Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » dom apr 02, 2017 9:41 pm

Gli strafalcioni di Richard Gere, in tour a Hebron
2 aprile 2017
Niram Ferretti

http://www.linformale.eu/gli-strafalcio ... r-a-hebron

Mancava Richard Gere all’elenco delle personalità pubbliche, in questo caso attori, che si fanno portavoce, in nome dei “diritti umani”, della propaganda propalestinese. Gere è da tempo, come è noto, un attivista a favore dei diritti civili dei tibetani ma forse, in tarda età, potrebbe prendere parte a quella che è una causa di assai maggiore amplificazione internazionale e remunerante visibilità.

Recentemente l’attore americano, in visita in Israele per promuovere un film, è stato condotto dalla ONG Breaking the Silence a Hebron. Qui, dopo essersi guardato intorno e avere ricevuto il dovuto indottrinamento, l’interprete di American Gigolò ha rilasciato la sua dichiarazione politica:

“È esattamente come era il vecchio Sud negli Stati Uniti. I neri sapevano dove dovevano andare…era reso esplicito. Non attraversavi il confine se non volevi essere linciato o che ti fracassassero la testa”.

Ben detto. Hebron come il vecchio Sud americano dell’apartheid. Chi siano i “negri” mediorientali è presto detto. Vengono subito in mente evocazioni cinematografiche, da La Calda Notte dell’Ispettore Tibbs a Missisipi Burning. Gruppi di oltranzisti ebrei incappucciati armati di Torah e fucili a caccia del palestinese di turno, al posto dei suprematisti bianchi del Ku Klux Klan con le loro croci in fiamme. Sarebbe un canovaccio interessante per una possibile pellicola futura. Ma la realtà è diversa dalla fiction.

Gere non è stato informato dagli attivisti di Breaking the Silence su come stanno le cose veramente e non si è minimamente curato di informarsi in merito. Se lo avesse fatto avrebbe appreso che Hebron, dopo Gerusalemme, è il più importante luogo sacro per gli ebrei. A Hebron la comunità ebraica ha continuato a vivere per secoli, anche dopo l’occupazione araba del VII secolo.
Naturalmente, sotto l’occupazione araba, con lo status di “dhimmi”. Tuttavia, già nel sedicesimo secolo ai dhimmi ebrei veniva interdetto dagli occupanti arabi (allora il termine “colonizzatori” non era d’uso) l’ingresso alla Grotta dei Patriarchi. Si trattava dell’antipasto per il futuro pogrom del 1929, quando cinquantacinque ebrei vennero linciati dalla folla araba. Seguì la cacciata degli altri e la confisca delle loro proprietà.
Quando poi la Giordania invase la Giudea e la Samaria nel 1948 e si annesse abusivamente il territorio, fino al 1967, quando Israele lo riconquistò, di ebrei non ce ne era più nemmeno uno.

Ma queste sono storie vecchie. Della discriminazione araba nei confronti degli infedeli, fondata sulla concezione suprematista della superiorità musulmana, Richard Gere deve avere sentito parlare poco. Come deve avere sentito parlare poco degli Accordi di Oslo e soprattutto del Wye River Memorandum del 1998. In virtù di questo accordo integrativo, ai palestinesi venne concessa la piena responsabilità sull’80% di Hebron mentre agli ebrei venne lasciato il restante 20%.

A tutt’oggi agli ebrei non è permesso entrare nell’Area H1 interamente palestinese, né nella parte dell’Area H2 dove una parte dei palestinesi risiedono. In altre parole, agli ebrei residenti a Hebron non è permesso l’accesso al 97% dell’area urbana, mentre ai palestinesi l’accesso non è consentito relativamente a una strada nell’Area H2, al-Shaduda Street, che congiunge tra di loro due quartieri ebraici.

Al-Shaduda Street è diventata per i solerti promotori della propaganda palestinese, un simbolo dell’”oppressione” israeliana a Hebron. Un simbolo dell’”apartheid israeliano”. I gonzi come Richard Gere, privi di qualsiasi elementare conoscenza della realtà, abboccano istantaneamente, soprattutto se sono paladini dei “diritti umani”.

Ma su una cosa ha ragione Gere, sull’apartheid e sul linciaggio. L’apartheid istituito dai palestinesi nei confronti degli ebrei è ferreo. Se un ebreo entrasse per sbaglio nell’Area H1 e venisse scoperto, la probabilità di uscirne vivo sarebbe pari allo zero. Non si dà il caso opposto. Ma tutto questo, gli attivisti di Breaking the Silence, l’omertosa ONG propalestinese che ha portato il suo celebre ospite americano in giro per Hebron si è guardata bene dal comunicarlo. Se lo avesse fatto, infatti, tutta la messinscena si sarebbe rivelata per quello che è, e l’attore americano si sarebbe accorto di trovarsi su di un set allestito appositamente in suo onore.



C’era una volta King David Street a Hebron: la vera storia di Shuhada Street
4 marzo 2017 Tiziana Marengo
http://www.linformale.eu/cera-una-volta ... ada-street

Come ogni anno, in tutta Italia si svolge una manifestazione chiamata “Open Shuhada Street” sull’assunto che Israele, solito cattivone, vieterebbe l’apertura della strada e il commercio pertanto sarebbe di fatto impossibile.

Ma cosa sappiamo di questa strada, e di Hebron?

Questa strada er la strada principale che portava e porta alla Tomba dei Patriarchi, era il mercato centrale all’ingrosso della regione di Hebron, della città storica, la vecchia Hebron, in quanto la sua posizione centrale alla tomba, e la posizione della stazione degli autobus e la stazione di polizia, ha reso un raduno naturale il posto.

Gli israeliani la chiamano King David Street mentre i palestinesi Shuhada Street

STORIA

Hebron è un insediamento fondato nel IV secolo avanti cristi dal popolo ebraico ed è piu’ volte menzionata nel Pentateuco (Antico Testamento) Dopo l’insediamento degli ebrei in quell’area con il Patriarca Abramo la città divenne il principale centro della Tribu’ di Giuda; lo stesso Davide venne incoronato re d’Israele ad Hebron, che fu la sua prima capitale. Solo dopo la conquista di Gerusalemme, lasciò Hebron e si trasferì nella nuova capitale

Una grotta situata nella parte bassa di Hebron è detta la Tomba dei Patriarchi ed è il luogo in cui secondo la Bibbia sono sepolti Abramo, Sara, Isacco, Rebecca e Lia.

Nel 638 d.c Hebron venne conquistata dagli arabi (potremmo definirla “occupazione di terra altrui?”) nel 1099 passò sotto il controllo dei crociati.

Facendola breve, ad un certo punto Hebron è annessa all’Impero Ottomano, fino al suo crollo, nel 1918. Ed è allora che la Palestina diventa Protettorato Britannico.

Nell’agosto del 1929, la popolazione araba uccise 67 ebrei (la metà del totale dei caduti ebraici morti durante la rivolta), alcuni dopo violenze carnali e torture, e 135 furono feriti (episodio passato alla storia come il massacro di Hebron del 1929). Durante gli scontri avvenne la quasi totale distruzione del quartiere ebraico pluricentenario.

La popolazione ebraica fu spostata a Gerusalemme al termine degli scontri; alcune famiglie torneranno ad Hebron due anni dopo, per poi lasciarla definitivamente nel 1936, evacuate dalle forze britanniche. Rimase poi parte del mandato britannico fino al 1948. Nel 1949 la Legione Araba dell’emiro hascemita di Trasngiordania occupò Hebron e il resto della Cisgiordania, controllo mai riconosciuto dall’ONU ma solo da Gran Bretagna e Pakistan

I territori oggi conosciuti come Cisgiordania erano principalmente parte del territorio riservato dal Piano di spartizione del 1947 (Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU) per uno stato Arabo. In base al Piano, la città di Gerusalemme e le città circostanti (comprese Betlemme e Ramallah) sarebbero state un territorio amministrato internazionalmente, il cui futuro sarebbe stato determinato in una data successiva. Il Piano fu accettato da Israele, ma rifiutato dagli arabi.

Mentre uno stato arabo palestinese (oltre a quello già creato sull’85% del territorio con il nome di Transgiordania’ ossia l’attuale Giordania) non riuscì a materializzarsi, i territori vennero occupati dal confinante Regno di Transgiordania a seguito dell’attacco di questo ed altri quattro paesi arabi al neonato Stato di Israele. Questa occupazione non venne riconosciuta dall’ONU o dalla comunità internazionale.

Si legga bene: i territori furono occupati dalla Giordania che attaccò, unitamente ad altri pasi arabi, o nel 1948 lo stato di Israele.

Durante l’armistizio di Rodi, che poneva fine alle ostilità, la linea temporanea di demarcazione venne tracciata tra Israele e l’esercito transgiordano sulla “sponda occidentale”, venne determinata dai colloqui sul cessate il fuoco del 1949, e viene spesso chiamata la “linea verde”. Non è un “confine” a norma del diritto internazionale ma una linea di armistizio post bellico.

Durante gli anni successivi, ci fu una significativa infiltrazione di rifugiati palestinesi e di terroristi, attraverso la linea verde.

La Guerra dei Sei Giorni (1967) fece crollare l’armistizio, e di conseguenza le linee armistiziali, ed Israele entrò di nuovo in possesso di questo territorio, ma il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la risoluzione 242 del novembre 1967, dispose che Israele si ritirasse da tali territori, definendoli erroneamente “occupati”. Israele contestò questa risoluzione rifiutando di ritirarsi soprattutto per poter contrastare il terrorismo da ivi proveniente .

Nel 1988, la Giordania (che era a rigore lo Stato che aveva quei territori prima della guerra dei sei giorni) ritirò tutte le pretese su di essi, concedendone la sovranità all’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) guidata da Yasser Arafat.

Nel 1993 gli Accordi di Oslo dichiararono lo status finale della Cisgiordania, come soggetto di un accordo tra Israele e la leadership araba palestinese. A seguito degli accordi, Israele ritirò le sue forze militari da alcune aree della Cisgiordania, che venne quindi divisa in tre aree.

Parte A controllo palestinese e amministrazione palestinese

Parte B controllo israeliano e amministrazione palestinese

Parte C controllo israeliano e amministrazione israeliana

L’Area A comprende le città palestinesi, e alcune zone rurali di distanza da centri di popolazione di Israele nel nord (tra Jenin, Nablus, Tubas, e Tulkarm), il sud (nei pressi di Hebron), e uno nel centro sud di Salfit. L’Area B aggiunge altre popolate aree rurali, molto più vicino al centro della Cisgiordania. L’Area C contiene tutti gli insediamenti israeliani, le strade di accesso utilizzato per gli insediamenti, zone cuscinetto (vicino a insediamenti, strade, aree strategiche, e in Israele), e quasi tutta la Valle del Giordano e il deserto di Giuda.

Mentre la stragrande maggioranza della popolazione palestinese vive in zone A e B, le terre vacanti disponibili per la costruzione di decine di villaggi e città in tutta la West Bank, è situato ai margini della comunità e definita come area C.

L’Autorità Palestinese ha il pieno controllo civile nell’area A, l’area B è caratterizzata da un’amministrazione congiunta tra l’ANP e di Israele, mentre la zona C è sotto il pieno controllo israeliano.

