensiero che la Siria fosse un partner migliore rispetto ai palestinesi per il processo di pace. Assad concordava in linea di principio sulla firma di un trattato di pace con Israele e sulla normalizzazione delle relazioni, ma per ragioni che non saranno spiegate in dettaglio in questa sede, l’accordo di pace che era- o almeno appariva essere- vicino alla concretizzazione non fu raggiunto e i negoziati naufragarono nel marzo del 2000. Hafiz al-Assad morì tre mesi dopo, dando inizio ad un nuovo capitolo della storia della Siria e dei suoi rapporti con Israele.

La morte del costruttore dello Stato siriano e la sua sostituzione in stile dinastico da parte del figlio furono soltanto due degli eventi convergenti nel 2000 che cambiarono il corso della storia della Siria (e nel nostro contesto, la sua relazione con Israele). Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti determinarono che Bill Clinton, un aperto sostenitore della pace siro-israeliana e del riavvicinamento siro-americano, fosse sostituito da George W. Bush, che entrò in carica in un momento in cui il processo di pace arabo-israeliano non dava segni di progresso, inoltre, fu presto in rotta di collisione con la Siria di Bashar al-Assad. In Israele, la leadership di Ehud Barak collassò a causa del fallimento della conferenza di Camp David e del sorgere della seconda intifada. La fine del Governo di Barak lasciò campo libero al leader del Likud Ariel Sharon. Finì così un decennio di ricerca di un accordo di pace siro-israeliano, e fu segnata la fine anche della prassi politica che considerava tale accordo la migliore soluzione al “problema libanese”.

Nei successivi sei anni le relazioni israelo-siriane non hanno subito sostanziali modifiche. La politica di Bashar al-Assad era triplice: ha affermato più volte che voleva rinnovare i negoziati con Israele, ha rinforzato la sua capacità militare nel caso che l’opzione diplomatica fallisse, ha intensificato la collaborazione strategica con l’Iran e gli Hezbollah. Mentre Hafiz al-Assad era un alleato dell’Iran e trattava gli Hezbollah e il loro leader, Hassan Nasrallah, come subordinati, nel tempo Bashar è divenuto un subalterno più che un pari grado del principale partner iraniano e ha considerato Nasrallah come un alleato da ammirare. Durante i primi anni Duemila, l’arsenale missilistico di Hezbollah si è ampliato in modo preponderante come deterrente contro i potenziali attacchi di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran o la Siria.

Ariel Sharon era assolutamente disinteressato ad un’opzione diplomatica o a trattare con la minaccia dell’arsenale di Hezbollah. Sharon era completamente focalizzato sulla questione palestinese- in primo luogo nello sconfiggere la seconda intifada e poi nel ritiro da Gaza- e rifiutò di essere deviato da questi obiettivi dall’opzione siriana. Quando Bashar al-Assad, nel tentativo di alleviare le pressioni di George W. Bush, cercò di stabilire un contatto, questo fu respinto da Sharon, che fu, tuttavia, molto attento a non essere coinvolto in un grave conflitto militare con l’alleato di Assad, Hezbollah.

Quando Hezbollah divenne più audace, gli attacchi militari di Israele si focalizzarono su obiettivi militari minori in Siria. Il messaggio era chiaro: Sharon riteneva la Siria responsabile per le azioni di Hezbollah e aveva promesso che, se fossero continuati o si fossero intensificati, avrebbe valutato delle azioni più risolute contro la Siria (è importante notare che Sharon scelse di non agire contro l’arsenale di missili accumulato da Hezbollah, dall’Iran e dalla Siria).

Significativamente, quando il Presidente statunitense, irritato dalla doppia partita giocata da Assad in Iraq, ha parlato con Sharon circa la possibilità di rimuoverlo, il premier israeliano ha risposto che preferiva il “diavolo che conosceva”. In altre parole, anche Sharon non era un ammiratore di Assad e delle sue politiche, ma preferiva un Presidente siriano che mantenesse la linea del cessate il fuoco, soprattutto in considerazione dell’alternativa al regime del partito Baath, cioè i Fratelli Musulmani.

Ehud Olmert, che successe a Sharon quando questi si ammalò all’inizio del 2006, inizialmente continuò la politica del suo predecessore, o meglio la mancanza di una politica sulla Siria. Il suo stretto rapporto con George W. Bush ne rinforzò la riluttanza a considerare Bashar al-Assad come un potenziale partner per la pace. Ma nel corso del 2006 e del 2007, questa visione politica così semplicistica è stata trasformata da due eventi fondamentali: la guerra in Libano nel 2006 e gli sforzi congiunti della Siria e della Corea del Nord per sviluppare un’arma nucleare.

La guerra del Libano del 2006 ha rivelato tutta la portata della minaccia alla sicurezza di Israele rappresentata dalla cooperazione trilaterale tra Iran, Siria e Hezbollah. La guerra ha moderato gli attacchi condotti da Hezbollah, ma il suo arsenale di missili e bombe era aumentato e la minaccia futura era esacerbata. Nel corso della guerra, il Presidente Bush non fece mistero della sua speranza che Olmert si sarebbe occupato anche della Siria, ma il premier israeliano rifiutò. Alla fine del conflitto, Olmert accettò il punto di vista dominante nell’establishment della sicurezza nazionale israeliana secondo il quale l’opzione migliore per scongiurare nuove minacce sarebbe stato un nuovo negoziato e un eventuale accordo con la Siria, il modo più efficace per iniziare a smantellare l’asse guidato dall’Iran e indebolire Hezbollah e la sua presa sul Libano. Il premier israeliano chiarì la questione con il Presidente Bush, che non era soddisfatto dell’idea, ma non pose alcun veto. Olmert scelse di iniziare i negoziati attraverso la Turchia e acconsentì all’insistenza di Assad che fossero condotti, almeno inizialmente, per mezzo della mediazione turca. La mediazione fu svolta ad Ankara e culminò nella sfortunata visita di Olmert nella capitale turca nel dicembre del 2008, alla vigilia dell’operazione piombo fuso a Gaza.

Quando l’intelligence israeliana scoprì il reattore nucleare costruito dalla Nord Corea nella Siria nord-orientale, e lo stesso Olmert scoprì che il Presidente Bush non era disposto a distruggerlo, si impegnò lui stesso a farlo nel settembre del 2007. Una volta che i militari ebbero completato l’operazione con successo, la preoccupazione principale di Israele era gestire la ricaduta politica e mediatica in modo da minimizzare la pressione su Assad affinché non rispondesse militarmente. Assad si astenne da qualsiasi ritorsione. L’intero episodio evidenziava per Israele alcuni punti interrogativi relativi alla figura di Bashar al-Assad: era disposto a giocare d’azzardo attraverso una collaborazione nucleare pericolosa e di vasta portata con la Corea del Nord, ma aveva dimostrato responsabilità e controllo una volta scoperto e umiliato. Dopo un certo tempo, la mediazione turca tra Israele e Siria fu ripresa, ma senza successo, come abbiamo visto in precedenza.

La fine del mandato di Ehud Olmert ha segnato la fine anche del quinto inutile sforzo, dal 1991, per risolvere il conflitto israelo-siriano. Il successore, la leader di Kadima Tzipi Livni, non riuscì a formare un nuovo Governo e nelle successive elezioni generali l’elettorato si spostò a destra, conferendo la vittoria elettorale aBenjamin netanyahu and a right-wing coalition. Benjamin Netanyahu e ad una coalizione di destra. Netanyahu si era espresso pubblicamente, durante la campagna elettorale e in seguito durante il suo mandato, contro il ritiro dalle Alture del Golan. Il nuovo Presidente americano, Barack Obama, sosteneva l’impegno negoziale con la Siria, ma in pratica, durante la maggior parte del suo primo mandato, si impegnò nel rianimare il processo di pace arabo-israeliano, focalizzato sulla questione palestinese.

L’amministrazione Obama nominò Fred Holf, un noto esperto di Siria che aveva scritto sul processo di pace israelo-siriano, come vice di George Mitchell con responsabilità speciali per la questione israelo-siriano. Dato l’impegno profuso da Barack Obama e dalla sua amministrazione per riavviare il processo di pace arabo-israeliano, l’opzione siriana fu relegata in secondo piano. Invece, Hof e i suoi superiori provarono ad aprire un dialogo tra gli Stati Uniti e la Siria, concentrandosi sul miglioramento delle relazioni bilaterali. Funzionari del Dipartimento di Stato del New Jersey si recarono a Damasco e il senatore John Kerry ricevette la responsabilità di coltivare una relazione speciale con la Siria e il suo Presidente, trovando l’accoglienza positiva di Netanyahu. Il tentativo di costruire una nuova relazione tra Washington e Damasco non ebbe un esito positivo, tuttavia, nel 2010 l’amministrazione Obama tentò un nuovo sforzo per riavviare i negoziati israelo-siriani. Questo era uno schema familiare: quando le difficoltà si accumulano su un processo di pace, l’enfasi era spostata su un altro. Alla fine del 2011, la stampa israeliana rivelò che la mediazione segreta tra Netanyahu e il regime di Assad era piuttosto seria e sarebbe durata fino all’esplodere della crisi siriana. Non è noto quale fossero le intenzioni del premier israeliano quando impegnò l’amministrazione Obama in questo sforzo di mediazione. Netanyahu avrebbe fatto un accordo con Bashar al-Assad basato sul completo ritiro dal Golan? O era principalmente interessato a creare un’alternativa al processo di pace con i palestinesi? La fuga di notizie della stampa israeliana era probabilmente finalizzata a mettere in imbarazzo il premier mostrando la discrepanza esistente tra la sua retorica e le sue azioni pratiche, ma chiunque si aspettasse che la rivelazione avesse un impatto sull’elettorato israeliano fu deluso.

