El falbo mito de ła onedà tałiana

El falbo mito de ła onedà tałiana

Messaggioda Berto » mar feb 04, 2014 12:10 pm

El falbo mito de ła onedà tałiana
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Ke oror coante stronsade kel dixe sto omo!

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Caro Abruzzo, perché scadi nelle più trite “balossate” patriottiche?

http://www.lindipendenza.com/caro-abruz ... triottiche

Su Tabloid, periodico ufficiale del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia (anno XLIII, n. 4-6, settembre-dicembre 2013, pagg- 70-72), Franco Abruzzo ha pubblicato un pezzo titolato “Quando Il Caffè univa già l’Italia. L’illuminismo milanese che anticipò il Risorgimento” a presentazione della riproposizione di un articolo di Gian Rinaldo Carli, pubblicato nel 1765 proprio sullo storico periodico lombardo.

A un certo punto della sua presentazione, Abruzzo scrive:
«Anche in questo momento cruciale della storia nazionale, i giornali saranno chiamati a giocare un ruolo di primo piano nella diffusione delle idee di rinnovamento e di riscatto del popolo italiano e nella costruzione dello Stato nazionale inteso come organizzazione politica della Nazione italiana (che già esisteva da mille anni attraverso l’opera dei suoi scrittori, santi, poeti, scienziati, artisti, scultori, musicisti, politologi, storici, giornalisti ed economisti).

La lingua (?), le tradizioni(?), la comune fede cristiana(?), i costumi (?), l’eredita romana e latina (?), il mito di Roma (?) – (che per prima aveva unificato la Penisola, dando la sua cittadinanza ai popoli che la abitavano dalle Alpi alla Sicilia, dal Quarnaro alla Sardegna ) – dicevano che la Nazione c’era (???).
Quando la vocazione militare e il disegno espansionistico settecentesco del Piemonte sabaudo nella valle padana incrociarono le aspirazioni e l’anelito di tutto il popolo italiano alla libertà scocco la scintilla che avrebbe portato l’Italia al ruolo di soggetto politico autonomo nello scenario europeo e internazionale.
Sotto la regia di un grande statista, Camillo Benso Conte di Cavour, e la determinazione di Vittorio Emanuele II di Savoia a diventare Re d’Italia o a ritirarsi in esilio come il signor Vittorio Emanuele di Savoia.
L’Italia repubblicana non deve aver timore di celebrare quel Re, Padre della Patria, che fece una scommessa al limite dell’impossibile, e il mito di Roma nel Risorgimento (rilanciato con 30 anni di anticipo sul 1861 da Giuseppe Mazzini e poi anche da Cavour nel formidabile discorso davanti al primo Parlamento italiano il 27 marzo 1861, quando indicò la Città eterna come capitale della Nuova Italia).

Se il Risorgimento fu progresso per l’Italia (?) lo dobbiamo anche al Re Galantuomo (?), che difese lo Statuto e il Tricolore davanti a Radetzky vittorioso nel 1849.
La Nazione, con Cavour e Vittorio Emanuele, deve onorare adeguatamente e sempre Giuseppe Mazzini, creatore della coscienza nazionale attraverso la severa scuola del sacrificio, e Giuseppe Garibaldi, che mise la sua spada, la sua audacia generosa ed entusiastica, il suo genio militare al servizio dei sogni del popolo italiano.
Non dimenticando mai che dietro la conquista della Unità e della Libertà, c’è una schiera infinita di martiri e di combattenti caduti per tener fede alla missione, individuata dal giansenista Mazzini, di distruggere l’Impero d’Austria visto come mosaico di popoli oppressi.
Eppure nel 2011, 150° dell’Unità nazionale, nessuno ha pensato al “Caffè” e agli Uomini del “Caffè”, che hanno avviato quel processo conclusosi con successo 100 anni dopo: l’Italia libera e unita».

Commentando la pubblicazione nel 2008 del cosiddetto “Appello di Blois” contro l’ingerenza della politica nell’interpretazione della storia, Timothy Garton Ash aveva scritto sul Guardian: «Perché la gente possa affrontare queste cose, le deve innanzitutto conoscere: questi temi devono essere insegnati a scuola e ricordati pubblicamente. Ma, prima di essere insegnati, devono essere oggetto di ricerca. Bisogna rivelare le prove, verificarle e riverificarle. Bisogna opporvi altre interpretazioni per vagliarle. Questo processo di ricerca e verifica storica implica la più completa libertà, limitata solo dal rispetto per le leggi contro la calunnia e la diffamazione, e scritte per proteggere persone viventi ma non certo i governi né gli orgogli nazionali».