Cosa accadde a Hebron ?

Nel 1929, come detto, vi fu il massacro di Hebron, dove la popolazione araba uccise 67 ebrei e ne ferì 135 (su una popolazione di circa 600)

Negli anni 1990/2000 Hebron e la strada principale attraversarono un periodo critico, non era affatto sicuro camminarci, numerosi gli episodi di molestie, accoltellamenti, attacchi con l’acido, sparatorie e bombardamenti.

L’arteria principale, appunto David Street, prima del 1929 attraversava il ghetto ebraico sino alla sinagoga Avraham Avinu.

Oggi, si snoda ancora attraverso il quartiere ebraico, a partire dalla Tomba di Machpela, luogo di sepoltura dei Matriarche biblici e Patriarchi, oltre il Gutnick Center, la piazza Gross, il quartiere Avraham Avinu e fino a Beit Hadassah. Una svolta a sinistra vi porta in cima alla collina al Tel Hevron / Admot quartiere Ishai.

Proseguendo si va invece in Hebron H1, un centro economico vivace per l’Autorità palestinese. I cittadini israeliani non possono accedervi oltre.

I residenti di lingua araba locali chiamano la strada Shuhada Street, da molti tradotto come “Martiri Street”

La strada è stata inizialmente chiusa al traffico veicolare con traffico pedonale limitato dal 1994, riaperto per breve tempo nel 1997 e riaperto di nuovo nel 1999.

David Wilder, portavoce della comunità ebraica di Hebron ha detto che certamente è increscioso chiudere una strada, ma che occorre comprenderne la necessità e l’utilità.

Ci sono stati innumerevoli attacchi contro King David Street, tra cui l’agguato davanti a Beit Hadassah nel 1980 che uccise sei persone e il ferimento di molti altri da parte dei palestinesi.

Anche il 2002 è stato un anno sanguinoso: incidenti quasi giornalieri. In un articolo del 13 marzo 2002 il quotidiano Haaretz scriveva:

“In un altro incidente a Hebron il quindicenne Eliya Meshulam, da Beit Hadassah nell’enclave ebraica della città, è stato accoltellato da un palestinese in Kikar Gross, sotto il controllo israeliano. Gravi le lesioni. L’autore dell’attacco è riuscito a fuggire verso la zona del mercato. Testimoni oculari hanno detto che un certo numero di negozianti lo hanno aiutato a fuggire e le forze di sicurezza hanno fermato alcuni dei proprietari di negozi per essere interrogati. Nelle ultime settimane, c’è stata una escalation della violenza a Hebron, con sparatorie che si verificano quasi ogni giorno. “

Questo incidente non è stato isolato, anzi è solo uno dei tanti attacchi quotidiani che subiva a popolazione ebraica della città. In piazza Gross (o Kikar in ebraico) potete vedere un pilastro che commemora il luogo in cui venne assassinato nel 1983, su King David Street un giovane studente diciottenne, Aharon, per mano di un uomo fuggito poi in mezzo alla folla della strada

Piu’ recentemente Piazza Gross, (Kikar in ebraico) commemora il sito su King David / Shuhada Street, dove il 18-anni, studente yeshiva Aharon è stato assassinato da un terrorista nel 1983, che è scappato in mezzo alla folla.

Uno degli episodi più terribili della storia recente è stato l’assassinio della coppia Levy, la moglie era incita al momento della sua uccisione . Dina Levy, 37 anni, e suo marito Gadi Levy, 31 anni, sono stati uccisi quando un attentatore suicida ha fatto esplodere la sua carica accanto a loro in Shuhada Street a Hebron.

Oggi resta questa targa a commemorare le giovani vite

Secondo Haaretz del 18 maggio, 2003 “Fonti militari hanno detto che l’attentatore era travestito da un colono e indossava una camicia bianca, l’abbigliamento consueto per gli ebrei religiosi di sabato. Secondo le fonti, l’uomo, è invece identificato come l’attivista di Hamas Fuad Qawasmeh, 21 anni “

La tribù Qawasameh, come viene indicato su Wikipedia, “domina Hamas a Hebron … La famiglia Qawasameh è il principale fornitore di militanti alle cellule Hebron di Hamas”.

La bella famigliola ha al suo servizio più di 10.000 persone, e sono responsabili di numerosi attacchi terroristici mortali in tutto Israele. Nella stessa settimana dell’assassinio dei coniugi Levy, sono avvenuti diversi attacchi, molti da terroristi basati in Hebron.

La Corte suprema e funzionari della sicurezza israeliani hanno pertanto ritenuto che fosse necessario bloccare questo terrorismo, che tante vittime faceva e in Hebron e in Israele ma anche per salvaguardare i residenti palestinesi di Hebron che si stavano uccidendo per lotte intestine . E si è provveduto alla chiusura veicolare della strada.

Israel Hayom scrive il 26.2.2016 “ Hebron è il luogo tra i piu’ radicalizzati del terrore palestinese. In questa recente ondata, ben il 40% degli attentatori erano di Hebron.

Dei 174 terroristi che hanno tentato o hanno compiuto attacchi (a partire dall’inizio di questa settimana) ben 69 provenivano dalla zona di Hebron”

Behadrey haredim notizie ribadito la statistica in un articolo dal 16 febbraio 2016 ha dichiarato, “Hebron si distingue come la zona principale da cui emergono i terroristi. Secondo il GSS [General Security Service], il 40% dei responsabili degli attacchi … erano da Hebron e Yatir “.

The Times of Israel il 15 febbraio 2016, ha ribadito, “una percentuale elevata dei terroristi Cisgiordania – 69 su 174 (40%) – è venuto dalla regione di Hebron e Yattir.”

Ora guardiamo questa mappa

I civili israeliani sono ammessi solo nel 3% di Hebron. La zona H1 di Hebron, la piu’ grande come si vede, e che comprendeva quattro luoghi sacri ebraici, così come grandi centri commerciali e molti negozi, è vietata agli israeliani.

Anche se il 20% della città è sotto la giurisdizione israeliana, solo i soldati Israele Difesa forza possono accedere alle altre aree di H2 di Hebron.

D’altra parte, i residenti Palestinesi sono liberi di vivere in ogni zona e passare avanti e indietro tramite posti di blocco.

Certo ci sono i check point..ma servono per bloccare attacchi. Oramai anche in europa sappiamo bene come siano importanti e necessari i controlli quando si è sotto attacco terroristico.

E badate…oggi Shuhada Street / King David Street non è la via principale di Hebron, come sostenuto spesso in varie manifestazioni.

Si tratta di una relativamente piccola strada nella città vecchia.

eccola….

Anche se lì riaprissero i negozi, la gente ormai non va nella zona vecchia ma nei grandi Pall mall in H1 di Hebron, il cuore della nuova città moderna. Centri commerciali che manco in Italia abbiamo!

H1 Hebron è un grande, fiorente città, con fabbriche enormi, aziende e centri commerciali. Hebron è la città più prospera e centro principale dell’economia per i palestinesi, con oltre il 40% dell’economia dell’autorità palestinese prodotta lì. Ci sono 17.000 fabbriche e laboratori in tutte le aree di produzione.

Ci sono quattro ospedali, tre università, un 4.000 posti a sedere al coperto stadio di basket, senza contare il 18.000 posti stadio di calcio nella città vicina di Dura, che si trova nella PA Governatorato di Hebron.

La plastica è un grande business in H1, come la fabbrica Zamzam che produce sacchetti di plastica e la Royal fabbrica di plastica, fondata nel 1993, che ha oltre 1.000 dipendenti.

Quindi… la storia del riaprire Shuhada Street è l’ennesima frottola volta a far apparire Israele il cattivo e dispettoso che impedisce chissà che. Di fatto non impedisce il commericio in Hebron, che è invece fiorente. E tiene sotto controllo una strada a fini di sicurezza.

Chi sopporta veramente gli eventuali inconvenienti?

I residenti palestinesi sono autorizzati a camminare ovunque a parte il tratto di Shuhada Street che collega i quartieri ebraici e in cui gli attacchi terroristici sono stati più frequenti.

Ci sono numerose strade laterali che sono accessibili da parte dei residenti dell’Autorità palestinese, ma sono off limits per gli israeliani.

Yasser Arafat, a suo tempo, ha accettato la legittimità di una presenza ebraica a Hebron quando ha firmato nel 1997 gli Accordi di Hebron, accordi che hanno trasferito l’80% della zona di Hebron al controllo totale da parte dei palestinesi

Prima di allora, Hebron era aperta, con gli ebrei e gli arabi che avevano accesso alla città intera. Tale status è finito nel 1997, quando l’area H1 Palestinese controllata di Hebron è stata chiusa agli ebrei, nonostante il fatto che, secondo gli accordi, Hebron avrebbe dovuto essere una “città aperta“.

Attenzione: le strade di accesso in queste zone sono vietate agli ebrei, non già ai palestinesi (mentre in Israele non vi sono strade o luoghi vietati agli arabi!). Viaggiando potete vedere cartelli rossi che dichiarano aree non accessibili agli israeliani

Se i palestinesi di Hebron hanno disagi, questi sono davvero minuscoli se li confrontiamo con quelli della comunità ebraica ivi presente.

Shuhada Street è stata chiusa dalla CORTE SUPREMA

E ‘degno di nota che la Corte Suprema si è spesso pronunciata contro la comunità ebraica della zona, per esempio, lo sgombero di Beit HaShalom nel 2008, lo sfratto dal vecchio mercato nel 2008 e lo sgombero da alcuni edifici nel 2016.

Dopo le restrizioni iniziali, i tribunali israeliani ove necessario hanno disposto la riapertura in varie fasi. Durante la prima fase, il trasporto pubblico è stato permesso da parte del traffico stradale e il pedonale era comunque permesso sull’intero strada.

Durante questo periodo di tempo, le donne ebree erano costantemente avvicinate, fisicamente e verbalmente, soprattutto da adolescenti arabi e giovani adulti. I taxi riempivano la strada, causando problemi di traffico costante. Tuttavia la strada è rimasta aperta.

Dopo l‘inizio della seconda intifada nel mese di ottobre del 2000, le forze terroristiche hanno iniziato gli attacchi costanti al quartiere ebraico a Hebron dalle colline che circondano la comunità, colline che sono state trasferite sotto controllo palestinese in seguito agli Accordi di Hebron del 1997 .

Se una seconda intifada non fosse iniziata, la strada sarebbe probabilmente ancora aperta (fatelo presente nelle varie manifestazioni!).

Quando infatti sono ripresi gli attacchi con intenzione di uccidere e mutilare gli ebrei, nel tentativo di mandare via, espellere, i pochi ebrei della comunità lì rimasti (e previsti dagli accordi israelo palestinesi del 1997) Israele ha deciso di non ‘porgere l’altra guancia,’ portando a misure di sicurezza obbligatorie, alcune delle quali sono ancora in vigore, allo stato attuale .

Il 6 luglio, 2011, dopo sette anni di discussioni, la Corte Suprema ha respinto i ricorsi dei palestinesi affinchè King David Street, una delle poche strade israeliane a Hebron, potesse essere riaperta al traffico.

Che dire delle restrizioni imposte agli israeliani?