Fu in questo contesto che la ribellione contro il regime di Bashar al-Assad esplose nel marzo del 2011. Settimane più tardi, quando divenne chiaro che questo non era un episodio passeggero ma una radicata ribellione popolare che ha continuato a guadagnare supporto e forza, i politici e gli analisti israeliani elaborarono le prime serie risposte alla crisi siriana. In quel momento, intorno al maggio del 2011, non era ancora certo che il regime sarebbe collassato. L’atteggiamento di Israele in questo periodo può essere delineato attraverso i seguenti punti: 1.) Contrariamente alle voci correnti nel Medio Oriente e altrove, Israele non cercò di aiutare Assad a mantenere il potere e non tentò di persuadere gli Stati Uniti a seguire la stessa politica. La risposta di Ariel Sharon a George W. Bush nel 2005, il preferire “il diavolo che già conosciamo”, non era più rilevante nel 2011. Il cercare un accordo con la Siria, durante il mandato di Ehud Olmert nel 2006, non aveva portato da nessuna parte. Da quel momento, non c’era una sola visione israeliana della Siria e di Bashar al-Assad, ma la percezione di Israele della Siria e del suo Presidente poteva essere definita ambivalente. L’esperienza del 2006 nel Libano e l’affaire del reattore nucleare avevano avuto un effetto negativo, anche se non era svanita l’idea che il modo più efficace per far cadere il “muro iraniano” fosse tirare fuori il “mattone siriano”. Questa ambivalenza fu evidente nella primavera del 2011 quando la politica israeliana dovette decidere se preferiva che Assad restasse o fosse deposto. La leadership politica israeliana considerò che Assad fosse più dannoso che benefico. Era chiaro che un’opzione diplomatica era impraticabile nel breve termine. La leadership israeliana era preoccupata soprattutto dall’identità del successore di Assad, ma considerava anche il danno che sarebbe stato causato all’Iran dalla caduta del regime, e nel complesso preferiva la sua deposizione. 2.) Gli israeliani si sono resi conto che gli eventi in Siria, anche se non avessero coinvolto lo Stato ebraico direttamente, non erano una mera questione accademica. Israele non aveva un’influenza all’interno della Siria, quindi qualsiasi supporto esteso all’opposizione siriana sarebbe stato controproducente. La risposta iniziale del regime di Assad alla ribellione fu che questa non era una rivolta vera e propria, ma un complotto organizzato dall’esterno, in particolare da Stati Uniti e Israele. Se Israele avesse esteso il suo supporto ai ribelli (o eventualmente offerto un aiuto umanitario) avrebbe dato al regime di Assad una formidabile arma di propaganda. Le previsioni di alcuni osservatori secondo le quali Israele avrebbe potuto usare la sua potenza militare per influenzare il corso degli eventi in Siria, come concentrare delle forze sulla frontiera, non è mai stata considerata seriamente dalla leadership israeliana. 3.) Israele ha notato con soddisfazione che non tutti gli eventi della primavera araba erano necessariamente benefici per l’Iran e “l’asse della resistenza”. La caduta di Ben Ali e di Mubarak e la pressione sulle monarchie conservatrici erano considerate un guadagno per l’Iran, ma la ribellione siriana era una significativa battura d’arresto per Teheran. La Siria era il principale alleato dell’Iran nella regione, terra di ponte per il Libano, e suo partner nel supportare Hamas a Gaza. La prospettiva di un cambio di regime, e l’emergere di un successore filo-americano a Bashar al-Assad, era aberrante per Teheran. Le ripercussioni della crisi siriana furono presto chiare tra i partner dell’Iran: gli Hezbollah acquisirono una modalità difensiva e Hamas spostò il suo quartier generale esterno lontano da Damasco. In una prospettiva di gioco a somma zero, la perdita dell’Iran era un guadagno per lo Stato ebraico. 4.) Le ripercussioni per l’Iran erano chiaramente parte di un contesto regionale e internazionale più ampio. Mentre la ribellione continuava e si intensificava, la Siria divenne l’arena di un conflitto regionale tra l’Iran e i suoi rivali così come tra la Russia (e in misura minore, la Cina) e gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali. Gli eventi in Siria avevano degli effetti particolari su vicini come la Turchia e l’Iraq. 5.) Israele ha fatto una chiara distinzione tra le conseguenze immediate e quelle a lungo termine della crisi siriana. La ribellione, la guerra civile e la prospettiva di un cambio di regime in un Paese vicino nemico richiedono sempre vigilanza e molta attenzione. Le conseguenze a lungo termine della crisi siriana per Israele dipendono naturalmente dal corso degli eventi.

Alla metà di maggio del 2011, quasi due mesi dopo l’esplosione della ribellione, Rami Makhlouf, cugino di al-Assad, concesse un’intervista al “New York Times”. Makhlouf è un uomo d’affari, incaricato di costruire e gestire la fortuna illecita della famiglia e membro del cerchio più interno del regime. Non è noto se la sua dichiarazione fosse stata autorizzata o coordinata in anticipo con il cugino, ma era chiaramente significativa e preveggente. La principale importanza dell’intervista consisteva nel messaggio per cui il regime era determinato a detenere il potere ed era disposto a combattere fino alla fine. Ma Makhlouf scelse anche di includere uno specifico avvertimento diretto sia a Gerusalemme che a Washington: “se non c’è stabilità qui, non c’è modo che ci sia stabilità in Israele […] e nessuno può garantire ciò che accadrà dopo, Dio non voglia, qualsiasi cosa succederà a questo regime […] non spingerà la Siria a fare ciò che non è felice di fare”. Dopo breve tempo, nel giorno della Nakba, (parola araba che significa catastrofe, utilizzata fin dal 1948 per descrivere la fondazione dello Stato d’Israele e le sue conseguenze, tra cui la prima guerra arabo-israeliana, la sconfitta degli eserciti arabi e l’esodo massiccio dei palestinesi) migliaia di palestinesi si riunirono lungo il reticolato che separa le Alture del Golan dalla Siria vicino al villaggio druso di Majdal Shams. Rispetto alle recinzioni di sicurezza lungo gli altri confini di Israele, quella recinzione non era una vera e propria barriera e diverse centinaia di palestinesi riuscirono a spezzarlo e ad attraversare il villaggio druso. Quattro di loro furono uccisi e diverse dozzine feriti da una piccola forza militare israeliana.

Gli israeliani si erano abituati allo status quo, in base al quale il regime Baath infliggeva dei danni allo Stato ebraico su altri fronti, tuttavia, attuava scrupolosamente i termini degli accordi di disimpegno del 1974 e manteneva tranquillo il fronte del Golan. L’incidente di maggio a Majdal Shams era solo uno dei tanti in cui i palestinesi celebravano il giorno della Nakba lungo le frontiere israeliane. Tuttavia, l’incidente ha rappresentato un avvertimento per Israele sul fatto che il fronte del Golan non sarebbe rimasto calmo per sempre e che i disordini avrebbero potuto infiammare il fronte siriano, anche in mancanza di una politica deliberata (come minacciato da Makhlouf) e come sottoprodottoof the syrian rebellion. della ribellione siriana.

Israele prese le precauzioni necessarie, rinforzando il recinto e aumentando la sua presenza militare nel Golan. a second Palestinian attempt to cross the fence was Un secondo tentativo palestinese di attraversare la recinzione funipped in the bud. stroncato sul nascere.The Golan front remained quiet Il fronte del Golan rimase calmobut there was a reinforced sense in Israel that the syr- ma in Israele vi era la sensazione che laian civil war could spill into Israel or draw it in from guerra civile avrebbe potuto diffondersi nel Paese o coinvolgerlo daone day to the next. un giorno all’altro. Nel novembre del 2012, avvenne un certo numero di incidenti lungo la linea del cessate il fuoco siro-israeliano e sulle Alture del Golan. Probabilmente erano una conseguenza non intenzionale dei combattimenti tra l’esercito siriano e l’opposizione e non riflettevano una decisione di entrambe le parti di estendere i combattimenti sulle Alture del Golan o cercare di attirare Israele nel conflitto. Durante i successivi tredici mesi, all’evolversi della crisi siriana in una vera e propria guerra civile, il fronte siro-israeliano rimase calmo. Vi è stata un’agitazione alla fine dell’estate del 2012 dovuta a due questioni. La prima era l’arsenale di armi di distruzione di massa della Siria. Le previsioni di un crollo repentino del regime rese il tema più rilevante, infatti, venne alla ribalta il possesso da parte del regime di missili balistici con testate chimiche e biologiche. Gli Stati Uniti e gli alleati occidentali erano allarmati da una confluenza di materiale di intelligence e dichiarazioni pubbliche del regime. Assad e i suoi alleati, messi con le spalle al muro, avrebbero usato le armi di distruzione di massa contro la popolazione? Il regime avrebbe trasferito parte delle scorte a organizzazioni terroristiche come Hezbollah? Avrebbe deciso di uscire di scena usando quelle armi contro nemici come Israele e altri vicini? Alle prime due domande oggi possiamo rispondere positivamente, alla terza soltanto il procedere degli eventi potrà dare una risposta.

Israele ha risposto minacciando di intercettare qualsiasi trasferimento di armi di distruzione di massa. Il Ministro della Difesa Barak, il Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Benny Gantz hanno avvertito che questa era in realtà una “linea rossa”, e secondo il Ministro degli Esteri, un “casus belli”. Gli esperti militari e diplomatici ebbero delle posizioni più sfumate rispetto ai politici. Il generale della riserva Amos Gilad, Capo della divisione politico-militare del Ministero della Difesa, spiegò nel luglio del 2012 che fino ad allora il regime aveva mantenuto il controllo del proprio arsenale di armi di distruzione di massa. Il Capo di Stato Maggiore Gantz avvertì che sarebbe stato difficile individuare la più opportuna delle azioni da intraprendere, infatti, “se agisci a grandi linee potresti ritrovarti abbastanza presto in una campagna più ampia di quella che avevi pianificato. Noi dovremmo prendere in considerazione ciò che rimarrebbe dopo l’azione e in quali mani cadrebbe”. È probabile che il Capo di Stato Maggiore intendesse affermare che se Israele avesse intercettato il trasferimento di armi di distruzione di massa del regime di Assad a Hezbollah, o lanciato un raid contro Hezbollah, questo avrebbe potuto facilmente trasformarsi in un conflitto a pieno titolo tra Israele e Hezbollah.

L’amministrazione Obama lanciò un severo monito al regime di Assad se avesse usato le armi chimiche contro la sua popolazione, avvertendo che ci sarebbero state delle conseguenze.