Franco Abruzzo ha grandi doti di cultura e intelligenza che hanno permesso a lui, cosentino, di essere stato per più 18 anni Presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia e di farlo con serietà e coraggio.
Per questo spiace vederlo nella parte dell’acritico divulgatore delle più trite balossate patriottiche e di farlo con il linguaggio di un sillabario per “Balilla” e “Giovani italiane”.
Gnente ente ła tera veneta a xe paremogno de l'UNESCO. Via dal Veneto ste mostruoxe organixasion ke vioła i diriti omani e łe łebertà dei popołi.
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Re: El falbo mito de ła onedà tałiana

Messaggioda Berto » mer feb 05, 2014 7:28 am

Beh!
Anca łi xvisari tiçinexi łi pacioła tiçinexe e tałian ma no łi se sente par çiò tałiani ma xvisari de ła Xvisara.
Anca a San Marin!
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Re: El falbo mito de ła onedà tałiana

Messaggioda Berto » mer feb 05, 2014 7:33 am

Ensemense łengoesteghe de łi nasionałisti tałiani

http://www.youtube.com/watch?v=CkAkS_0dgGQ
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Re: El falbo mito de ła onedà tałiana

Messaggioda Berto » gio feb 06, 2014 1:00 am

La Repiovega Serenisima e l'idea de 'Talia
https://picasaweb.google.com/1001409263 ... deaDItalia
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Re: El falbo mito de ła onedà tałiana

Messaggioda Berto » ven apr 18, 2014 2:30 pm

Veneto, cosa succede all'Italia se la Regione fa la secessione

http://www.liberoquotidiano.it/news/pol ... talia.html

È vero che nell'immediato il guadagno del Veneto sarà una perdita contabile per lo stato italiano, ma una volta gestito accuratamente il periodo di transizione, il guadagno sarà senz'altro per entrambi, e anzi sono convinto che a guadagnarci sarà di più il Mezzogiorno. Pensiamo all'esperienza della Cecoslovacchia che nel 1993 ha deciso di dividersi in Repubblica Ceca e Slovacchia. Il giorno della separazione il reddito procapite di uno slovacco era due terzi di quello di un ceco. La ricca Repubblica Ceca ci ha decisamente guadagnato liberandosi della palla al piede slovacca, crescendo mediamente del 2,5 per cento all'anno. Nello stesso ventennio, attraversando la stessa transizione economica post guerra fredda, la Slovacchia è cresciuta in media del 4,3 per cento, ed ora il reddito medio di uno slovacco è praticamente equivalente a quello di uno ceco, entrambi pressapoco 14 mila euro annui.