Nel discutere le restrizioni sui non-israeliani a King David Street, sarebbe anche giusto e corretto parlare pure della restrizioni imposte a israeliani che cercano di visitare la tomba di Machpela

L’antico complesso si articola due ingressi separati, l’ingresso ebraico è su King David Street. E chi entra, anche se ebreo, deve subire lo stesso controllo di sicurezza, come i residenti palestinesi, prima di visitare il sito.

Per dieci giorni all’anno, ogni gruppo ha accesso esclusivo a tutto il sito. In questi giorni in genere corrispondono a festività come Pasqua e Sukkot per i fedeli ebrei e il mese di Ramadan e di altre festività islamiche per i fedeli musulmani.

Il lato musulmano del complesso è molto più grande della parte ebraica e comprende la Sala di Isacco e Rebecca, dove si trova l’ingresso effettivo alle grotte sotterranee. Durante i dieci giorni di accesso musulmani, gli effetti ebraici come piatti nome ebraico e articoli religiosi vengono rimossi per evitarne la distruzione Ci sono stati numerosi episodi infatti di mezuzahs rubate e rotoli della Torah profanati

Per 700 anni, ai non musulmani è stato negato l’accesso alla Tomba di Machpela. C’è pertanto il timore giustificato che se Israele non avesse il controllo, ai non musulmani sarebbero ancora negato l’accesso. Questo è il caso della Tomba di Giuseppe a Shchem che è stata vandalizzata dopo il suo trasferimento sotto controllo palestinese nel 2000 e ora è accessibile solo di notte con scorta armata.

Altri luoghi santi per l’ebraismo, che si trovano nella parte H1 di Hebron e benché fosse stato concordato nel 1997 il libero accesso, sono invece chiusi egli israeliani se non in rare, pre-organizzate, visite scortate

Numerosi funzionari palestinesi di Hebron hanno dichiarato la loro intenzione di vietare a tutti i non musulmani di entrare nella Tomba di Machpela, se mai ne avessero avuto l’opportunità. Tra coloro che a piu’ riprese hanno sostenuto ciò troviamo l’ex sindaco di Hebron Khaled Osaily , o Kamal Dweck altro soggett di spicco della comunità araba di hebron, e Mustafa Barghouti (che è cugino di quel Marwan Barghouti, leader di Fath nella West Bank)..

Il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas ha dichiarato: “abbiamo francamente detto, e sarà sempre così: se ci sarà uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme come sua capitale, non saremo d’accordo su presenza Anche di un solo un israeliano in esso.” Fonte: http://goo.gl/REIv4

L’esercito israeliano a Hebron, perchè?

Le forze di sicurezza israeliane forniscono più servizi: a) offrono una protezione ai residenti di Hebron, contro le minacce terroristiche costanti. Questo include gli attacchi perpetrati contro ebrei e contro palestinesi in Israele e nei territori dell’autorità palestinese b) offrono una protezione a più di 700.000 persone che visitano ogni anno Hebron c) offrono una protezione agli israeliani in tutto Israele. Dopo che Israele si ritirò dalla zonaH1 di Hebron, i terroristi hanno usato il vuoto per creare un’infrastruttura per pianificare attacchi in altre città israeliane. .

Hebron è facilmente accessibile per una varietà di attivisti e agitatori internazionali e relativamente sicuro, a differenza di altri punti di conflitto in tutto il mondo in cui il rischio di essere rapiti o uccisi è alto. Il terrorismo nella zona è elevato e l’autorità palestinese non sa garantire la sicurezza. Non solo, spesso Hebron e luogo di crescita di molti degli attentatori che poi colpiscono il Paese intero.

E’ pertanto palese che tenere King David Street alias Shuhada Stree chiusa è una necessità per fronteggiare crimini e attentati.

E la ripercussione sul commercio di Hebron è del tutto inesistente.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » mer mag 03, 2017 9:50 pm

Bassem Eid: “Se Podemos è stato finanziato dall’Iran, allora è un gruppo terrorista”
3 maggio 2017
(Traduzione di Diego Ibrahim Manca)

http://www.linformale.eu/bassem-eid-se- ... terrorista

Bassem Eid si è recato a Madrid per tenere conferenze e la confusione lo circonda. Non la sua, naturalmente, ma di chi dalla Spagna dipinge mappe del Medio Oriente con spesse pennellate di colori piatti. La realtà è molto più complicata di ciò che in tanti pensano in Occidente.
Gruppi politici come Podemos o la CUP promuovono la campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele e lo considerano uno stato con l’apartheid. Ma Bassem Eid ha detto che il finanziamento di Pablo Iglesias dall’Iran indica che c’è una agenda segreta che il governo spagnolo dovrebbe affrontare: “Voi avete un problema, smettete di preoccuparvi di noi, smettete di interferire e confondere e preoccupatevi invece del vostro paese”.

Quindi, cominciamo dall’inizio. Qui in Spagna si semplifica molto e tanti non sanno neanche che esiste: cos’è un arabo israeliano?
La gente fa confusione, sì … Sia chiaro che io sono palestinese. Io non sono un arabo israeliano. Vivo occupato da Israele dal ‘67. Sono nato a Gerusalemme Est e vivo dall’età di 14 anni a Gerico, che è sotto l’Autorità palestinese. Gli arabi israeliani sono arabi che hanno vissuto in Israele dal 1948 e sono diventati cittadini israeliani. I Palestinesi li considerano più israeliani che arabi. Tuttavia, gli arabi israeliani continuano a considerarsi palestinesi. Fino al ‘67 erano arabi israeliani, poi hanno cominciato a rivendicare sempre di più la loro identità, quella palestinese.

Quindi c’è un po’ di “apartheid”, anche tra i palestinesi.
Ho viaggiato in Sud Africa sei volte, ho letto un sacco di libri sull’Apartheid, ho visitato il Museo dell’Apartheid di Johannesburg … Se devo confrontare l’Apartheid a ciò che accade in Israele, vi dico che in Israele non esiste. In nessun modo. Credo che i palestinesi di oggi siamo parte di una famiglia con Israele. Certamente ci sono alcuni limiti alla libertà di movimento. Ma lavoriamo lì, mangiamo lì, viaggiamo lì, facciamo tutto quello che vogliamo in Israele … cosa che non è mai esistita nell’Apartheid. Chiamarlo così è più che altro uno slogan politico che una realtà.

Una delle richieste della campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele è che gli arabi israeliani abbiano pieni diritti. Non è così?
Se non hanno diritti, che se ne vadano in Siria o in Iraq. Questo è quello che dico loro sempre quando mi vengono a dire che in Israele c’è l’apartheid. Dico loro: “Perché non te ne vai in Siria? Magari stai meglio in Libia … Credo che gli arabi israeliani sanno che vivono meglio che in qualsiasi paese arabo nel mondo. Andate a vedere i rifugiati palestinesi in Libano o in Siria … è sorprendente. Incredibile. Andate a vedere i campi profughi in Cisgiordania. Molti vivono in case di quattro, cinque e sei piani, cosa che non esiste in nessun campo profughi nel mondo.

Chi c’è, secondo lei, dietro la campagna BDS?
Credo che l’Europa sia il più grande finanziatore del BDS. Naturalmente, dietro ci sono anche le ONG islamiche. Ma da quando il BDS ha cominciato fino ad oggi, non ha avuto alcun effetto su Israele, che ogni giorno cresce economicamente. E inoltre il boicottaggio del BDS penso che fa più bene a Israele che ai palestinesi. Il BDS è più dannoso per l’occupazione dei palestinesi.

In che modo?
Faccio solo un esempio, quello della fabbrica SodaStream, fabbrica di bevande israeliane che si basava in Cisgiordania e si è trasferita a sud di Israele a causa della pressione del BDS. Quali sono state le conseguenze? Dopo lo spostamento, il reddito della fabbrica è cresciuto tre volte di quello che avevano quando erano basati in Cisgiordania. Quindi, chi ha perso qui? I 1.500 lavoratori palestinesi! Sono stati cacciati dal loro lavoro … E cosa fa il BDS, cosa offre loro per sopravvivere? Lo sa il BDS che da disoccupati i figli di questi lavoratori hanno perso la loro assicurazione sanitaria? È questo ciò che il BDS vuole darmi? Credo che l’Europa dovrebbe valutare la propria politica nel conflitto israelo-palestinese. E se vogliono risolverlo, il BDS deve poter essere considerata un’organizzazione terroristica.

Perché dice che questa è una campagna discriminatoria?
Penso che il problema più grande di questo conflitto è che ci sono troppe mani che interferiscono in esso. Mani straniere ch penso abbiano reso il conflitto più complicato. Voglio proporre alla comunità internazionale di lasciarci in pace, per favore.
Lasciateci soli. Se ci date un po’ di aiuto, vi ringraziamo. Ma non interferite. Se ci lasciate in pace, sarà molto facile risolvere il conflitto israelo-palestinese.

Lo crede davvero?
Di sicuro. Penso che la comunità internazionale, fin da Oslo, fa più parte del conflitto che parte della soluzione.

Molti credono che se vi lasciamo soli, forse l’Iran e i Sauditi metteranno mano nel conflitto. La guerra del petrolio…
Bene, perfetto. Che ci proteggano, per favore, dagli iraniani e da altri paesi terroristi. Che ci proteggano, ma non interferiscano. Che ci tengano a bada. Non risolvano i nostri problemi.

In Spagna c’è un enorme pregiudizio nei confronti di Israele. Pensa che questo avvenga anche nel resto d’Europa?
Guardi, purtroppo, lasciatemelo dire, da 10 anni tutta la politica estera europea riguardo al conflitto israelo-palestinese è completamente cambiato. E’ diventata una politica squilibrata. Penso che l’Europa di oggi cerca più di dare potere ad Abbas per non fare la pace con Israele. L’Europa sostiene Abbas per la mancanza di pace sul lato di Abbas. Gli stanno dando un sacco di soldi e potere. L’Europa dovrebbe allontanarsi completamente da questo conflitto, perché è più parte del conflitto che della soluzione.

Credo che l’Europa stia dimenticando la seconda guerra mondiale e le sue responsabilità. E sta tornando al suo ancestrale antigiudaismo … E’ per questo che sta cambiando la sua politica?
Storicamente, l’Europa non è stato un luogo accogliente per gli ebrei. D’altra parte, l’Europa oggi perde solo denaro ed energia. Da Oslo in poi, tutto ciò che l’Europa ha fatto nel cammino della soluzione è fallito. Che cosa ha ottenuto? Zero. Niente. L’Europa, in piena crisi, è difficile che sopravviva a se stessa. Così dovrebbe rivalutare completamente la sua politica estera, ed in particolare il conflitto israelo-palestinese, perché se continua così pagherà un prezzo enorme.

In che senso?
Guardi, se ci si riferisce agli attacchi terroristici contro l’Europa, gli europei soffriranno molto di più degli israeliani e dei palestinesi. Francia e Germania sono la vera “sofferenza” più che i palestinesi. E tutto questo viene dalla politica estera europea verso il Medio Oriente, piuttosto che il conflitto israelo-palestinese. L’Europa cerca sempre di utilizzare questo conflitto per giustificare qualsiasi attentato. E non è così, è per la sua politica fallimentare verso l’intero Medio Oriente. Dovrebbe rendersi conto di questo invece di giustificare qualsiasi attentato. Questo dovrebbe realizzare il signor Hollande.