Il secondo problema riguardava la diretta partecipazione dell’Iran alla guerra civile siriana. Nelle precedenti fase della crisi siriana, l’Iran aveva apertamente sostenuto la Siria, cercando, tuttavia, di nascondere la parte attiva giocata dalle truppe iraniane nei combattimenti. Questo è cambiato nell’estate del 2012 come parte di un più ampio sforzo iraniano di fare dell’Iran una forza proattiva, un potente attore regionale, invece che l’obiettivo passivo di un raid americano o israeliano. Per questa ragione, Mohammad Ali Aziz Ja’fari, Comandante dei Guardiani della Rivoluzione, ammise che membri della forza militare Quds erano presenti in Siria. Fu su questo sfondo che Israele annunciò all’inizio del settembre del 2012 che l’esercito israeliano aveva condotto delle esercitazioni militari sulle Alture del Golan, esercitazione notificata al Governo siriano attraverso “canali appropriati”, in anticipo, in modo da evitare un allarme e un travisamento. Potrebbero esserci stati altri motivi per tenere questa esercitazione in un periodo così particolare, ma era evidentemente un messaggio sia per l’Iran sia per la Siria.

È interessante soffermarsi anche sulla percezione dell’opinione pubblica israeliana della crisi siriana. Per un Paese noto per il vivace dibattito pubblico delle élite politiche, la crisi siriana è passata inizialmente invece in secondo piano. La comunità politica e i media israeliani hanno seguito lo svolgersi della crisi in Siria da vicino e l’hanno coperta ampiamente, ma non nel contesto di un evento così importante da avere profonde ripercussioni in Israele; i politici hanno fatto, nel complesso, poche e non attente dichiarazioni sulla crisi. Il senso comune per cui Israele aveva poca influenza sugli eventi in corso, che il corso degli eventi stesso era incerto, e in ultimo che l’impatto finale su Israele non era chiaro spiegano la reticenza riscontrata nei media e tra i politici israeliani.

Due tematiche significative emergono in modo evidente dal discorso israeliano sulla Siria durante questo periodo. Il primo riguardava il problema dell’accordo di pace e il ritiro dalle Alture del Golan. Chiaramente, i due problemi furono sospesi per il momento; la guerra civile in Siria doveva avere termine e doveva essere formato un nuovo Governo prima che le due questioni fossero messe di nuovo all’ordine del giorno. Ma gli oppositori di questa posizione, e i critici della volontà dei quattro primi ministri di ritirarsi dal Golan come parte di un accordo di pace con la Siria non persero tempo, enfatizzando la giustezza della loro posizione data la guerra civile in Siria.

Non è stato sorprendente leggere e ascoltare l’articolazione di questa posizione nell’ala destra dello spettro politico israeliano, ma la più eloquente denuncia retrospettiva dell’accordo non raggiunto con la Siria è stata scritta da un influente giornalista di centro, Ari Shavit. È interessante leggere un lungo brano del suo articolo1: “A nessuno piace ammettere di aver sbagliato. Neanche a me, ma a volte non hai scelta.

Di recente sono salito a nord per lo Shabbat. Ho passato ore a guardare le montagne delle Alture del Golan mentre si arrossavano verso la sera. Ma lentamente il puro piacere è stato sostituito da un profondo disagio. Non potevo fare a meno di pensare a cosa sarebbe successo oggi se la posizione ideologica che io ho tenuto per lungo tempo- pace in cambio del Golan- fosse stata accettata. Pensare a cosa sarebbe successo oggi se Ehud Barak non avesse lasciato la carica prima di Hafez Assad nel 2000, o se Ehud Olmert non fosse stato interrotto prima di affrontare Bashar Assad nel 2008. […]

Ho scritto incessantemente sul giornale e parlato in televisione sulla necessità di raggiungere un accordo di pace per il Golan. Ho spinto per la pace con la Siria con tutte le mie forze. La visione opposta sembrava irragionevole e immorale. Gli oppositori sembravano uomini pericolosi. Mi sono arrabbiato con Yitzhak Shamir e Ariel Sharon per aver bloccato il dialogo con la Siria e bloccato Israele. Ero convinto che un giorno la storia gli avrebbe condannati per il loro rifiuto e trattati come tratta Golda Meir, Moshe Dayan e Yisrael Galili.

E ora, tutto è stato capovolto. È stato tutto invertito.

Se avessimo avuto la pace negli anni Duemila, allora oggi avremmo già avuto un bagno di sangue. Se fossimo andati a letto con Assad una decina di anni fa, oggi ci saremmo svegliati con la jihad. Se avessimo rinunciato a Katzrin e a Snir, avremmo il terrore a Dan e a Dafna. Una strana sostanza sarebbe corsa negli affluenti del fiume Giordano. Frequenti scontri a fuoco sarebbero esplosi a Tel Katzir e Ha’on.

Il Golan siriano si sarebbe trasformato in un buco nero molto più pericoloso del buco nero del deserto del Sinai. L’idea della pace, che potrebbe essere stata corretta a suo tempo, si sarebbe trasformata in una realtà da incubo difficile da tollerare. Prima o poi, Israele sarà costretto ancora una volta a risalire a Tel Faher e a Nafah e a continuare per Quneitra. Ma questa volta tale operazione porterebbe a sbarramenti di missili su Tel Aviv. La pace in cui io ho creduto e per cui ho combattuto si sarebbe trasformata in un enorme guerra in cui migliaia di persone sarebbero state uccise”.

La percezione dell’opinione pubblica israeliana riflessa nell’articolo di Shavit non era modellata dalla sola crisi siriana. L’impatto della guerra civile siriana sull’atteggiamento del pubblico israeliano riguardo al tema “terra per pace” era amplificata dalla svolta simultanea degli eventi in Egitto. Il nuovo regime in Egitto non aveva abrogato il trattato di pace con Israele, come richiesto da alcuni dei suoi predecessori, ma aveva introdotto una serie di ambiguità che riguardavano il suo futuro. Inoltre, la penisola del Sinai, originariamente una efficace barriera di sicurezza tra Israele e Egitto, ora ospitava una popolazione beduina fuori dal controllo del Cairo e elementi jihadisti che effettuavano attacchi terroristici contro Israele. Nell’ambito delle più grandi tendenze generate dalla primavera araba questi sviluppi rinforzavano la preferenza del Governo e dell’opinione pubblica di Israele per mantenere uno status quo territoriale.

Ai margini del discorso pubblico israeliano, la guerra civile siriana ha ravvivato un interesse tradizionale nella “politica delle minoranze” che risale alla politica sionista pre-statale. Disperando di trovare un accordo con l’establishment arabo-sunnita della regione, i sionisti e i successivi leader politici israeliani hanno cercato di costruire delle partnership con minoranze etniche e religiose come curdi, drusi e maroniti. Questi sforzi avevano prodotto dei risultati insoddisfacenti e il complesso di presupposti che ne erano alla base sembravano essere stati eliminati dal trattato di pace con l’Egitto e dal processo di pace degli anni Novanta. Se Israele stava diventando una realtà accettabile per gli Stati arabi della regione, vi era ancora la necessità di raggiungere i gruppi minoritari?

Tali opinioni erano strettamente correlate all’idea che la Siria fosse solo uno degli Stati della Mezzaluna Fertile che avrebbe potuto disintegrarsi sotto il peso dell’etnia, dei conflitti religiosi e settari. Per questo, un esperto commentatore israeliano aveva descritto, dopo un briefing con un ufficiale delle Forze di difesa di Israele, un contesto nel quale “la Siria sarebbe stata divisa in poche aree sotto differenti controlli”: “Ciò che è significativo è il fatto che la Siria stia diventando l’esempio più estremo del nuovo mondo che circonda Israele. Gli Stati nazionali, alcuni dei quali (il Libano, ad esempio) erano creazioni coloniali artificiali mentre altri avevano una lunga storia, si stanno indebolendo e alcuni si stanno disintegrando. Il pericolo di una guerra su larga scala, che implica la conquista di territorio israeliano, scompare insieme allo smantellamento di questi Paesi. Ma si creano invece nuovi pericoli: pericoli che sono, per natura, oscuri, decentralizzati, molto più difficili da decifrare. Eppure l’intensità di questi nuovi pericoli è tanto grande quanto quella dei pericoli che siamo abituati a considerare come minacce esistenziali da molti decenni”2.

Lo stallo del processo di pace e l’impatto della primavera araba così come l’apparente frammentazione di Stati quali l’Iraq e il Libano hanno suggerito la prospettiva di un nuovo rimpasto del contesto geopolitico della Mezzaluna Fertile. Tuttavia, il tema degli alauiti e del separatismo curdo portava gli analisti israeliani a ponderare la prospettiva di un nuovo ordine regionale.

Con l’evoluzione della guerra civile in Siria nel 2011 e nel 2012, Israele ha dovuto confrontarsi con due pericoli: la vittoria e la sconfitta del regime siriano. Una vittoria, soprattutto con il sostegno dell’Iran, avrebbe ancorato il regime ancora più saldamente nell’orbita di Teheran. Una sconfitta sarebbe stata un duro colpo a quello che è stato definito “l’asse della resistenza” – ma la vittoria di Israele sarebbe stata una vittoria di Pirro, se i gruppi islamici radicali, inclusi i jihadisti, si fossero impadroniti della Siria. Questa minaccia sembrava particolarmente grande in un momento in cui la Fratellanza Musulmana governava l’Egitto e “la primavera araba” era ancora conosciuta come tale, una sfida a governanti di altri Stati come la Giordania, vicino e partner di Israele.

Senza una sola buona opzione strategica, il comando nord dell’esercito israeliano ha modellato la risposta iniziale del Paese, cercando di prevenire, per quanto possibile, l’erosione della sua posizione. Israele ha annunciato una serie di “linee rosse” progettate per garantirne la sicurezza del fronte interno e rafforzare la stabilità degli Stati adiacenti. Anche se le sue “linee rosse” a volte si sono sovrapposte agli interessi di un altro stakeholder, Israele considerava neutrale la sua posizione; attori esterni, tuttavia, consideravano Israele come già schierato.

All’inizio vi erano tre “linee rosse”, con una quarta aggiunta poco dopo. Le prime due riguardavano Hezbollah. Israele ha chiarito che avrebbe impedito alle milizie sciite di portare in Libano delle armi che avrebbero cambiato lo status quo, la cui definizione è cambiata nel tempo, e la costruzione e l’acquisizione del controllo di infrastrutture offensive attraverso la linea di armistizio nel sud-ovest della Siria, compresi i bunker dell’esercito siriano e le basi direttamente sotto il controllo dell’opposizione. La terza linea riguardava i consiglieri della guardie rivoluzionarie iraniane, le milizie sostenute dall’Iran o da chiunque altro.

Dopo la guerra tra Israele e Libano del 2006, lo Stato ebraico e Hezbollah si prepararono per il prossimo round, raggiungendo un equilibrio relativamente stabile basato sulla reciproca deterrenza. Hezbollah ha introdotto delle armi iraniane in Libano attraverso la Siria; lo Stato ebraico ha interrotto il trasporto a intermittenza per timore di provocare un’escalation. Israele tendeva a colpire quando le armi erano considerate significative (missili a lungo raggio e di alta precisione) e in condizioni strategiche ideali. Quando gli Hezbollah sono divenuti parte attiva nella guerra in Siria, tuttavia, Israele ha iniziato a colpire in modo più aggressivo per impedire alla milizia sciita di utilizzare la guerra per mascherare l’acquisizione di armi capaci di modificare lo status quo.

In secondo luogo, Israele aveva dichiarato la sua intenzione di bloccare la creazione di un’infrastruttura offensiva a est del Golan occupato, da parte sia dei combattenti Hezbollah che degli alleati iraniani o di forze collegate ad al-Qaeda o allo Stato islamico (ISIS). Israele temeva che l’Iran e i suoi partner si trincerassero in adiacenza alla linea di armistizio, consentendo l’apertura di un nuovo fronte- in cui i civili libanesi (in particolare i sodali di Hezbollah) sarebbero stati fuori dalla linea del fuoco; Israele avrebbe avuto giustificazioni insufficienti, dal punto di vista del diritto internazionale, per attaccarli, per questo gli ufficiali dell’esercito temevano di rispondere prontamente in Libano. Un ufficiale israeliano ha indicato negli attacchi del gennaio del 2015 (durante i quali un importante personaggio di Hezbollah, Jihad Mughniyeh insieme a molti altri membri dell’organizzazione e un ufficiale iraniano furono uccisi) e in quelli del dicembre del 2015 (quando fu ucciso Samir Quntar, ex detenuto rilasciato nel 2008, divenuto una figura di spicco nell’organizzazione) i casi più salienti per far rispettare la linea rossa. Questi attacchi erano solamente due delle venti azioni di risposta di Israele agli attacchi di Hezbollah dopo lo spiegamento di questa organizzazione in Siria. Dopo l’intervento militare della Russia nel settembre del 2015, gli ufficiali israeliani credevano importante la creazione di una zona cuscinetto- libera da qualsiasi nemico, compreso l’esercito di Assad, che hanno considerato come un’estensione di Teheran- di circa 20 km: dopo il dispiegamento della Russia, e quando l’Iran e i suoi alleati hanno preso in mano la conduzione del conflitto, gli ufficiali israeliani hanno iniziato a chiedere una zona cuscinetto di 60 km, e anche se a malincuore, venivano a patti con una presenza militare siriana all’interno di quella zona.



fine prima parte
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Re: Questione siriana, come orientarsi e con chi stare?

Messaggioda Berto » mer mag 30, 2018 7:03 pm

Seconda parte


La terza linea rossa di Israele era il fuoco nemico verso il territorio nazionale: Israele, se minacciato, avrebbe risposto, indipendentemente dal responsabile o dall’intenzione. Fino al settembre del 2016, la politica di Israele era quella di reagire contro il regime nel caso che vi fossero stati degli attacchi diretti contro la sua sovranità nazionale. Ma quando i ribelli, sotto pressione, hanno iniziato a sparare contro Israele per provocare una risposta, Israele ha iniziato a rispondere con le armi.

La quarta line rossa non fu mai annunciata come tale. A metà del 2015, quando una coalizione di ribelli siriani si mosse verso Sweida e Jabal Druze sul confine sud-occidentale con la Giordania, e Jabhat al-Nusra, poi affiliata siriana di al-Qaeda, si spostò verso nord da Quneitra, Israele ha messo in guardia i ribelli siriani dall’attaccare la popolazione drusa della zona, in particolare nel villaggio di Hader, vicino alla linea di armistizio. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu annunciò di aver incaricato l’esercito di prendere tutte le misure necessarie per proteggere i residenti del villaggio. Questa linea rossa di fatto non ha mai raggiunto lo stesso grado di prominenza delle altre perché il rischio di ritorsioni sulla popolazione drusa del villaggio svanì rapidamente, emergendo nuovamente soltanto nel novembre del 2017. La leadership politica di Israele si è sentita costretta ad impegnarsi in questa azione data la forte pressione della propria popolazione drusa, che presta servizio nell’esercito israeliano ed è legata alla popolazione ebraica di Israele da quello che chiamano un “patto di sangue”; per questo, molti drusi israeliani ne rivendicano l’estensione anche alla difesa dei loro parenti in Siria.

Israele ha usato anche il soft power per proteggere il suo confine. Dal 2013 ha fornito aiuti- cibo, vestiti, coperte, assistenza medica per adulti e bambini- per i residenti della stretta fascia di territorio all’interno della Siria, a est del Golan occupato da Israele. Il territorio siriano che confina con la linea di armistizio è controllata da diversi gruppi e alleanze:Jaysh Khalid bin al-Walid (formerly Katibat Shuhada al-Yarmouk, the Yarmouk Jaysh Khalid bin al-Walid (precedentemente Katibat Shuhada al-Yarmouk,Martyrs’ Brigade), an ISIS affiliate, in the southern part of Quneitra governorate; Brigata dei martiri), un’affiliata dell’ISIS, nella parte meridionale del governatorato di Quneitra;Jabhat al-Nusra (now part of Hei’at Tahrir al-Sham and formerly al-Qaeda’s Syrian Jabhat al-Nusra (ora parte di Hei’at Tahrir al-Sham e precedentemente affiliato siriano di al-Qaeda)affiliate) and other opposition forces, along the central stretch of the armistice line e altre forze di opposizione, lungo il tratto centrale della linea di armistizio(including the town of Quneitra); (compresa la città di Quneitra); il regime e gli Hezbollah.

Israele ha focalizzato la fornitura di aiuti nelle vicinanze di Quneitra per minimizzare i benefici per Jaysh Khalid e Hezbollah. Alcuni nativi rimangono in questa zona centrale, oltre a centinaia di migliaia di sfollati interni, in particolare da Daraa e Damasco, arrivati in numero particolarmente elevato nel 2014 (e più recentemente a fine giugno del 2017) quando i combattimenti si intensificarono a Daraa. Migliaia di sfollati si sono trasferiti nei campi adiacenti alla linea del cessate il fuoco siro-israeliana, per lo più all’interno della zona cuscinetto, ritenendo che l’ONU e la vicinanza di Israele avrebbero garantito un minimo di protezione.

Israele ha inviato aiuti umanitari, compreso un ospedale da campo, ai profughi. Alcuni aiuti (ad esempio farina per i panifici e materiale scolastico) hanno sostenuto delle comunità, dissuadendo i combattenti dallo sparare contro lo Stato ebraico e migliorando l’opinione pubblica locale nei confronti di Israele. Gli ufficiali israeliano hanno sempre negato con veemenza che lo Stato ebraico avesse fornito aiuto a gruppi jihadisti come l’ISIS e al-Qaeda.

Israele ha adottato una posizione più assertiva alla fine del 2012, quando gli Hezbollah si sono schierati in Siria, e in particolare dal maggio del 2013, dopo che il gruppo sciita aveva vinto una battaglia chiave a al-Qusayr, un villaggio vicino al confine libanese che è strategicamente posizionato accanto all’autostrada che unisce Damasco a Homs e alla costa siriana. L’entrata di Hezbollah nel conflitto ha esteso la decennale battaglia di Israele contro il gruppo nel territorio siriano ed ha comportato l’interconnessione di tre conflitti finora separati: tra Israele e Siria, tra Israele e Hezbollah, e tra le varie parti coinvolte nella guerra civile siriana.

In Siria, combattendo per l’esistenza del regime, Hezbollah ha avuto un accesso più facile alle armi, compresi missili di maggior portata, potenza e precisione. Di conseguenza, è migliorato il suo arsenale al punto che il concetto di Israele su ciò che costituisce “un cambio di gioco”, le armi- del tipo che Israele ha tentato di bloccare- è cambiato. Israele ha rinunciato, in gran parte, a interdire i missili a lungo raggio, detenuti in gran numero da Hezbollah, e si è impegnato a impedire l’acquisizione di armi di precisione da parte del gruppo, che consentirebbero a Hezbollah di attaccare i siti più sensibili di Israele, come il centro di Tel Aviv, l’aeroporto Ben Gurion e gli impianti di estrazione e produzione del gas. Gli ufficiali israeliani sono convinti che la prossima guerra con Hezbollah esigerà un pesante tributo sul fronte interno, per questa ragione Israele difende con vigore la sua nuova “linea rossa”. Dall’incursione del 30 gennaio del 2013, la prima volta in cinque anni che l’aviazione israeliana ha effettuato un attacco in Siria, lo Stato ebraico ha lanciato quasi 100 attacchi aerei.

Lo spiegamento di Hezbollah in Siria ha anche creato la possibilità che ad un certo punto le sue forze si spostassero a sud. Quando queste forze hanno fatto proprio questo in coordinamento con il regime nel febbraio-marzo del 2015, sei mesi prima dell’intervento militare della Russia, Israele ha deciso di impedire ad Hezbollah e alle altre milizie filo-siriane di conquistare del territorio nelle vicinanze della linea di armistizio Israele-Siria, per il timore che scavassero dei bunker o erigessero delle batterie missilistiche. Il piano dello Stato ebraico, nel caso che la campagna del regime siriano avesse avuto successo, era quello di creare una no-fly zone o una zona cuscinetto di 20 km all’interno della Siria. Un ufficiale israeliano ha spiegato che il non attuare una simile operazione avrebbe danneggiato gravemente la posizione strategica di Israele, conducendolo in una guerra non voluta. Ma quando i ribelli hanno contrattaccato e spinto verso nord nell’aprile del 2015, i piani che Israele aveva progettato non erano più necessari.