Gruppi come Podemos o CUP in Spagna promuovono la campagna BDS per il boicottaggio di Israele. Perché crede che stiano avendo un atteggiamento così radicale verso una delle parti in conflitto?
Guardi, non credo che il BDS sia realmente occupato a risolvere il conflitto. Cerca solo di come eliminare Israele. Non potranno mai accettare l’esistenza dello Stato di Israele. E se si desidera farla finita con questo stato lo si deve distruggere. E credo che questo non succederà mai. Quindi io non guardo al BDS come a una organizzazione che cerca di trovare una soluzione tra palestinesi e israeliani. Quello che vogliono è danneggiare e distruggere Israele. E non lo potrò mai accettare. Perché vedo, come palestinese, che danneggiare Israele non aiuterà la causa palestinese.

Di fatto, Podemos è stato finanziata dall’Iran, che è un alleato di Hamas, del dittatore siriano Bashar al Assad …
Questo è un problema, senta. A mio parere, chi riceve un sostegno finanziario da parte dell’Iran, Hezbollah, è un terrorista. E il governo accetta il sostegno iraniano in Spagna? Queste persone attaccheranno la Spagna, alla fine. Quando finiranno con il loro ordine del giorno, inizieranno a combattere qui. È il governo ne è a conoscenza? Senti, l’islamismo è oggi il più grande problema per il mondo. E se non si tenta di combatterlo fin dall’inizio dopo non potrete più fermarlo.

E la Spagna come può combattere l’islamismo dalle radici?
Guardi, la Spagna è parte della UE, e l’UE ha una sorta di strategia per combattere i gruppi terroristici islamici. La Spagna dovrebbe cominciare a guardare dentro di sé per vedere cosa sta succedendo a rendersi conto che ogni dollaro proveniente dall’Iran verso la Spagna diventerà un problema. Quindi, invece di concentrare energie all’esterno, devono concentrarle all’interno e iniziare ad organizzare la propria casa prima di interferire con gli altri.
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » mar mag 09, 2017 1:38 pm

M5S, lista di ebrei sul profilo Facebook di Di Stefano

http://www.progettodreyfus.com/m5s-lista-di-ebrei

Sul profilo Facebook di Manlio Di Stefano è comparsa una lista di ebrei che “influenzano l’informazione”. Lista che è stata inserita all’interno di un commento al post “Complici di Israele”, con cui l’esponente del M5S ha espresso la propria contrarietà al voto dell’Italia in merito alla risoluzione Unesco su Gerusalemme. Da lì è nata un’accesa discussione tra chi appoggiava il parlamentare e chi sosteneva le ragioni storiche e culturali d’Israele, che non ha visto alcun intervento di Di Stefano, il quale ha dichiarato:

“Non modero i commenti, il dibattito è aperto sulla mia pagina Facebook, Chi scrive sulla mia bacheca se ne assume la piena responsabilità, non cancello i commenti non lo faccio mai”.

Un’invocazione della libertà di espressione, cavallo di battaglia del Grillo style, che è stato messo in discussione sia da alcuni ex appartenenti al Movimento che da altrettanti media, convinti che la pluralità delle opinioni finisca quando cozza con quelle dei vertici a cinque stelle.

Non è la prima volta che la bilancia di Di Stefano non è equilibrata nei confronti di Israele. Nella scorsa estate durante la visita in Medioriente, scrisse sul proprio profilo Facebook:

“Oggi pomeriggio siamo stati a Hebron e abbiamo incontrato il sindaco Daoud Zatari… Da lì siamo andati a conoscere i nostri carabinieri della TIPH a Hebron, una missione che ha il compito di monitorare le violenze sul territorio e riportarle alle Nazioni Unite. Ci hanno spiegato di come circa l’80% dei conflitti nella zona siano dovuti agli attacchi dei coloni israeliani e di come nel 99% dei casi non avvenga nulla in loro presenza”.

Una dichiarazione smentita dall’Ufficio Relazioni con il Pubblico del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri che fece cadere il castello di bugie costruito dal M5S per screditare lo Stato ebraico:

“… Precisiamo che nel corso della visita della delegazione parlamentare guidata dagli On. Di Maio e Di Stefano a Hebron, i militari dell’Arma dei Carabinieri impiegati nella missione TIPH 2 non hanno rilasciato alcuna dichiarazione alla suddetta delegazione, che è stata ricevuta ed ha interloquito esclusivamente con il Capo Missione, Gen. B. norvegese Einar Johnsen, al quale un militare dell’Arma ha fornito un supporto come mero traduttore”.

Dati falsi, citazioni di fonti mai avute e distorsione della storia del popolo ebraico e di Israele. Così opera il personaggio che il M5S farà diventare ministro degli Esteri se riuscirà a vincere le elezioni e governare il paese.

La Francia si è difesa dalla deriva populista e razzista di Le Pen, l’Italia dovrà fare tanti sforzi per imitare i cugini transalpini.



Alberto Pento
Ogni uomo ha il diritto di vivere come gli pare e con chi gli pare a casa sua e ogni popolo ha il diritto di vivere come gli pare e con chi gli pare al suo paese; nel rispetto dei valori, dei doveri e dei diritti umani universali il cui ordine naturale inizia con i diritti dei nativi o indigenti che nel caso di Israele sono quelli degli ebrei. Chi è contro la libertà delle persone, dei popoli e dei loro diritti non può essere che un criminale nazista come gli hitleriani, internazista come i comunisti e ancor peggio un nazista maomettano politico-religioso. Manlio di Stefano se non rispetta le libertà e i diritti delle persone, dei popoli e dei nativi non è altro che una mostruosità disumana. La democrazia etnica israeliana come quella federale svizzera e in parte anche l'autonomia tirolese rientrano pienamente nell'ambito dei diritti universali delle persone, dei popoli e dei nativi.

Non si possono costringere gli uomini, le persone, le etnie a stare insieme, a convivere nella stessa casa e famiglia, nello steso paese o territorio o stato
quando non si amano, si disprezzano, si odiano, si opprimono, vogliono reciprocamente sottomettersi, ridursi in schiavitù, sterminarsi dimostrandosi così profondamente incompatibili
o quando anche una sola persona, un etnia, un partito, in credo religioso o ideologia politico-religiosa disprezza, opprime, nega, vuole cancellare, sterminare, costringere alla conversione o ad andarsene, ... t

La democrazia ha senso e funziona solo laddove vi è il rispetto delle minoranze da parte delle maggioranze e dei loro diritti alla diversità; e dove ogni minoranza rispetta tutte le altre; condizione radicalmente incompatibile con i paesi teocratici mussulmani, con il credo politico religioso islamico ed il suo nazismo maomettano e con gli arabo-siro-egizio palestinesi di Israele e d'intorni ad esclusione di una parte dei drusi e di certe frange mussulmane di Israele; la dimostrazione sta nella vita e nell'esempio di Maometto, nelle prescrizioni infernali del Corano, nei 1400 anni di storia dell'espansione imperiale islamica, nei tragici e quotidiani fatti dell'attualità.

Se Israele consentisse ai mussulmani israeliani l'intera sovranità politica degli ebrei e ai palestinesi di diventare cittadini israeliani, Israele in poco tempo scomparirebbe e per gli ebrei sarebbe una nuova terribile Shoah.
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » mar mag 09, 2017 1:39 pm

Ecco perché Israele non portà mai non essere una democrazia etnica dove i mussulmani abbiano la medesima sovranità degli ebrei

Questa signora si chiama Zehava Galon, membro della knesset, leader del partito di estrema sinistra MEREZ.

https://www.facebook.com/elio.cabib/pos ... 4553862986

Il 1/5, il giorno precedente a Yom Ha'atzmaut, era Yom Ha'zikaron, il giorno in cui si commemorano i 23.544 caduti delle forze armate dal 1948, nascita dello stato di Israele, ad oggi.
Questa signora, di nome Zehava Galon, ha indetto una manifestazione a Tel Aviv chiamandola "cerimonia commemorativa alternativa" con lo scopo di ricordare i caduti del IDF insieme ai caduti palestinesi. Che bello! direte voi, che nobile signora! Però però però, a veder bene un esercito palestinese non esiste, qualcuno ne conosce la divisa? no, non esiste neanche la divisa palestinese. Esistono tante brigate islamo naziste, oltre a Hamas e Hizballah, quella dei martiri di Al Aqsa, o la Ezzedin Al Kassam. I caduti palestinesi sono infatti per lo più dei giovani indottrinati che hanno subito il lavaggio del cervello dai capi religiosi di movimenti islamisti di stampo nazista (a cui il nazismo hitleriano è sempre piaciuto moltissimo), i quali li hanno convinti che il merito più grande è morire per Allah massacrando il maggior numero possibile di ebrei. Questa è la loro guerra, una guerra il cui scopo non è vincere il nemico ma distruggerlo, annientarlo, farlo sparire dalla terra di palestina (waqf) eredità dell'Islam, non è una guerra nazionale, ma esclusivamente religiosa, fatta di sacrifici umani, di sé e degli altri. Avranno altri caduti da commemorare? certo! Quelli che sono stati usati come scudi umani per "la causa", per essere sacrificati, donne bambini e gente inerme, sull'altare della propaganda. In modo deliberato, senza scrupoli, nonostante gli avvertimenti e le precauzioni che i soldati e i piloti israeliani hanno sempre preso per risparmiare vite umane. Quali altri caduti palestinesi questa ignobile signora, di nome Zehava Galon, ha da commemorare? Mistero della fede. Uno dei commenti che ho letto sotto questo suo post che sto citando è: "il prossimo anno per Yom Hashoah ricorderemo le vittime dei campi di sterminio insieme ai soldati caduti del terzo reich". Naturalmente c'è stata una protesta, molto violenta, di sassi e sputi contro questi camerati manifestanti coccoli zecche di Zehava.
La domanda che sorge spontanea è: cosa gliene frega a questa parlamentare di nome Zehava Galon dei caduti palestinesi? Perché ha deciso di inventarsi questo "ricordo alternativo"? Lei è una politica, siede in parlamento, una persona come lei decide in base ai sentimenti, alle lacrimucce da versare oppure in base a ciò che le conviene e al tornaconto politico? La signora Zehava Galon è furba, sapeva perfettamente che non l'avrebbe passata liscia, sapeva perfettamente che avrebbe scatenato la reazione violenta di chi ancora sente le ferite profonde, sulla sua pelle, sulla pelle dei propri familiari, amici e parenti, del terrorismo assassino. Di chi non ha dimenticato gli autobus in fiamme, le teste che volavano e il sangue a fiumi che scorreva, da Oslo ad oggi. E sapeva perfettamente che la polizia non avrebbe tollerato sassi e sputi e che alcuni di questi che hanno agito in base ai propri sentimenti offesi e calpestati, per le ferite ancora sanguinanti, a differenza della furbastra coi suoi tornaconti, sarebbero stati arrestati. L'ha fatto apposta, l'ha fatto per questo, ha provocato gli insulti dei perbenisti: "fascisti, fascisti!".
E' giusto fare come si fa in tutto il resto del mondo. Non si commemorano mai i caduti del nemico, ma solo dell'ex nemico, dopo 100 anni di pace e di riconciliazione, ma in genere non ce n'è bisogno, solo dopo che la storia è stata studiata, approfondita, capita e digerita da tutti, dopo che la riconciliazione è condivisa da tutti, dopo che le ferite di tutti sono state rimarginate, solo allora si commemorano anche i caduti dell'ex nemico. Quella ignobile signora di nome Zehava Galon l'ha voluto fare con la guerra ancora in corso, calpestando i sentimenti degli altri, girando il coltello nelle piaghe degli altri, dei suoi concittadini. Che vada all'inferno!
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » sab mag 13, 2017 12:44 pm

Le lezioni della storia - Gli ebrei hanno un diritto morale alla sovranità politica e hanno l’obbligo morale di proteggere i diritti delle minoranze
(Da: Jerusalem Post, 10.5.17)

http://www.israele.net/le-lezioni-della-storia

Il disegno di legge attualmente in discussione sul carattere ebraico di Israele ha scatenato parecchie polemiche. I critici sostengono che il disegno di legge, che mira a incardinare nel diritto il fatto che lo stato di Israele è lo stato nazionale del popolo ebraico, vìola i diritti della minoranza araba all’interno del paese e compie un’ingiustizia dichiarando che la lingua araba gode di uno “status speciale”, anziché essere di fatto “lingua ufficiale” del paese insieme all’ebraico, una condizione mantenutasi dal periodo del Mandato Britannico senza che fosse sancita da una legge scritta.

I sostenitori sostengono che il disegno di legge non fa che ancorare nel diritto i peculiari elementi ebraici e israeliani dello stato senza danneggiare i diritti dei cittadini non ebrei.

Senza entrare nei dettagli della proposta legislativa, vi sono alcuni principi che a nostro parere devono essere affermati. E’ importante dichiarare in modo chiaro e inequivocabile che lo stato d’Israele è stato istituito in modo che il popolo ebraico potesse esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione nella propria patria storica. Allo stesso tempo, è essenziale che questo stato ebraico tenga fede a quanto proclamato nella sua Dichiarazione di Indipendenza in materia di salvaguardia dei “precetti di libertà, giustizia e pace insegnati dai profeti ebrei” e di tutela “della piena eguaglianza sociale e politica di tutti i suoi cittadini senza distinzione di razza, sesso o religione”.

Entrambi questi pilastri etici dello stato d’Israele derivano dall’esperienza storica. Da un lato, la storia ha dolorosamente insegnato al popolo ebraico che non può contare sulla benevolenza delle nazioni del mondo per proteggersi dall’oppressione e dall’odio violento. Il diritto a una sovranità ebraica è un imperativo etico che dovrebbe essere condiviso da tutta l’umanità.

D’altra parte, secoli di discriminazione culminati nella Shoà hanno insegnato al popolo ebraico quali sono i pericoli dell’intolleranza, del razzismo e dello sciovinismo religioso. Proprio come la Bibbia comanda agli ebrei di essere sensibili alla sofferenza dello straniero “perché foste stranieri in terra d’Egitto”, così anche gli ebrei contemporanei devono essere attenti alle esigenze e ai diritti delle minoranze che vivono in uno stato ebraico. Una democrazia robusta che sancisce nella legge i diritti fondamentali delle minoranze indipendentemente da “razza, sesso o religione” è la migliore garanzia contro i potenziali eccessi di uno stato esclusivamente ebraico.

Finché Israele mantiene una forte maggioranza ebraica, è perfettamente possibile bilanciare le due dimensioni, quella ebraica e quella democratica, dello stato di Israele. La considerevole minoranza araba non si identificherà mai completamente con i simboli nazionali dello stato d’Israele come la bandiera con la sua stella di David, l’inno nazionale che comprende un verso sull’”anelito dell’anima ebraica” e le festività nazionali che ricordano le vittorie dello stato ebraico, le tragedie della Shoà e le feste tradizionali della religione ebraica (d’altra parte lo stesso si potrebbe dire delle bandiere, degli inni e delle festività di diversi altri paesi democratici con minoranze interne).

Ancorare nella legge questi simboli, o la Legge del Ritorno che concede la cittadinanza automatica agli ebrei della Diaspora (una delle fondamentali ragion d’essere d’Israele), o la legge che tutela lo Shabbat come giorno di riposo, non è in contraddizione con il carattere democratico di Israele. La libertà di espressione, l’eguaglianza davanti alla legge, il diritto alla rappresentanza politica, alla libertà religiosa e a altri basilari principi democratici possono essere garantiti senza compromettere il carattere ebraico d’Israele.

Nonostante esista da quasi settant’anni, lo stato d’Israele non ha cambiato un dato di fatto della vita ebraica: gli ebrei non possono dare per scontato il loro diritto ad esistere. Agli israeliani piace pensare che la creazione stessa dello stato d’Israele abbia sanato l’ansia esistenziale degli ebrei.

Con il ritorno degli ebrei nella patria storica, pensano di essere diventati semplicemente una nazione tra le nazioni. Ma come scrisse Saul Bellow nel suo Gerusalemme, andata e ritorno (1976), “la ricerca di un sollievo dall’ansia è la vera realtà di Israele. Il nazionalismo non è una realtà paragonabile … Gli ebrei non sono diventati nazionalisti traendo forza da qualcosa che somigli al blut und eisen [sangue e ferro] germanico, ma perché erano i soli tra i popoli della terra a non vedere sancito un incontestato diritto naturale ad esistere nella terra dove sono nati”.

Una legislazione che cerca di ancorare nella legge il diritto del popolo ebraico a vivere nella terra dei propri padri non è che un ulteriore tentativo di normalizzazione, una ricerca di sollievo dall’ansia. Gli ebrei hanno il diritto morale alla propria sovranità politica e hanno l’obbligo morale di proteggere i diritti delle minoranze. Non solo questi due principi non si escludono a vicenda: essi derivano dalle stesse lezioni della storia.
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » sab mag 13, 2017 9:15 pm

Le parole profetiche, ma di fatto inascoltate, di un uomo che conosceva e amava e difendeva la Francia come pochi altri. Charles de Gaulle, il quale così parlava il 5 marzo 1959, pochi mesi dopo essere stato nominato Presidente della Quinta Repubblica.

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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » dom giu 11, 2017 12:47 pm

Islam e democrazia
viewtopic.php?f=188&t=2645
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » lun ago 14, 2017 2:24 pm

Il Paradigma Umanitario-La Scelta di Hobson per Israele (parte prima)
Niram Ferretti
14/08/2017

http://www.linformale.eu/il-paradigma-u ... in-sherman

“Quando avrete eliminato l’impossibile, quello che resta, per quanto improbabile, dovrà essere la verità”, Sherlock Holmes in Il Segno dei Quattro

La scelta di Hobson: Una situazione nella quale sembra che si possa scegliere tra diverse cose o azioni, ma in realtà c’è solo una cosa che si possa prendere o fare, Cambridge Dictionary

Mentre la disputa vecchia più di un secolo tra ebrei e arabi per il controllo della Terra Santa si approssima al suo terzo decennio post Oslo, quattro sono i principi paradigmatici emersi nel discorso pubblico in merito alla sua soluzione, e un altro per la sua “gestione” (per la sua perpetuazione). In questo articolo diviso in due parti stabilirò i meriti (o la loro assenza) di questi vari approcci, quelli che sottoscrivono una completa o parziale annessione di territorio lungo la Linea Verde pre-1967 e quelli che la rigettano.

Escludendo l’intervento divino (qualcosa sul quale soltanto i più pii di me potranno affidarsi come contributo politico), di queste cinque opzioni (quattro più una), tutte eccetto una sono del tutto incompatibili con la sopravvivenza a lungo termine di Israele come stato nazione del popolo ebraico. Tutte eccetto una non affrontano adeguatamente sia gli imperativo geografici sia gli imperativi demografici che Israele deve affrontare onde evitare di diventare geograficamente indifendibile o demograficamente indifendibile, o entrambe le cose.

Israele come stato-nazione degli ebrei

È, o dovrebbe essere, manifestamente auto-evidente che Israele per durare nel tempo come stato nazione degli ebrei, non possa (a) retrocedere a confini geografici/topografici che rendano impossibile mantenere una perdurante routine socio-economica nei maggiori centri commerciali del paese, e (b) permettere alla maggioranza ebraica di essere diminuita a tal modo da mettere in pericolo la natura ebraica dello stato. Di conseguenza, è nei termini della loro abilità di contendere con questi incontestabili imperativi che le proposte alternative per una soluzione/gestione del conflitto devono essere valutate come proposte politiche appropriate se Israele ha da mantenere il proprio status come stato-nazione del popolo ebraico.

Tenendo in mente questa breve chiarificazione, cominciamo l’analisi critica delle alternative menzionate che limiterò inizialmente alle proposte politiche le quali respingono una annessione parziale o completa dei territori, rinviando l’analisi di quelle che l’avallano per un articolo successivo.

Gestire il conflitto: Tosare il prato non impedirà all’erba di ricrescere

L’approccio gestionale del conflitto, in opposizione a un approccio risolutivo, è apparentemente la meno proattiva, la meno provocante, e la più pessimista. Essa si riflette largamente nel giudizio di Jared Kushner secondo il quale il confronto arabo-israeliano potrebbe non avere alcuna soluzione.

In un articolo scritto lo scorso agosto, ho sottolineato i gravi danni che questo approccio comporta, sottolineando come, negli ultimi due decenni e mezzo, l’abilità militare delle organizzazioni terroristiche si sia sviluppata molto al di là di quanto fosse immaginabile, e di come le posizioni politiche di Israele siano state drasticamente erose.

Quando Israele ha lasciato Gaza nel 2005, la gittata dei razzi palestinesi era al di sotto dei 5 km e il loro carico esplosivo era di circa 5 kg. Adesso i loro razzi hanno una gittata di oltre 100 km e testate di circa 100 kg. Similmente, quando Israele ha lasciato Gaza, solo la sua scarsa popolazione nella prossimità immediata era minacciata dai razzi. Adesso oltre cinque milioni di israeliani, molto oltre Tel Aviv, si trovano sotto la loro minaccia. Inoltre, le organizzazioni terroristiche hanno sfruttato periodi di calma per aumentare ulteriormente le loro infrastrutture e altre capacità, che erano appena concepibili un decennio fa, inclusa una massiccia impresa di tunnel sotterranei e lo sviluppo di forze navali, reparti d’attacco e capacità sottomarine.

Ma non è soltanto nella crescita esponenziale dell’abilità militare dei gruppi terroristici che l’impresa della gestione del conflitto si è rivelata un fallimento clamoroso. La stessa cosa può essere detta, di fatto a maggior ragione, relativamente all’inasprimento dei limiti politici che Israele deve affrontare

Probabilmente una delle indicazioni più drammatiche e allarmanti di quanto le posizioni di Israele siano state fatte arretrare negli ultimi due decenni è riflessa nelle posizioni espresse da Yitzhak Rabin nel suo ultimo discorso alla Knesset (5 ottobre 1995), un mese prima del suo assassinio. In esso chiedeva una ratifica parlamentare degli Accordi di Oslo, reputati all’epoca dalla maggioranza del pubblico israeliano come eccessivamente moderati e pericolosamente accondiscendenti.