I ribelli siriani hanno conquistato quasi tutto il governatorato di Idlib nella prima metà del 2015 e minacciavano di avanzare verso Lattakia e verso sud attraverso la pianura di Ghab per collegarsi con le aree dei ribelli della campagna di Hama e Homs. Giudicata la situazione critica, il regime siriano e il suo alleato iraniano hanno cercato e ricevuto aiuti militari da Mosca a luglio. Per facilitare il suo dispiegamento, la Russia ha costruito una base aerea a Hmeimin, a sud-est di Lattakia, sul Mediterraneo. Le forze russe includevano carri armati T-90, artiglieria, navi da guerra, consiglieri militari e forze speciali. Il mese successivo, Mosca ha iniziato a spostare le forze verso Lattakia ed ha istituito una sala operativa congiunta con Iran, Iraq e Siria, a cui si sarebbe presto unito Hezbollah, con l’obiettivo apparente di combattere l’ISIS. Il 30 settembre, la Camera Alta della Duma, il parlamento russo, ha autorizzato le operazioni militari in Siria; i primi attacchi aerei si sono verificati poche ore dopo il voto.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è volato a Mosca il 21 settembre, alcuni giorni prima dell’intervento russo, per stabilire un coordinamento israelo-russo e, successivamente, un meccanismo di accordo per prevenire gli incidenti. Questo meccanismo comprendeva una hot line tra il quartiere generale delle Forze di Difesa di Israele a Tel Aviv e la base aerea russa di Hmeimim, una diretta comunicazione tra i vice capi dello staff russo e israeliano e consultazioni regolari ai più alti livelli dei rispettivi apparati di difesa. La hot line ha dimostrato la sua importanza quasi immediatamente, infatti, a fine novembre del 2015, Israele ha evitato di sparare ad un aereo russo che sorvolava il Golan.

L’intervento della Russia ha spostato presto la guerra a favore di Assad, fermando il movimento dei ribelli. Alla fine del 2016, divenne sempre più chiaro che il regime siriano non sarebbe stato sconfitto e che, al contrario, avrebbe continuato a cercare di riprendersi il controllo di tutta la Siria. Il successo dell’intervento russo ha deluso le aspettative degli ufficiali israeliani (aspettative già deboli durante il mandato dell’amministrazione Obama) che gli Stati Uniti avrebbero appoggiato maggiormente i ribelli per controbilanciare il sostegno russo al regime.

Oltre che cambiare il corso della guerra, l’intervento russo ha introdotto quattro dilemmi strategici per Israele e ne ha limitato le opzioni per affrontarli: 1). Ha permesso ad Hezbollah e all’Iran, i nemici più potenti di Israele, di espandere le loro aree di operazione e avanzare fino alla linea di armistizio. Era stata la Russia a permettere la riconquista del sud della Siria da parte del regime di Assad, ma il risultato era il medesimo: Hezbollah e le forze iraniane avrebbero raggiunto le Alture del Golan e vi avrebbero costruito delle infrastrutture offensive. 2). Ha limitato la libertà di manovra militare di Israele. Dopo che la Turchia, nel novembre del 2015, aveva abbattuto un aereo militare russo accusato di aver violato il suo spazio aereo, la Russia ha schierato i sistemi di difesa aerea S-300 e S-400 in Siria. Israele può contrastare il primo; il secondo, gestito solo da personale russo, rappresenta una sfida maggiore. La Russia ha aumentato le sue capacità di operare nel Paese, suggerendo l’esistenza di piani per una presenza più estesa che la farebbe divenire parte dello scenario militare regionale anche nel futuro, non adempiendo alle occasionali professioni di ritiro immediato. 3). Ha sollevato la possibilità che anche la campagna del regime per riconquistare la parte est del Paese sostenuta dalla Russia aprirebbe un ponte terrestre dall’Iran al Mediterraneo. Sebbene non tutti gli analisti siano concordi, Israele ne vede l’importanza strategica; un simile corridoio potrebbe facilitare il trasferimento delle armi e delle milizie sciite e permetterebbe all’Iran di stabilire una presenza attraverso una vasta area, con le potenzialità per minacciare direttamente Israele. Tale corridoio fornirebbe a Teheran un’alternativa economica alla costosa spedizione via aerea, inoltre, renderebbe difficile per Israele rilevare e intercettare i convogli di armi. La Russia non è sembrata particolarmente preoccupata per questo aspetto e non ha offerto ad Israele alcun aiuto per prevenirlo.

Con forti probabilità che il regime e i suoi alleati riprendessero il controllo del territorio a sud, Israele ha cercato di rafforzare le milizie anti-regime e di estendere la sua influenza sulla popolazione oltre la linea di armistizio. Come affermava un importante analista israeliano, lo Stato ebraico desiderava avere un certo sostegno tra i residenti della Siria meridionale per evitare un’aggressione da parte dei ribelli e legittimava, allo stesso tempo, il ruolo dei ribelli siriani come garanti del confine con Israele. Nel maggio del 2016, Israele ha ufficialmente aggiornato i suoi piani e l’esercito ha stabilito un’unità di collegamento con la Siria per migliorare l’erogazione di aiuti umanitari nel quadro più generale della sua politica di “buon vicinato”. Nel 2017, l’esercito ha costruito una nuova clinica, ad ovest della zona cuscinetto delle Nazioni Unite, che ha consentito a migliaia di persone di ricevere cure mediche ogni settimana senza attraversare la barriera israeliana all’estremità occidentale della zona demilitarizzata.

Nonostante questi investimenti, il soft power non è stato in grado di compensare l’indebolimento della posizione strategica di Israele. I più grandi nemici di Israele erano meglio armati e addestrati rispetto a prima, e in teoria godevano della protezione degli aerei russi. L’Iran stava operando in prossimità di Israele. Un ufficiale del Ministero degli Esteri israeliano aveva affermato preoccupato che la Siria stava per diventare un protettorato russo-iraniano.

Questi sviluppi hanno costretto Israele ad aggiornare la sua politica delle “linee rosse”. Ha continuato a bloccare il trasferimento di armi tecnologicamente avanzate ad Hezbollah, finora con la tacita approvazione della Russia. Gli ufficiali israeliani credono che nel complesso Israele sia riuscito a frustrare i tentativi di Hezbollah di contrabbandare armi di precisione in Libano, il che potrebbe spiegare perché il movimento ha cercato di creare una propria produzione di armi nel suo Paese d’origine. Secondo i militari israeliani, gli Hezbollah hanno fermato momentaneamente questi tentativi alla luce delle minacce di Israele. Israele non è più disposto a tollerare l’avanzata di Hezbollah e l’installazione di razzi avanzati a lungo raggio sulle montagne di Qalamoun, a circa 50 km da Damasco. Le installazioni su queste montagne consentirebbero a Hezbollah di minacciare Israele, avendo meno preoccupazioni per le rappresaglie dirette dello Stato ebraico.

Gerusalemme ha espresso il suo disappunto per la posizione della Russia nei confronti della presenza dell’Iran in Siria. La vittoria del regime nella zona est di Aleppo ha reso chiaro che Assad sarebbe rimasto al potere, inoltre, i negoziati di Astana nel maggio del 2017 hanno prodotto un memorandum iraniano-russo-turco sulle zone di de-escalation, incluso il sud-ovest. Dal punto di vista di Netanyahu, l’accordo presentava gravi carenze, in particolare per il fatto che legittimava il coinvolgimento militare dell’Iran e della Turchia in Siria (formalmente rendendoli garanti della de-escalation e, potenzialmente, dandogli un ruolo nel conflitto contro i gruppi jihadisti), e restava in silenzio su Hezbollah e le forze collegate all’Iran, consentendogli effettivamente di mantenere una certa presenza nel sud-ovest.

Israele ha quindi aggiornato le sue “linee rosse”, segnalando che avrebbe agito tempestivamente per impedire all’Iran di stabilire una presenza militare permanente in Siria. Queste “linee rosse” riguardanti l’Iran, che non sono mai cambiate ma sono divenute più dettagliate nel corso del tempo, includono:1). Nessun porto marittimo iraniano – termine usato in Israele per riferirsi alla necessità che non vi siano basi iraniane per le attività marittime nel Mediterraneo, il che consentirebbe ai sottomarini iraniani di minacciare la costa israeliana e gli impianti di perforazione del gas, considerati di importanza strategica. 2). Nessuna base militare iraniana permanente e nessuna presenza permanente di milizie sciite addestrate e comandate dall’Iran. Guardando oltre la fase attuale del conflitto, Israele non vuole che la Siria diventi una sorta di esercito iraniano stanziale, un “nodo” della strategia di “difesa avanzata” dell’Iran. Le migliaia di miliziani sciiti siriani stanziati stabilmente in Siria sotto il comando dei Guardiani della Rivoluzione iraniani potrebbero emergere come una potente forza combattente simile a Hezbollah. L’establishment militare israeliano riconosce che i combattenti rimasti sotto il controllo e la protezione iraniani potrebbero complicare le operazioni di Israele in caso di conflitto. Israele ha effettuato almeno due attacchi aerei in Siria su una base militare iraniana in costruzione per dimostrare la sua risolutezza. 3). Nessun aeroporto iraniano, per garantire il monitoraggio delle forniture aeree di armi, milizie e truppe in Siria. L’Iran già sbarca aeroplani commerciali nella base aerea di Mezzeh vicino a Damasco; l’intelligence israeliana ha già evidenziato la facilità con cui sarebbe possibile colpire il territorio dello Stato ebraico da quella base. Israele vuole evitare la costruzione di un aeroporto iraniano, o l’accesso dell’Iran a qualsiasi aeroporto da cui avrebbe mano libera, particolarmente nelle zone più lontane della Siria, dove sarebbe più difficile per l’intelligence capire i movimenti del nemico e da cui sarebbero possibili bombardamenti più lunghi. 4). Nessuna fabbrica di missili ad alta precisione. Questa restrizione vale sia per il Libano sia per la Siria. Israele crede che dopo che Hezbollah ha congelato il suo tentativo di costruire tali armamenti in Libano, abbia continuato a perseguire la costruzione di tali armi in Siria.

Mosca ritiene che queste “linee rosse” si estendano oltre le legittime esigenze di sicurezza di Israele, e ha respinto le istanze che coinvolgono l’Iran. La Russia tende a considerare gli Hezbollah in una luce positiva, generalmente ritiene gli interessi politici ed economici iraniani in Siria legittimi, così come rispetta i processi decisionali della Siria in quanto Stato sovrano.

Anche se Mosca fosse maggiormente ben disposta verso le posizioni di Israele, potrebbe non avere la capacità di costringere il partner iraniano ad accondiscendere a tutte le richieste dello Stato ebraico. Anche quando i suoi interessi divergono da quelli di Damasco e Teheran, sembra difficile per Mosca ottenere da loro delle concessioni. In particolare, la Russia potrebbe beneficiare della presenza di alcune milizie supportate dall’Iran; un loro precipitoso ritiro, dato l’indebolimento delle forze siriane, potrebbe rendere il regime ancora più precario, aggiungendo nuovi oneri alla Russia.

Il sud-ovest della Siria presenta una sfida unica, data la vicinanza del territorio al Golan occupato da Israele. Nel luglio del 2017, gli Stati Uniti, la Russia e la Giordania, dopo lunghi colloqui, hanno negoziato il cessate il fuoco nel sud-ovest della Siria tra l’esercito iraniano e le forze di opposizione, che prevede anche la gestione congiunta di un centro di monitoraggio ad Amman. Nel novembre del 2017, gli stessi Paesi hanno deciso di delineare con precisione i territori in questione, stabilendo una zona di de-escalation controllata dall’opposizione e circondata da una striscia di terra di 5 km controllata dall’esercito e con il libero accesso della polizia militare russa, in cui l’ingresso di “forze straniere o combattenti stranieri” fosse proibito. L’accordo tripartitico ha consentito di continuare i combattimenti contro l’ISIS.

Mentre il Primo Ministro Netanyahu ha stroncato in pubblico l’accordo, principalmente perché era stabilita una zona di cuscinetto troppo limitata a sud-ovest ed erano ignorati gli sforzi dell’Iran per stabilire una presenza militare permanente in Siria, gli Stati Uniti e la Russia avevano una posizione diversa: la posizione di Israele era stata considerata nell’accordo, nonché la sua sicurezza, e l’opposizione del Primo Ministro era solo a favore dell’opinione pubblica, probabilmente per richiedere un trattamento ancora migliore e mantenere la libertà d’azione contro una presenza iraniana nel sud-ovest oltre la zona di cessate il fuoco.

Non è sempre chiaro a cosa si riferisce il testo dell’accordo, perché si menzionano genericamente le forze “straniere” invece che specificare l’Iran, Hezbollah o le milizie sciite. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha dichiarato che l’accordo si riferiva a tutte le milizie straniere, quindi includendo anche Hezbollah, ma non l’Iran, Stato che opera legalmente in Siria su richiesta del Governo legittimo siriano secondo la Russia. Lavrov ha anche accusato gli Stati Uniti di sostenere le forze straniere più pericolose- un’allusione ai jihadisti che combattono dalla parte dei ribelli siriani appoggiati dagli Stati uniti- e ha suggerito che la partenza delle forze non siriane dovrebbe avvenire in contemporanea.

Non è chiaro cosa accadrà nella valle di Yarmouk e nell’enclave di Beit Jinn. All’inizio di gennaio del 2018, dopo mesi di intensi combattimenti, l’opposizione nell’enclave di Beit Jinn si è arresa al regime, che adesso controlla una zona triangolare all’intersezione dei confini siriani, libanesi e israeliani. Questa evoluzione significa che combattenti stranieri (incluso l’Iran), secondo i termini dell’accordo di luglio, possono ora essere stanziati a 5 km dalla recinzione di Israele. Lo Stato ebraico teme che Hezbollah capitalizzerà questo passaggio per installare un’infrastruttura offensiva sulle Alture del Golan. Più a sud, secondo alcuni resoconti, gli Stati Uniti e la Giordania hanno concordato di spingere i ribelli ad attaccare i jihadisti nella regione di Yarmouk in cambio dell’accordo con la Russia per escludere Hezbollah dalla zona; non è chiaro se gli Stati Uniti intendano farlo anche nella prospettiva di interrompere il loro supporto ai ribelli. Come per le altre “linee rosse” di Israele, la questione pratica riguarda meno ciò che Israele pensa dell’accordo e più la capacità e la volontà della Russia di attuarlo. L’ambiguità dell’accordo e la fine delle ostilità in altre parti del Paese lasciano libero il regime siriano e i suoi alleati di focalizzarsi nuovamente, prima o poi, sull’area sud-ovest.

I vertici politici di Israele si sono dimostrati soddisfatti da ciò che hanno sentito sull’Iran da parte dell’amministrazione del Presidente Donald Trump. L’aspra retorica dell’amministrazione suggeriva che gli Stati Uniti pianificavano di frenare quella che consideravano l’aggressiva espansione regionale dell’Iran. Israele, che da tempo chiedeva una linea più dura da parte di Washington verso Teheran e i suoi alleati in Medio Oriente, ha applaudito questi toni più duri. Lo Stato ebraico ha incoraggiato già nell’aprile del 2017 un bombardamento aereo americano in Siria dopo l’attacco chimico del regime a Khan Sheikhoun; l’offensiva degli Stati Uniti contro le forze del regime vicino a al-Tanf il 18 maggio del 2017; il rifiuto di avallare l’accordo sul nucleare iraniano; nuove sanzioni contro Hezbollah; la denuncia dei ribelli Huthi nello Yemen; la determinazione, in coordinamento con l’Arabia Saudita, a ripristinare una deterrenza nei confronti dell’Iran. Dalla visita di Trump nel maggio del 2017 a Riyadh, la prospettiva di un’alleanza israeliana, sostenuta dagli Stati Uniti, con gli Stati arabi nemici dell’Iran è apparsa più realistica.

Israele, tuttavia, ha rapidamente temperato le sue grandi aspettative nei confronti dell’intervento della Casa Bianca in Siria. Quando Trump proclamò, nel suo annuncio al popolo iraniano, che la sua amministrazione avrebbe lavorato con gli alleati per contrastare l’azione destabilizzante del regime iraniano e il supporto ai gruppi terroristici nella regione, Israele sperava che la Siria fosse tra i primi posti in cui la nuova amministrazione americana avrebbe agito con forza. Non era così. Durante il primo anno dell’amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno ponderato attentamente i propri interessi prima di affrontare l’Iran in Siria. Washinton ha mostrato una scarsa inclinazione a sfidare le forze allineate all’Iran ad ovest dell’Eufrate, deludendo profondamente Israele. Anche i recenti attacchi aerei, dopo i presunti attacchi chimici del regime a Douma, non stravolgono la linea politica statunitense che non presuppone un impegno diretto contro l’Iran, e meno ancora contro la Russia, avvertita in anticipo delle operazioni militari occidentali; è importante notare che Mosca non ha risposto agli attacchi anglo-franco-statunitensi, infatti, la Russia non prevede l’uscita di scena di Bashar al-Assad ma nemmeno la sua centralità, per questo i rapporti tra il Presidente siriano e Vladimir Putin sono meno idilliaci di quanto la propaganda siriana faccia credere.

Israele si trova in una situazione difficile dato che la Russia sembra destinata a rimanere in Siria per un tempo abbastanza lungo, un partner abbastanza fedele, anche se provvisorio, del regime, di Hezbollah e dell’Iran. Mosca ha cercato di bilanciare le sue preoccupazioni con quelle dello Stato ebraico e trovare un modus vivendi tra le due parti. La Russia ha chiuso un occhio praticamente su tutti i 100 attacchi aerei israeliani degli ultimi cinque anni. Ma Israele nutre poche speranze che la Russia possa essere spinta ad andare oltre nei confronti dell’Iran.

Il calcolo politico di Israele si basa sulla corretta calibrazione dei bersagli, sulla deterrenza dei suoi nemici e sull’accurata lettura delle azioni di Hezbollah e dei suoi sostenitori, anche se questo potrebbe rivelarsi rischioso: il conflitto siriano è divenuto così complesso che qualsiasi scontro potrebbe intensificarsi rapidamente, negando ad Israele la possibilità di una guerra limitata.

Ulteriori complicazioni di questi calcoli strategici sono rappresentate dai rapidi sviluppi regionali e globali, che hanno ribaltato le regole convenzionali del gioco che avevano mantenuto più o meno la pace fino al 2006.

Recentemente, lo Stato ebraico ha ammesso il bombardamento della base T-4 nella Siria centrale, ad est di Homs, aprendo così una nuova fase nel complesso conflitto siriano.

Un alto funzionario militare israeliano ha confermato il raid aereo al quotidiano statunitense “The New York Times”. Secondo quanto riferito da questa fonte al giornalista del “New York Times”, Thomas Friedman, “era la prima volta che attaccavamo obiettivi iraniani, comprese strutture militari e soldati”. Ha anche evidenziato come il raid sulla base aerea T-4 vicino a Palmira, nel centro della Siria, fosse avvenuto dopo che l’Iran aveva lanciato a febbraio un drone carico di esplosivi nello spazio aereo israeliano. L’attacco ha preso di mira l’intero programma di droni iraniano presente nella base. I media di Teheran avevano riferito di almeno 7 vittime tra i soldati iraniani, su un totale di 14 morti provocati dal raid. L’incidente del drone è stato “la prima volta che abbiamo visto l’Iran fare qualcosa contro Israele e non per delega”, ha detto il funzionario, secondo cui quell’attacco ha aperto una nuova fase nell’opposizione tra Israele e Iran.