Possono esserci pochi dubbi che se oggi, Netanyahu, dovesse fare propri letteralmente le prescrizioni di Rabin del 1995 per un accordo permanente con gli arabi-palestinesi nella “West Bank”, verrebbe considerato sprezzantemente, irrispettosamente e rabbiosamente come un “estremista sconsiderato”.

Ci vuole sicuramente poco acume analitico e un semplice pizzico di buonsenso per afferrare che qualsiasi possa essere l’entità reale della popolazione araba della Giudea e della Samaria, Israele non può mantenere una popolazione recalcitrante e irredentista in crescita in una condizione sospesa di rappresentanza politica. Sotto questo aspetto, dovrebbe essere ricordato che oggi, con la natura mutevole dell’ostilità araba, la maggiore minaccia per l’esistenza di Israele come stato-nazione ebraico non è più quella di respingere una invasione ma di resistere all’attrito, sia militare che politico.

Di conseguenza, nel respingere misure proattive decisive nell’affrontare una situazione che comporta una crescente minaccia e una libertà decrescente nel gestirla, “la gestione del conflitto” si è trasformata nella ricetta per evitare confronti immediati che possono essere vinti, dunque ingenerando il rischio di dovere contendere con situazioni future che non potranno essere vinte, o potranno esserlo solo a un costo rovinoso.

Due stati: Una mega Gaza sovrastante Tel Aviv?

Il modello politico il quale, per decenni, ha dominato il discorso su come risolvere il conflitto israelo-palestinese, è quello di una soluzione a due stati. Curiosamente, il sostegno a questa formula è sempre stato la condizione sine qua non per essere ammessi nella “compagnia della gente perbene” mentre l’opposizione a esso veniva e viene percepita come un segno di rozzezza e di ignoranza.

Quanto sia perversa questa situazione lo si può valutare dal fatto che non c’è alcuna ragione persuasiva per credere, e certamente nessuna è mai stata avanzata dai proponenti della soluzione dei due stati, che uno stato palestinese non sarebbe null’altro che una tirannia islamica, omofobica e misogina il cui segno distintivo sarebbe la discriminazione di genere, la persecuzione dei gay, l’intolleranza religiosa, l’oppressione politica dei dissidenti, e che nel giro di poco tempo non diventerebbe un bastione per il terrorismo islamico.

In fin dei conti, qualcuno potrebbe chiedere, per quale motive chiunque affermi di sostenere dei valori liberali, desidererebbe appoggiare il venire in essere di una entità del genere, la quale rappresenta chiaramente la totale smentita di quegli stessi valori avanzati per il suo venire in essere?!

I lettori si ricorderanno che fu a Gaza che vennero fatti i primi iniziali tentativi ottimistici di implementare l’idea dei due stati. Dunque, come si sono svolti gli eventi lì dovrebbe essere istruttivo su come si dovrebbero svolgere in Giudea e Samaria. Poiché, in assenza di un argomento stringente contrario, e come già detto, nessuno è mai stato presentato, c’è scarsa ragione di pensare che se Israele dovesse lasciare la “West Bank”, l’esito non sarebbe largamente simile a quello che ha fatto seguito all’evacuazione israeliana di Gaza. Di fatto, accantonando la speranza priva di alcuna base, non sussiste alcun fondamento né prova empirica sulla quale i proponenti della soluzione dei due stati possano basare la loro prognosi sul successo del loro credo politico. Di conseguenza, un prudente presupposto sul quale lavorare dovrebbe essere che ogni tentativo di implementare il principio dei due stati in Giudea e Samaria risulterebbe in una “mega Gaza” e le misure, simili a quelle richieste per proteggere la popolazione nel sud, sarebbero richieste anche sul confine a est di Israele.

Tuttavia, diversamente da Gaza, la quale confina con aree rurali scarsamente popolate, la “mega-Gaza” che quasi certamente emergerebbe in Giudea e Samaria, confinerebbe con le aree più popolose di Israele. Contrariamente a Gaza, la quale non ha alcuna superiorità topografica sull’adiacente territorio israeliano, la “mega Gaza” in Giudea e Samaria sovrasterebbe totalmente la adiacente megalopoli costiera, in cui sono localizzate la maggioranza delle infrastrutture vitali per Israele, sia civili che militari, dove risiede l’80% della sua popolazione civile e dove ha luogo l’80% della sua attività commerciale. Ma soprattutto più significativamente, diversamente da Gaza, che ha solo un fronte di 50 km con Israele, la “mega Gaza” in prospettiva in Giudea e Samaria avrebbe un fronte di almeno 500 km!

Perciò, ciò su cui la mente dei fautori dei due stati dovrebbe concentrarsi più che su qualsiasi altra cosa, è che, dopo avere evacuato Gaza, Israele è impegnata in quello che il Capo di Stato Maggiore, il Generale Gadi Eisencott, ha definito, “il maggiore progetto” mai intrapreso nella storia dell’IDF, un muro lungo l’intero confine di Gaza, non solo diversi livelli sopra il terreno, ma, in modo da potere contrastare la minaccia dei tunnel, anche diversi livelli sotto di esso! Ora, proviamo a immaginare un progetto dieci volte questa dimensione lungo una “mega Gaza” ubicata a est…

Prossimamente: Analizzare l’annessione

Come ho menzionato, nel prossimo articolo concentrerò l’attenzione su quegli approcci che appoggiano una completa o parziale annessione dei territori lungo la Linea Verde del 1967. Nell’analisi dimostrerò che senza un piano operazionale per ridurre drasticamente la presenza araba a est del fiume Giordano, ciò produrrà una libanizazzione di Israele, favorendo il venire in essere di una singola società così fratturata dal conflitto intra-etnico che non potrebbe essere difendibile come nazione-stato del popolo ebraico, mentre l’annessione produrrebbe la balcanizzazione di Israele, dividendo il territorio in enclavi autonome e disconnesse che sarebbero recalcitranti e antagoniste, creando una realtà ingovernabile per Israele.

Di conseguenza, per un processo di eliminazione, mostrerò che il Paradigma Umanitario, il quale sostiene un’emigrazione finanziata degli arabi residenti in Giudea e Samaria ed eventualmente di quelli residenti a Gaza, è l’unico modello politico coerente con la sopravvivenza a lungo termine di Israele come stato-nazione degli ebrei, e quindi, per coloro i quali sono impegnati alla preservazione dell’ideale sionista, è la scelta di Hobson.

Traduzione dall’originale inglese di Niram Ferretti


Dentro la mischia: Il Paradigma Umanitario (Parte II)
Niram Ferretti

http://www.linformale.eu/dentro-la-misc ... mment-1471

“Oh, ma si può forse stringere nella mano il fuoco, solo pensando ai ghiacci del Caucaso? O calmare l’assillo della fame solo pensando a un lauto banchetto O rotolarsi nudo sulla neve di dicembre solo fantasticando di calori d’agosto?“, William Shakespeare, Riccardo II, Atto I, Scena III, sulla futilità dell’autoinganno

“Non c’è nulla di più ingannevole di un fatto ovvio”, Sherlock Holmes, Il Mistero della Valle dio Boscombe

La settimana scorsa ho cominciato una analisi divisa in due parti su i paradigmi politici che sono emersi nel discorso pubblico relativamente alla gestione della disputa più vecchia di un secolo tra ebrei e arabi per il controllo della Terra Santa.

In essa ho identificato quattro paradigmi esemplari per la sua soluzione, e uno per la sua gestione (in altre parole, per la sua perpetuazione). Inoltre, ho provveduto a dimostrare che solo una di queste alternative, il Paradigma Umanitario, il quale prospetta l’emigrazione finanziata dei residenti arabi della Giudea e della Samaria (ed eventualmente di Gaza), è coerente con la sopravvivenza a lungo termine di Israele come stato-nazione degli ebrei. Di conseguenza, per coloro i quali sono impegnati nella preservazione dell’ideale sionista, non si tratta di nulla di meno che di una “Scelta di Hobson”.

Per ricapitolare brevemente

I lettori si ricorderanno che nella prima parte della mia analisi mi sono limitato a quelle proposte politiche che si astengono dal considerare una annessione parziale o completa dei territori, rinviando l’analisi a coloro che la sostengono per questa seconda parte.

Per ricapitolare brevemente: Nell’analisi precedente mi sono occupato (a) dell’idea di “gestire il conflitto” e (b) della formula dei due stati.

Per quanto concerne la prima, è stato mostrato che essa non prende in considerazione il fatto che senza decisioni proattive appropriate, Israele va incontro a una crescente minaccia e a una decrescente libertà di poterla affrontare. Di conseguenza, “gestire il conflitto” è poco più di un pretesto per astenersi da confronti nei quali Israele può prevalere preferendovi un confronto nel quale potrebbe non riuscire a prevalere, o riuscirci a un prezzo rovinoso.

Relativamente alla seconda, è stato mostrato che si tratta di una formula imperfetta in modo fatale, priva di un solido fondamento teorico o di una evidenza empirica sulla quale basare l’ingenua prognosi di riuscire a risolvere il conflitto tramite uno stato palestinese. Di fatto, dati i precedenti del passato, c’è poca ragione di credere-e i proponenti dei due stati non l’hanno mai fornita-che qualsivoglia futuro stato palestinese non si trasformi rapidamente in una mega Gaza alle pendici di Tel Aviv la quale riverserebbe sugli abitanti della megalopoli costiera tutte le conseguenze tormentose subite dagli sfortunati abitanti del Sud del paese. Dunque, avendo trattato con i paradigmi politici che respingono l’annessione, sia totale o parziale, è arrivato il momento di valutare quelli che la sostengono.

Uno stato: La libanizzazione della società israeliana

Alcuni opinionisti della “destra” israeliana, acutamente consapevoli dell’impraticabilità del paradigma dei due stati, hanno adottato in larga misura, anche se per motivi molto diversi, una ricetta molto simile a quella proposta dai loro avversari di estrema sinistra, quella di un solo stato esteso lungo il fiume Giordano al mare Mediterraneo.

Secondo questa proposta, Israele dovrebbe estendere la propria sovranità sull’intera area della Giudea e della Samaria e offrire una immediata e permanente residenza a tutti i suoi abitanti arabi-palestinesi, insieme al loro diritto di fare richiesta per la cittadinanza in data da definire e tramite un processo tutto da definire atto ad appurare la fedeltà, o perlomeno l’assenza di slealtà, nei confronti di Israele come stato-nazione degli ebrei.

La motivazione, presumibilmente a sostegno di questa proposta mal concepita, è la nuova ottimistica valutazione demografica la quale suggerisce che anche se Israele dovesse concedere il diritto di voto alla popolazione musulmana della Giudea-Samaria, conserverebbe comunque il 60% della maggioranza ebraica. Anche ammettendo che questo sia vero, questa cifra è probabilmente foriera di un disastro per l’impresa sionista e il futuro di Israele come stato-nazione degli ebrei. L’iniziale aritmetica elettorale è un fattore difficilmente distintivo nel determinare la prudenza di questo approccio, al posto dell’effetto devastante che esso avrebbe sul tessuto socio-economico del paese e l’impatto che questo avrebbe nel preservare Israele come un luogo desiderabile per la residenza degli ebrei dentro e fuori dal paese.

Ci vorrebbe una considerevole fede priva di sostegno nel coltivare la credenza che Israele potrebbe preservare se stesso come una nazione-stato ebraica con una massiccia minoranza musulmana di circa il 40%, come indica lo scompiglio sociale che proporzioni molto inferiori hanno causato in Europa. Indubbiamente questa è una chiara ricetta per la libanizzazione della società israeliana includente il conflitto intra-etnico che ha lacerato lo sfortunato vicino di Israele al nord.

Ogni misera speranza che la vita sotto la sovranità israeliana in qualche modo “addomesticherà” gli arabi-palestinesi riconciliandoli con la nazione-stato ebraica è stata infranta dal comportamento dei cittadini arabi israeliani. Dopo tutto, malgrado abbiano vissuto e prosperato per sette decenni sotto la sovranità israeliana e più di mezzo secolo dopo che il dominio militare sulla popolazione araba è stato abolito, non solo hanno votato praticamente in blocco per un partito veementemente antisionista come la Lista Araba, durante le elezioni del 2015, ma hanno dimostrato una grande per i terroristi della cittadina israeliana di Um-al Fahm, i quali hanno ucciso due poliziotti israeliani al Monte del Tempio, partecipando a un funerale di massa in loro onore.

Una volta che la popolazione araba della Giudea-Samaria dovesse essere incorporata nella popolazione permanente di Israele, almeno due elementi cruciali della vita nazionale è pressoché certo che verrebbero colpiti negativamente. Uno è la distribuzione delle risorse pubbliche, l’altro è il flusso di popolazione fuori e dentro il paese. In relazione al primo aspetto, chiaramente una volta che i residenti arabi di Giudea e Samaria, che abbiano o meno il diritto di voto, saranno incorporati nella popolazione permanente del paese, Israele non potrà permettersi il tipo di disparità socio-economiche che prevalgono tra i segmenti della popolazione pre e post annessione.

Ne consegue che enormi risorse di budget dovranno essere dirottate per ridurre queste disparità, sottraendo fondi che attualmente vengono impiegati per la popolazione ebraica e gli arabi israeliani in termini di walfare, cure mediche, infrastrutture, educazione, e così via. Certamente, se il diritto al voto (eventuale o immediato) sarà previsto, il potenziale elettorale del settore arabo sarà soggetto a un aumento dai suoi attuali 13-15 seggi in parlamento a 25-30. Questo non solo potenzierà la sua capacità di richiedere un incremento nei finanziamenti ma renderà virtualmente impossibile formare un governo di coalizione senza il loro appoggio.

Per di più, una collaborazione ad hoc su diverse iniziative parlamentari con fazioni ebraiche di estrema sinistra è assai probabile che annullerebbero qualsiasi calcolo di una verosimile “maggioranza ebraica” e condurrebbero a iniziative legislative che i proponenti ultra-sionisti dell’annessione contrasterebbero con forza, in una ironica manifestazione di conseguenze non volute.

Annessione parziale: La balcanizzazione di Israele

Dunque, mentre la complete annessione di Giudea e Samaria risulterebbe quasi inevitabilmente nella libanizzazione di Israele, creando una società singola così fratturata dallo scontro intra-etnico che sarebbe ingestibile come nazione-stato del popolo ebraico, le proposte per la parziale annessione della Giudea-Samaria risulterebbero nella balcanizzazione di Israele (dividere il territorio in enclavi disconnesse e autonome, le quali sarebbero recalcitranti, rivali e in contrasto tra di loro determinando una realtà ingovernabile).

Le proposte per una parziale annessione sembra che siano incentivate da (a) la preoccupazione che una annessione totale sarebbe un passo troppo drastico da digerire per la comunità internazionale e (b) la sensazione che una qualche specie di auto-determinazione debba essere facilitata per gli arabi residenti in Giudea e Samaria. Come verrà mostrato, l’annessione parziale non toccherebbe nessuno di questi aspetti in modo efficace. E’ vero esattamente l’opposto.

Le proposte per una annessione parziale sono comunemente di due tipi: Quelle che prescrivono di includere aree selezionate della Giudea-Samaria sotto sovranità israeliana (come l’Area C, così come è stato proposto dal Ministro dell’Educazione Naftali Bennett), e quelle che propongono di escludere alcune aree dalla sovranità israeliana come i larghi centri urbani in Giudea-Samaria (come ha proposto Mordechai Kedar nel suo piano degli emirati)

Sfortunatamente, nessuno di questi paradigmi è in grado di risolvere alcuno dei problemi diplomatici o di sicurezza che Israele deve affrontare oggi, ma di fatto ne esacerberebbe molti. Non è necessario affrontare i dettagli intricati delle proposte individuali per l’annessione parziale per rendersi conto di quanto siano effettivamente poco pratiche.

Per come possa presentarsi la configurazione delle aree non annesse lasciate all’amministrazione araba, sia che si tratti delle enclave disconnesse delle aree A e B, o le micro-mini “città stato”, essa lascerebbero il territorio sovrano di Israele con delle lunghe e scoraggianti frontiere contorte, rendendo praticamente impossibile delimitarle e renderle sicure. Chiaramente se non si può demarcare efficacemente e in modo sicuro il proprio territorio sovrano, vi è poco senso nell’avere una sovranità su quel territorio medesimo.

Per quanto Haaretz non sia la mia fonte preferita di riferimento, trovo difficile non essere d’accordo con la seguente valutazione del piano di Bennett per annettersi l’Area C:

“…Il piano di Bennett è senza fondamento sotto il profilo della sicurezza, sotto il profilo diplomatico, legale e specialmente fisico. E’ facile discernere, che contrariamente a ciò che venne presentato in un video prodotto recentemente dal partito di Bennett, le aree A e B nella West Bank non sono blocchi contigui, estesi sul 40% della West Bank. Consistono invece in 169 blocchi palestinesi e comunità, separate una dalle altre da innumerevoli corridoi israeliani e zone di difesa dell’IDF non utilizzate che sono definite come l’Area C“.

Correttamente Haaretz ha sottolineato che “…di fatto Bennett sta proponendo di aumentare la lunghezza del confine israeliano da 313 chilometri a 1,800 chilometri. Se qualcuno crede a Bennett, egli indubbiamente appoggerà lo smantellamento della barriera che Israele ha costruito spendendo 15 miliardi di shekel (3,9 miliardi di dollari), ma si deve al contempo accettare che annettersi l’Area C significa che Israele deve costruire una barriera lungo il nuovo confine al costo di 27 miliardi di shekel e allocare altri 4 miliardi di shekel annuali allo scopo del suo mantenimento”.

Annessione parziale: Prezzo politico pieno

La stessa critica può essere fatta alla proposta di Mordechai Kedar di edificare una serie di otto micro “emirati” o città stato. Non è difficile prevedere i problemi di una futura espansione oltre i confini altamente costrittivi di enclavi disconnesse e della necessità di circoscrivere rigorosamente l’autorità dell’amministrazione locale nella gestione di questioni transfrontaliere come l’inquinamento (particolarmente le emissioni carcinogene della diffusa industria del carbone) le acque di scolo, l’inquinamento da affluenti industriali, gli scorrimenti agricoli, le malattie trasmissibili e così via.

Ovviamente, qualsiasi speranza che una annessione parziale che comporta l’estensione della sovranità israeliana sopra il 65-75% del territorio, lasciando agli arabi-palestinesi un patchwork del 25-30% di enclavi disconnesse e corridoi, possa in qualche modo diminuire la censura internazionale, è del tutto infondata. La “sofferenza” politica connessa a questi schemi dovrebbe essere quella di annettersi il 100% dei territori, senza dovere avere a che fare con i relativi problemi cronici associati all’annessione parziale.

Il Paradigma Umanitario: La Scelta di Hobson

Le fantasiose ipotesi che Nablus e Hebron potrebbero trasformarsi in entità pari a Monaco o al Lussemburgo sono risibili alla pari di quelle, fatte nei giorni inebrianti di Oslo, quando venne pronosticato che Gaza sarebbe diventata la Hong Kong del Medioriente, e devono essere respinte come tali.

Quindi

Anche da questa analisi ben lontana dall’essere esaustiva, dovrebbe essere chiaro che emerge un disegno incontestabile relativamente alla attuabilità in chiave sionista dei vari modelli politici proposti per gestire il conflitto israelo-palestinese.

Il tentativo di gestire il conflitto è poco più di una formula per astenersi da quei confronti nei quali Israele può prevalere e immettersi in un confronto nel quale Israele potrebbe non prevalere, o potrebbe ma solo a un costo rovinoso.

-Il paradigma dei due stati risulterebbe quasi inevitabilmente nell’edificazione di un’altra tirannia a maggioranza islamica omofobica e misogina, la quale diventerebbe rapidamente una mega Gaza ai bordi di Tel Aviv, costituendo una minaccia alla routine socio-economica del centro economico del paese.

-Una piena annessione della Giudea-Samaria insieme alla popolazione araba risulterebbe in una libanizzazione della società israeliana gettando il paese in un rovinoso conflitto intra-etnico che pregiudicherebbe il suo status come nazione-stato del popolo ebraico.

-Una annessione parziale della Giudea-Samaria risulterebbe nella balcanizzazione di Israele, dividendo il territorio in enclavi disconnesse, recalcitranti e ingestibili, le quali creerebbero una realtà ingovernabile per Israele.

-Dunque, attraverso un rigoroso processo di eliminazione deduttiva siamo rimasti con il Paradigma Umanitario, a sostegno dell’emigrazione finanziariamente sostenuta verso paesi terzi, per tutti gli arabi-palestinesi non belligeranti, come l’unico possibile paradigma il quale possa adeguatamente affrontare entrambi gli imperativi geografici e demografici necessari per preservare Israele come lo stato-nazione degli ebrei. In questo senso, per i sionisti si tratta della scelta di Hobson. Tutto il resto è un autoinganno.

Traduzione dall’originale inglese di Niram Ferretti



Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » dom giu 10, 2018 10:59 am

Israele non è la Svizzera

Riprendiamo da SETTE di oggi, 07/06/2018, a pag. 106, con il titolo "Israele non è la Svizzera", lettera e risposta di Sergio Della Pergola, Paolo Lepri.
Informazione Corretta

http://www.informazionecorretta.com/mai ... 0&id=70910


Ecco la lettera di Sergio Della Pergola:

L'analisi di Paolo Lepri su 7 (Israele-Palestina. Quando la diplomazia perde la strada, 24 maggio) a proposito del futuro politico di Israele e dei Palestinesi è stimolante ma suscita alcune perplessità. Innanzitutto, nel lavoro di grandi scrittori come Abraham B. Yehoshua va distinto il ruolo del letterato da quello dell'analista politico. Se per il primo A.B.Y. suscita ammirazione, sul secondo ha già fatto in passato qualche passo falso, per esempio negando valore all'esperienza degli ebrei della diaspora e definendoli come irrilevanti rispetto agli Israeliani. L'idea di uno Stato confederale Israele-Palestina mi pare che sia una stravagante provocazione intellettuale oppure che esprima una posizione sostanzialmente anti-israeliana, ossia contraria all'autodeterminazione del popolo ebraico (sempre nei limiti del diritto internazionale). Lo Stato federale (o confederale) non può esistere se non prevale il consenso su almeno un principio fondamentale: la necessità esistenziale suprema di vivere insieme. Questo manca totalmente nel nostro caso. E poi al centro del logo con la stella di David, sullo sfondo rosso andava messa non la croce della Svizzera bensì la mezzaluna della Turchia. Tanto per capire quale tipo di fioritura culturale ci si possa attendere da questo artificioso innesto. Meglio due Stati per due popoli.