In via ufficiale il Governo israeliano non ha commentato la rivelazione del quotidiano americano ma fuori dall’ufficialità, e con la garanzia dell’anonimato, fonti di Gerusalemme vicine al primo ministro Benjamin Netanyahu hanno ribadito che “Israele ha fatto più volte presente, sia in vertici istituzionali che nelle relazioni fra servizi di intelligence – che i Guardiani della Rivoluzione iraniani erano stati incorporati nella catena di comando militare siriana ai livelli più alti, e che l’Iran stava rafforzando la propria presenza militare in Siria. Questa è per Israele una minaccia diretta alla propria sicurezza, e quando questa è la posta in gioco, nessuno può impedire di esercitare il nostro diritto di difesa”. Amos Yadlin, in precedenza capo dell’intelligence militare e attualmente direttore dell’Institute for National Security Studies all’Università di Tel Aviv, ha sollecitato un intervento “ufficiale”, soprattutto dopo l’attacco chimico a Douma. Yadlin non usa solo argomentazioni militari, ma tocca argomenti molto sensibili per l’opinione pubblica ebraica: “è importante che Israele espliciti la sua posizione morale, a pochi giorni dal momento in cui commemoriamo la Shoah, e colpisca un assassino che non esita a usare armi di distruzione di massa contro la sua gente. In questo caso gli interessi strategici coincidono con un obbligo etico”.

La rapida evoluzione degli eventi, che ha provocato una risposta immediata da parte israeliana, potrebbe condurre Israele verso un maggiore coinvolgimento nella crisi siriana e allo stesso tempo ampliare lo scenario di crisi, con conseguenze ad oggi imprevedibili per i futuri assetti geopolitici del Medio Oriente.

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Re: Questione siriana, come orientarsi e con chi stare?

Messaggioda Berto » ven giu 01, 2018 12:32 pm

Mossad: Hezbollah indossa uniformi dell’esercito siriano per ingannare Israele
01/06/2018

https://www.rightsreporter.org/mossad-h ... re-israele


Putin ordina che tutte le forze straniere devono lasciare la Siria e che in particolare, come proposto da Israele, che lascino il Golan siriano in mano dell’esercito di Damasco. Iraniani ed Hezbollah sembrano obbedire, ma c’è il trucco.

Ieri i media vicini al regime siriano hanno diffuso una serie di immagini dove si mostravano i terroristi di Hezbollah che lasciavano la zona di Quneitra in ottemperanza alle richieste della Russia e del regime siriano. Peccato che non sia esattamente così.

Secondo fonti di intelligence israeliane i terroristi di Hezbollah in realtà non avrebbero lasciato affatto la regione di Quneitra, al contrario, hanno indossato uniformi dell’esercito siriano e sono rimasti esattamente dov’erano. Lo hanno confermato a RR fonti di Gerusalemme che stanno seguendo da vicino tutti gli spostamenti delle milizie sciite in Siria e in particolare nella regione del Golan.

I terroristi di Hezbollah vestiti da militari siriani sarebbero schierati sia di fronte all’avamposto israeliano che controlla il Monte Hermon che poco fuori Quneitra in palese violazione di quanto chiesto sia da Mosca che da Damasco. Non è chiaro se russi e siriani ne siano consapevoli o se gli Hezbollah stanno cercando di ingannare anche loro.

Di sicuro, secondo nostre fonti, ieri sera il premier israeliano Benjamin Netanyahu ne ha parlato al telefono con il Presidente russo, Vladimir Putin, avvisandolo che gli israeliani non si faranno mettere nel sacco da certi bassi trucchetti.

Ieri il Ministro della Difesa israeliano, Avidgor Lieberman, tra le altre cose aveva raggiunto un accordo con la sua controparte russa, il Generale Sergei Shoigu, accordo che prevede il ritiro di tutte le forze straniere dall’area del Golan siriano e in particolare dall’area di Quneitra. Evidentemente Hezbollah e iraniani hanno un’altra idea di ritiro anche se sembrerebbero aver sottovalutato l’intelligence israeliana.



Iran, ebrei en Iran, persecusion, goera a Ixrael
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Ixlam scita, Iran e ebrei
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Re: Questione siriana, come orientarsi e con chi stare?

Messaggioda Berto » dom lug 08, 2018 5:19 am

Siria, i ribelli si consegnano ai russi. Israele colpisce in Golan
Lorenzo Vita
Lug 7, 2018

http://www.occhidellaguerra.it/siria-ribelli-russia

Nel Sud della Siria sta avvenendo qualcosa di molto importante. Le truppe di Bashar Al Assad stanno ormai completando la conquista delle ultime sacche ribelli e si preparano all’assedio finale su Daraa. Ma nel frattempo, i ribelli si stanno accordando con i russi per consegnarsi prima che la battaglia finale abbia inizio.

I ribelli depongono le armi

Secondo le agenzie di stampa, i ribelli del Sud hanno deciso di deporre le armi. L’accordo è arrivato oggi ed è un accordo a due fra i ribelli e la Russia. Non vogliono consegnarsi direttamente all’esercito siriano, ma hanno accettato di farlo con i mediatori di Mosca.

Hussein Abu Shaimaa, uno dei portavoce dei ribelli, ha spiegato all’agenzia di stampa turca Anadolu cosa prevede l’accordo. Non c’è solo la consegna delle armi, ma anche un patto secondo cui sarà la polizia militare russa a controllare l’area al confine con la Giordania e non direttamente l’esercito di Damasco. Esercito che potrebbe anche decidere di ritirarsi da alcune località ritornate sotto il suo controllo dopo che i ribelli hanno promesso di interrompere i combattimenti.

Come riporta Reuters, le fonti ribelli hanno detto che l’accordo consentirebbe ai civili di tornare nei loro villaggi sotto la protezione delle forze di Mosca, e che i russi avrebbero anche garantito un patto tra governo e forze ribelli per una sorta di amnistia in cui i miliziani assicurano di accettare di vivere sotto il governo di Assad in cambio della salvezza ma anche della risoluzione del loro “status”, che per la giustizia siriana è naturalmente quello dei criminali.

L’esercito conquista Nassib, ma l’accordo è come con la Ghouta

Secondo alcune fonti, sarebbe stato avvistato un carro armato con la bandiera russa nei pressi del valico di frontiera di Nassib, sull’autostrada che collega la Giordania alla Siria. Quest’immagine, testimoniata da molte persone lì presenti, dimostrerebbe la presenza russa al confine siro-giordano come garanzia del cessate-il-fuoco e dell’assenza di ulteriore problemi fra esercito e ribelli.

L’esercito siriano avrebbe già preso il controllo delle strade. E di fatto, il confine con la Giordania sarebbe otra tornato ufficialmente sotto il controllo del governo.

La conferma dell’accordo raggiunto fra ribelli e Russia significherebbe la vittoria da parte dell’esercito siriano. Ma con un unico grande punto interrogativo. Secondo alcuni, coloro che non accetteranno la ripresa del potere da parte del governo di Damasco, potrebbero essere autorizzati a lasciare le città per trasferirsi nelle roccaforti jihadiste del nord-ovest della Siria. In pratica, gli esuli andrebbero a riempire la sacca di Idlib, dove da tempo infuria una sanguinosa battaglia fra forze terroriste e, allo stesso tempo, fra ribelli e aviazione russa. Insomma, il problema si sposta a nord, come avvenuto subito dopo la caduta della Ghouta orientale.

Assad punta Quneitra e Israele bombarda in Golan

Mentre nei dintorni di Daraa i russi si accordano con i ribelli, l’esercito di Assad può puntare sulle ultime roccaforti avversarie, in particolare Quneitra. Ma qui il problema è ancora più complesso: poco oltre la zona cuscinetto delle Alture del Golan, c’è Israele.

Secondo le ultime informazioni provenienti direttamente dalle Israel defense forces (Idf), le forze armate israeliane hanno colpito una postazione siriana. Ad annunciarlo sono state le stesse forze armate attraverso l’account Twitter dell’ufficio del portavoce: “Le Idf hanno colpito un avamposto militare siriano da cui era stato lanciato un proiettile e che è caduto nella zona cuscinetto, adiacente ad est della barriera di sicurezza. Il lancio è stato parte dei combattimenti interni in Siria”.

Israele teme che dietro l’offensiva dell’esercito siriano ci possa essere l’intenzione di entrare nel Golan, che lo Stato ebraico ha annesso da decenni. Per questo motivo, da giorni ha rafforzato la presenza militare nel nord del Paese ed è pronta a ogni evenienza. Difficile che dia inizio a un’incursione. Se i patti reggono, Israele vuole la certezza che non ci siano forze di Hezbollah e di milizie legate all’Iran nell’offensiva a Sud dell’esercito siriano.

Ma tutto dipenderà dal superamento della linea del Golan da parte delle forze di Damasco. Israele ha imposto una linea rossa insuperabile, che nessuno metta a repentaglio le linee tracciate dagli accordi del 1974. La guerra si deciderà in base ai movimenti delle forze siriane e russe verso Daraa e Quneitra e a come sarà la reazione israeliana.
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Re: Questione siriana, come orientarsi e con chi stare?

Messaggioda Berto » sab lug 14, 2018 6:25 pm

Come ai bambini siriani viene insegnato ad odiare Israele
13 luglio 2018
(Jerusalem Post, YnetNews, Israelenet)

http://www.italiaisraeletoday.it/come-a ... re-israele

Un nuovo rapporto che ha analizzato oltre 50 testi scolastici usati nelle scuole del regime siriano controllato da Assad ha rilevato una considerevole tendenza a insegnare l’odio verso le altre nazioni, in particolare Israele, e a predicare la jihad (la guerra santa) in nome della “causa palestinese”.

“I programmi siriani includono elementi positivi – spiega Eldad Pardo, co-autore del rapporto – come laicità, patrimonio multiculturale, eguaglianza per le donne, incoraggiamento al pensiero indipendente e al dialogo.

Tuttavia, l’odio è diffuso in tutti i testi non appena si parla del nazionalismo radicale pan-arabo, che considera lo sradicamento di Israele un proprio pilastro ideologico”. Nei testi scolastici, il più grande nemico dichiarato della Siria è Israele, che non viene mai menzionato per nome ma indicato solo come “l’entità sionista”. Tutto il territorio israeliano viene costantemente indicato come “Palestina” o “Palestina occupata” ed è inserito nella descrizione della Siria, dentro la “grande patria araba”.

Il rapporto, pubblicato all’inizio di questa settimana dall’Institute for Monitoring Peace and Cultural Tolerance in School Education (IMPACT-se) – un ente di ricerca che dal 1998 analizza i libri scolastici un po’ in tutto il mondo in relazione agli standard definiti dall’Unesco – è il primo ad analizzare i programmi scolastici sotto il regime di Assad.