La risposta di Paolo Lepri:

Gentile professor Della Pergola, la proposta avanzata da Abraham Yehoshua di «una partnership israelo-palestinese che dovrebbe portare ad una confederazione basata sul modello dei cantoni» ha il fascino irrazionale che possiedono le idee nuove quando il senso di disperazione contagia anche gli uomini di buona volontà. Ma ho sostenuto d'altra parte che «l'ingegneria costituzionale appare enormemente lontana» da questi luoghi che tanto amiamo. II mio, insomma, è uno scetticismo temperato dal rispetto che merita questo grande scrittore. Certo, meglio «due Stati per due popoli». Ci abbiamo sempre creduto, da tempo ho smesso di crederci. Ma sarei felice che diverse leadership, in Israele e nell'Autorità Nazionale Palestinese, mi convincessero con gesti capire meglio che tipo di pluralismo e concreti che sto sbagliando.
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » ven lug 20, 2018 11:20 am

È legge Israele Stato-nazione ebraico
Netanyahu esalta norma. Partiti arabi, 'non ci vogliono qui'
19 luglio 2018

http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews ... e6feb.html

(ANSAmed) - TEL AVIV, 19 LUG - La Knesset ha approvato a maggioranza la notte scorsa una controversa legge che definisce Israele come "Stato-nazione del popolo ebraico". A favore del provvedimento hanno votato 62 deputati: contrari 55, compresi i rappresentanti dei partiti arabi. Soddisfatto il premier Benyamin Netanyahu che ha parlato di "rispetto di tutti i cittadini", mentre Ayman Odeh, leader dei partiti arabi, ritiene che la norma dimostri che Israele "non ci vuole avrebbe il pregio di porre i valori ebraici e quelli democratici sullo stesso piano, mentre gli oppositori vi ravvisano l'intento di discriminare le minoranze, arabe e non. La legge dichiara anche Gerusalemme capitale di Israele e adotta il calendario ebraico come quello ufficiale dello Stato. In una clausola, secondo i media, retrocede la lingua araba da "ufficiale" a "speciale".
Altra norma controversa è quella che sancisce che "lo Stato vede lo sviluppo dell'insediamento ebraico con valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere il suo consolidamento".


Alberto Pento
Diciamo che ebraico è un termine che si applca sia a chi è di religione ebraica sia a chi si sente etnicamente e culturalmente ebreo ma non di religione ebraica in senso pieno. Io ad esempio sono veneto e aidolo e la maggior parte dei veneti è cristiana però sia io che mi sento aidolo sia gli altri veneti che si sentono cristiani siamo tutti veneti.
Poi vi è da dire che la regione ebraica è pienamente compatibile con i valori/doveri/diritti umani universali mentre quella maomettana no, e ciò fa una grande differenza: Israele offre una garanzia a tutti mente nei paesi maomettani è dimostrato che alle minoranze religioes e ai diversamenti pensanti non è concessa alcuna garanzia di rispetto e di libertà.





RICONOSCERE LA REALTA', IMPRESA QUASI IMPOSSIBILE AL GIORNO D'OGGI
19/7/2018

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

Passa alla Knesset per 62 voti contro 55, la pretestuosamente controversa legge secondo la quale Israele è la nazione del popolo ebraico.

Per i numerosi oppositori, questa evidente banalità costituirebbe una discriminazione nei confronti della minoranza araba.

In un'epoca in cui domina il pensiero unico del politicamente corretto, l'idea stessa che possa esistere una nazione che si autodidentifichi in senso religioso ed etnico è considerata una bestemmia.

Israele non può che essere la patria del popolo ebraico, poichè nasce sotto questo impulso: dare legittimità nazionale agli ebrei così come è accaduto nella storia per migliaia di altri popoli, per unificarli, salvaguardarli, renderli partecipi di una cultura, di una lingua, di una identità.

Questo, nel mondo dell'Umanità indistinta, del "Gran Mischione" per citare uno degli aedi del progressismo illuminato nostano, Michele Serra, non è accettabile.

Nella società progressista e umanista dei cantori della fine della storia, dell'abbattimento dei confini, delle post-identità, un paese che si declina in modo forte e risoluto come identitario, è sinonimo di fascismo.

L'ovvio oggi va ribadito con determinazione e forza più che mai. Israele è la nazione degli ebrei, così come l'Italia è la nazione degli italiani, la Francia dei francesi (in questo caso non si sa ancora per quanto tempo), l'India degli indiani.

In Israele, come in Italia, Francia, India e la maggioranza dei paesi al mondo, vivono minoranze più o meno ampie di nazionalità, etnia, cultura diversa.

Gli arabi che vivono in Israele e hanno la cittadinanza, sono israeliani, ma non ebrei, così come un cammello non è un dromedario. La bandiera di Israele è dotata di un inequivocabile simbolo identitario, la stella di Davide e non ha la mezzaluna araba.

Niente di più ovvio, niente di più chiaro. Adequatio rei et intellectus. Oggi, più che mai, a sinistra, una impossibilità logica.



Approvata la legge Israele è lo Stato-nazione del popolo ebraico
19 luglio 2018
Giordano Stabile

http://www.italiaisraeletoday.it/approv ... lo-ebraico

È stata approvata dalla Knesset la controversa legge su «Israele Stato-nazione del popolo ebraico», voluta soprattutto dai partiti della destra religiosa che appoggiano il governo di Benjamin Netanyahu. La legge stabilisce che Israele è la «patria storica del popolo ebraico» e soltanto gli ebrei «hanno il diritto dell’autodeterminazione in essa».

A favore del provvedimento hanno votato 62 deputati su 120: contrari 55, compresi i rappresentanti dei partiti arabi. Per il governo di centro-destra questo passo serve a proteggere la maggioranza ebraica all’interno di Israele, in modo che non possa mai più essere messo in discussione il carattere ebraico dello Stato.

I partiti di centrosinistra e quelli che rappresentano la minoranza araba si sono opposti. Il timore è che ci sia una deriva «etnica» che finisca per discriminare gli abitanti non ebrei di Israele.

È vero che la legge è stata emendata dalle parti più controverse, dopo l’intervento del presidente Reuven Rivlin: per esempio è stato cancellato l’articolo sulla possibilità di creare città o quartieri «soltanto per ebrei». Ma è rimasto l’articolo che prevede che l’arabo non sia più la seconda lingua ufficiale, e quello che stabilisce come «l’intera Gerusalemme unita» sia la capitale dello Stato ebraico.

Gli arabi sono circa il 20 per cento degli 8,7 milioni di abitanti di Israele e hanno sempre goduto di pari diritti civili, anche se non possono fare il servizio militare. Diverso il caso dei palestinesi che vivono nei territori occupati dopo il 1967. Pochissimi hanno ottenuto la cittadinanza e vivono nell’attesa della nascita di uno Stato palestinese.

Arabi israeliani e palestinesi costituiscono circa la metà degli abitanti fra il Mediterraneo e la riva del Giordano (Israele, Cisgiordania, Gaza) e uno dei timori degli israeliani è di ritrovarsi un giorno in minoranza, il che spiega in parte la volontà di ribadire il carattere ebraico dello Stato.

Soddisfatto il premier Netanyahu che ha parlato di «rispetto di tutti i cittadini», mentre Ayman Odeh, leader dei partiti arabi, ritiene che la norma dimostri che Israele «non ci vuole qui».


Giulio Meotti
19 luglio 2018

Dirò la mia sulla legge che Israele ha appena approvato sullo “stato della nazione ebraica”, da oggi sotto tiro in tutto il mondo e sui media. I critici gridano all'attacco del pluralismo e alla democrazia. Ecco come stanno le cose. Dopo 70 anni, Israele mancava di una costituzione, un'anomalia quasi unica fra i paesi occidentali, perché le costituzioni sono la pietra angolare delle democrazie, ne definiscono l'identità. Israele ha “leggi fondamentali” sui diritti individuali e la separazione dei poteri, ma non una legge che la definisse. La nuova legge è approvata per colmare il vuoto. Per alcuni, non era necessario, dal momento che Israele è già lo stato nazione del popolo ebraico. Ma la “legge del ritorno” (che garantisce diritti di immigrazione automatici agli ebrei) potrebbe un giorno essere abbattuta in quanto “discriminatoria”, così come l'inno di Israele (che esprime la fedeltà millenaria degli ebrei alla loro terra) e la bandiera (un simbolo ebraico) potrebbero essere impugnati in tribunale dalla minoranza araba e la Menorah (incisa anche sull'arco di Tito a Roma) potrebbe essere giudicata “razzista”. Gli oppositori sostengono che dichiarare l'ebraico la lingua ufficiale del paese, pur garantendo all'arabo uno “status speciale”, sia lesivo della minoranza. Ma anche la costituzione della Francia stabilisce che “la lingua della Repubblica è il francese” (articolo 2) pur riconoscendo le “lingue regionali” come parte del “patrimonio francese” (articolo 75). Qualcuno ha mai attaccato la Francia per questo, pur avendo una cospicua minoranza araba proveniente dalle sue ex colonie? Gli arabi in Israele hanno uguali diritti di voto. Non solo, Israele è uno dei pochi posti in Medio Oriente dove le donne arabe hanno sempre potuto votare. Gli arabi hanno numerosi seggi alla Knesset e l'unico partito mai bandito da Israele è ebraico (Kach). Gli arabi israeliani hanno vari incarichi governativi. All’epoca della fondazione di Israele, c'era solo una scuola superiore araba, oggi ci sono centinaia di scuole arabe. L’unica distinzione legale tra cittadini ebrei ed arabi di Israele è che questi ultimi non sono tenuti a prestare servizio militare. Nel 1999, Abdel Rahman Zuabi è stato il primo arabo-israeliano a entrare nella Corte Suprema israeliana. Come ho scritto nel mio ultimo libro, Israele è la “nazione araba” più libera del mondo. Pur criticabile, la legge votata alla Knesset pone un argine alla satanica campagna di delegittimazione internazionale che, ancora dopo 70 anni, mette in discussione il diritto di Israele di definirsi come lo stato-nazione del popolo ebraico. Chi oggi grida all'“attacco alla democrazia israeliana”, dov'è quando nelle piazze europee si grida “morte agli ebrei”, quando in Iran si chiama alla distruzione di Israele, quando c'è da criticare una agenzia dell'Onu nata per riportare i nipoti dei profughi del 1948 in Israele e distruggerlo demograficamente, quando l'Unesco cancella la storia ebraica di Gerusalemme e quando il mondo non riconosce il diritto di Israele di avere a Gerusalemme la propria capitale? Ipocriti. In Occidente c'é molto nervosismo perché Israele ha avuto il coraggio di inscrivere in una legge la propria identitá.
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