Nei libri di testo, violenza e martirio vengono giustificati e incoraggiati come parte della lotta e della resistenza per le alture del Golan “occupate”, mentre Israele viene ripetutamente accusato di “imporre l’identità sionista agli abitanti del Golan” e di “giudaizzarli”, obbligandoli a “rispettare la lingua ebraica”.

“Il valore del Martirio e dei Martiri” , testo siriano di Educazione Islamica, anno scolastico 2017 18

I “sionisti” sono accusati di distruggere l’ambiente naturale del Golan e di impedire lo sviluppo economico dei suoi abitanti.

I sionisti sono inoltre accusati di complottare per sostituire l’istruzione siriana con i “piani dell’entità sionista e terrorista” allo scopo di mantenere “all’oscuro” i cittadini arabi siriani.

“Non c’è speranza che la Siria possa moderare la sua tradizionale ostilità baathista contro Israele anche dopo la fine di questa terribile guerra civile – dice Marcus Sheff, CEO di IMPACT-se –

La retorica rimane la stessa: Israele è uno stato terrorista e quindi tutti i mezzi sono legittimi nella guerra contro di esso, compresi il terrorismo e gli attacchi suicidi. In pratica, sebbene la nazione sia impegnata da anni in una battaglia di vita o di morte davanti agli occhi dei ragazzini del paese, l’ostilità verso Israele rimane una dottrina centrale nei programmi di studi siriani”, unita all’ostilità verso l’Occidente in generale, con le immancabili denunce di colonialismo e imperialismo.

In tutti i libri di testo l’ebraismo viene presentato con ampio uso di stereotipi e pregiudizi, come la caricatura dell’ebreo Shylock dal Mercante di Venezia di Shakespeare. I testi affermano che “tradimento e inganno fanno parte degli attributi degli ebrei” e incolpano “l’entità sionista” del controllo dei mass-media globali e del razzismo religioso ed etnico. Dopodiché, la tolleranza religiosa viene promossa come principio generale, anche se viene prevista una sola forma di governo – dichiaratamente musulmano-sunnita – e vengono ignorate tutte le altre religioni a parte il cristianesimo.

La guerra civile che insanguina la Siria da sette anni è largamente ignorata nei 50 libri di testo dell’anno scolastico 2017-2018 esaminati dallo studio. “I ragazzini siriani vedono con i loro occhi la guerra civile attorno a loro, ma qualunque spiegazione della guerra viene ignorata nei loro libri di scuola”, dice Sheff. Naturalmente, però, i paesi che sostengono il regime sono ritratti sotto una luce positiva, in particolare Russia, Iran, Libano ed Egitto, così come la milizia sciita libanese Hezbollah. I libri mostrano una maggiore affinità per la Russia e la cultura russa, e dal 2014 lo studio della lingua russa è diventato obbligatorio nelle scuole superiori siriane delle aree controllate dal regime.

Gran parte dei programmi scolastici siriani si basano sull’idea del pan-arabismo laico, che mira all’unificazione dei vari paesi arabi con particolare enfasi sull’indipendenza della Siria. L’Iran, benché stia combattendo a fianco del regime siriano, viene comunque visto con diffidenza, come un concorrente e un ostacolo sulla strada verso una patria araba comune. Gli Stati Uniti vengono presentati come l’opposto della Russia: una nazione egoista e colonialista che interviene nei paesi arabi “come mezzo per espandere il proprio controllo sul mondo, mentendo per giustificare tali azioni”. I programmi scolastici siriani assegnano un posto molto importante al nazionalismo, al patriottismo e all’insegnamento della fedeltà verso il paese e il regime.

I libri di testo sono pieni di messaggi nazionalisti che dipingono Hafez al-Assad, il defunto padre dell’attuale dittatore siriano, come un eroe nazionale le cui orme vengono seguite dal figlio Bashar con “valore e coraggio”. L’ideologia siriana rifiuta lo status quo e non riconosce i confini della regione come qualcosa di più che linee artificiali tracciate dal colonialismo europeo, coltivando l’aspettativa di una grande “patria araba” che comprenda gli attuali Siria, Giordania, Israele, Autorità Palestinese e Libano, nel quadro di un’unica “Grande Siria”. Sotto Assad, la Siria è votata al nazionalismo laico e fonda la propria identità nazionale sulla lotta per unificare il mondo arabo.

“Gli attuali programmi scolastici siriani – dice Pardo – non si occupano di moralità, auto-analisi o educazione alla pace. Offrono invece una visione del mondo estremista, militarista e pan-arabista. Insegnano che il diritto internazionale giustifica la ‘resistenza’ con l’uso di ‘tutti i mezzi disponibili’ pur di distruggere il nemico. Parlando di seconda guerra mondiale, la Shoà non viene mai menzionata nei libri di testo siriani poiché gli ebrei sono ‘bugiardi’ di cui non ci si può fidare”.

In base ai risultati dell’analisi di questi libri di testo, Pardo e la ricercatrice di IMPACT-se Maya Jacobi concludono che, nonostante alcune qualità che li riabilitano, i programmi scolastici siriani non soddisfano gli standard dell’Unesco in fatto di educazione alla pace e alla tolleranza. “La tragedia siriana è la riprova che il manicheismo agli studentiproposto dai programmi – odio e atteggiamento bellicoso verso l’Altro – possono solo contribuire al caos in cui versa la Siria odierna”, conclude Pardo.
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Re: Questione siriana, come orientarsi e con chi stare?

Messaggioda Berto » mer lug 25, 2018 7:17 am

Russi e siriani puntano Idlib: ma Erdogan adesso trema
Lorenzo Vita
Lug 17, 2018

http://www.occhidellaguerra.it/russi-idlib-erdogan

Mentre la sacca di Daraa si prepara alla sconfitta e con l’offensiva dell’esercito siriano che punta gli ultimi gruppi ribelli di Quneitra, il Sud sembra stabilizzato. E gli occhi di Damasco, con il supporto dell’aviazione russa, si spostano a nord, a Idlib, dove vengono inviati gli jihadisti che non si arrendono all’esercito. L’accordo fra Bashar al Assad e i ribelli prevede che chi non accetta la resa può dirigersi a nord, caricato sui pullman in direzione dell’ultima grande roccaforte islamista: Idlib.

Dalla provincia siriana, non lontana dal confine con la Turchia, continuano a partire droni diretti verso la base delle forze russe di Khmeimim. Per Mosca, la pazienza è finita e l’ha già dichiarato apertamente ai ribelli presenti a Daraa, ai quali ha consigliato di arrendersi senza dirigersi verso nord. È questione di settimane prima che l’esercito siriano e l’aeronautica russa iniziano a martellare l’area al confine con la Turchia. E si preannuncia un’offensiva molto delicata.

Idlib rappresenta da sempre uno dei nodi principali della guerra siriana. Negli ultimi mesi, si è trasformata nel catino del terrorismo islamico. Vi sono presenti numerose sigle terroriste che si combattono fra loro per l’egemonia della regione. E a questa guerra fratricida, si aggiungono gli altri gruppi di miliziani giunti dalle aree liberate da Damasco. Una situazione esplosiva, per ora controllata dall’accordo sulle de-escalation zones siglato da Turchia, Iran e Russia.

La Turchia ha da sempre Idlib sotto la sua protezione. Recep Tayyip Erdogan la considera la chiave della sua strategia in Siria. E dopo Afrin e Manbij, è la città nordoccidentale siriana a essere il vero avamposto delle truppe turche e delle milizie islamiche legate ad Ankara.

Proprio per questo motivo, il presidente turco ha telefonato sabato scorso a Mosca per chiedere a Vladimir Putin di fermare ogni possibile avanzata dell’esercito siriano. Come riportato da Reuters, Erdogan ha minacciato la fine dell’accordo di Astana sulla guerra in Siria nel caso in cui le forze di Damasco prendessero di mira la roccaforte jihadista di Idlib.

Secondo le fonti del governo turco, Erdogan sarebbe preoccupato dalla situazione dei civili presenti nell’area a sud del confine turco. La conquista di Daraa, dicono, ha messo in guardia Ankara. “Il presidente Erdogan ha sottolineato che il colpire i civili a Daraa era preoccupante e ha detto che se il regime di Damasco avesse preso di mira Idlib nello stesso modo. l’essenza dell’accordo di Astana potrebbe essere completamente distrutta”.

La Turchia ha da molto tempo istituito una serie di postazioni a Idlib come parte dell’accordo raggiunto l’anno scorso con Russia e Iran. L’obiettivo era evitare che quella parte di Siria fosse oggetti dell’assedio da parte dell’esercito governativo. Ed è un accordo che è servito in qualche modo ad Assad per permettergli di liberare Damasco, le regioni intorno la capitale e infine, concentrarsi sul sud.

Ma adesso l’offensiva nel sud sta finendo. Mentre Idlib resta una minaccia costante. I russi continuano ad abbattere missili provenienti dall’area controllata dagli islamisti. E Assad vuole riprendere il controllo di un’area strategica come quella nord-occidentale, dal momento che a nord ha già un grosso problema con la aree controllate dai curdi legati all’Occidente. E la Turchia è già avanzata ad Afrin e in altre aree.

Ma la soluzione non è affatto scontata. La guerra in Siria ha dimostrato che Erdogan è un giocatore abile. E il fatto di giocare in un doppio campo, sia accordandosi con gli Stati Uniti per Manbij sia accordandosi con i russi per altre aree, lo ha portato a ottenere un ruolo molto difficile da gestire. Di fatto, il Sultano è un partner cui nessuno può fare a meno. Se Putin lo molla, i turchi si spostano con gli Stati Uniti. Se gli Usa lo provocano con i curdi, lui si sposta verso Mosca.

Non a caso,il leader turco ha avuto una lunga conversazione telefonica con Donald Trump proprio prima dell’incontro di Helsinki con Putin. Come si legge in una nota della presidenza turca, i due presidenti hanno evidenziato “l’importanza di dare seguito agli argomenti affrontati durante il vertice Nato di Bruxelles”. Inoltre, “è stato sottolineato come l’attuazione della roadmap per Manbij contribuirà in modo significativo alla cooperazione per risolvere la questione siriana”. Un messaggio per il Cremlino?
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