Ci saranno le stesse dinamiche anche dopo l'indipendenza del Veneto, e territori al momento più periferici come il Mezzogiorno saranno quelle realtà che nel corso degli anni trarranno il maggior beneficio. Prima però è fondamentale che nell'immediato la transizione sia fluida come lo sarà in Scozia. Con tutta probabilità ci sarà un effetto domino, un tana libera tutti come dice Marco Bassani, e oltre ad una confederazione veneta, che mi auguro includa anche le province friulane, dal resto dello stato italiano potrebbero nascere almeno altri cinque stati indipendenti. Ma per semplicità analizziamo i problemi fiscali di uno stato italiano orfano solo della linfa fiscale veneta, privo di quei 20 miliardi di residuo fiscale.
Il problema per lo stato italiano, che gestisce 750 miliardi di entrate fiscali, 710 miliardi di spesa pubblica, e grossomodo 90 miliardi di interessi sul debito, non è di per se il netto di 20 miliardi che perderà dal Veneto. L'Italia potrebbe rimediare aumentando leggermente il residuo delle altre regioni virtuose (Emilia, Piemonte, Toscana – la Lombardia la lasciamo stare che è già più tartassata del Veneto) e diminuendo l'emorragia verso regioni cronicamente a credito, soprattutto verso la Sicilia. Non dico sia un'operazione facile dato che tutte le regioni subiscono le inefficienze di uno stato impreparato al ventunesimo secolo e finora incapace di riformarsi dall'alto, ma solo eliminando gli sprechi più evidenti si potrebbero recuperare almeno la metà della ventina di miliardi che non arriveranno più dal Veneto. Su la voce.info Roberto Perotti ha dimostrato in dettaglio come le istituzioni italiane costino il doppio se non il triplo di quelle di altri paesi europei. Non si tratta di attuare licenziamenti drastici, ma di eliminare privilegi scandalosi in Parlamento, in Senato, nelle Regioni, nelle Ambasciate, nei Tribunali, e nelle pensioni d'oro. L'ingiustizia di questi sprechi è stata dimostrata con precisione e non è tollerabile concedere che continuino a sperperare le tasse dei cittadini. Ecco come l'Italia potrà compensare la perdita delle tasse venete, eliminando questi vergognosi sprechi.
Purtroppo, se finora lo stato italiano si è rivelato incapace di attuare questo tipo di riforme, non sarà in grado nemmeno per far fronte alla perdita delle risorse fiscali venete, e cercherà di ricorrere all'ennesimo aumento di tasse. L'Iva dovrebbe aumentare almeno di altri 3 punti, arrivanto al 25 per cento, mentre nel Veneto indipendente l'Iva diminuirà al 15 per cento, forzando le regioni limitrofe a dover seguire l'esempio secessionista per ragioni di sopravvivenza. La morale è sempre quella: l'incapacità di riformare dall'alto provoca una riforma dal basso.
Il problema però non è solo risparmiare 20 miliardi, perché la vera difficoltà è la sostenibilità del debito pubblico. La bomba ad orologeria rappresentata dal debito pubblico non è dovuta tanto al totale in sè, e nemmeno in relazione al Pil, ma dipende dal rapporto con il flusso di entrate al netto della spesa pubblica, e cioè il deficit. In sostanza, il giorno dopo l'indipendenza sarebbe considerato più sostenibile un Veneto con un rapporto debito/pil del 200 per cento, che un'Italia (senza Veneto) con un rapporto debito/pil del 100 per cento. Questo perché il Veneto avrà dall'indipendenza in poi dei surplus stratosferici e volendo sarà in grado di abbattere un'eventuale debito ereditato in pochi anni, mentre lo stato italiano sarebbe destinato a tentare di sopravvivere come sta facendo adesso, ma con meno risorse produttive da tassare.
La Repubblica Veneta non deve ereditare un centesimo del debito pubblico italiano, semplicemente perché non ha contribuito a crearlo. Anzi, dati alla mano, calcolando i residui fiscali degli ultimi trent'anni, è l'Italia ad avere un ulteriore debito di 500 miliardi verso il Veneto. Bisogna però anche guardare a chi detiene il debito pubblico, e considerare che conseguenze ci saranno con un default italiano. Non è tanto questione di reputazione, perché partendo come nuova repubblica indipendente il Veneto verrebbe considerato affidabile per nuovi prestiti, pur non avendone bisogno. È invece una quesitone di banche commerciali e risparmiatori che detengono il debito pubblico italiano. Loro sono i creditori che ci rimetterebbero da un default, e sono italiani, veneti e stranieri. Come minimo al Veneto conviene garantire il debito pubblico detenuto da banche commerciali venete e dai risparmiatori veneti. Potrebbe anche essere conveniente prendersi a carico parte del debito posseduto da qualche banca straniera in cambio di un appoggio internazionale. Alla fine era questo che importava a francesi e tedeschi durante la questione greca, ed è quello che importerà a potenze straniere riguardo la questione veneta: dove sono i loro schei.
Il debito pubblico italiano attualmente in mano a creditori veneti è quantificabile, ma è prematuro voler mettere un limite superiore alla percentuale di debito/pil che il Veneto sarebbe in grado di accollarsi con il suo enorme surplus fiscale, e mettere un limite inferiore al debito/pil che il resto dell'Italia sarebbe in grado di sostenere senza default. Il punto è che la transizione della finanza pubblica è gestibile tramite una suddivisione ben coordinata del debito pubblico italiano. Questo eliminerebbe i problemi contabili dell'immediato. Fatta questa transizione, tutti avranno da guadagnarci dall'indipendenza del Veneto: italiani, veneti, ed europei.
Do per scontato che indipendenza politica non implicherà barriere di nessun tipo, che siano doganali, commerciali, culturali, finanziarie, o turistiche. Veneto e Italia saranno come Austria e Germania, Francia e Belgio, o Spagna e Portogallo. Molte affinità culturali e geografiche, molta interdipendenza economica, ma completa indipendenza amministrativa. Difatti, l'indipendenza altro non è che una riforma amministrativa che parte dal basso, un'esigenza sentita a livelli plebiscitari da una popolazione succube di uno stato irriformabile dall'alto, e con un senso civico elevatissimo per aver autogestito un esercizio di democrazia diretta da far impallidire gli svizzeri.
Questa riforma amministrativa, è bene ripeterlo, fa bene ai veneti, fa bene agli italiani, e fa bene all'Europa intera. Avvantaggia i veneti per ovvie ragioni contabili. Avvantaggerà il Mezzogiorno perché è risaputo che la stagnazione decennale del Meridione è causata da un assistenzialismo corrotto finanziato proprio dai schei delle tasse provenienti da regioni come il Veneto. Non sarà più un Sud che invoca aiuti dallo stato, un Sud che molto più del Veneto è sopravvissuto ad uno stato considerato per troppi versi uno stato estero. Sarà un Mezzogiorno che saprà produrre ricchezza dalle proprie enormi risorse, turistiche e non, dove l'evasione non avrà più senso perché sarà come evadere a se stessi.
Infine fa bene all’Europa perché vivendo in un mondo globale bisogna essere competitivi, non solo con i nostri prodotti, ma anche con le nostre amministrazioni pubbliche che rappresentano un’infrastruttura condivisa che deve gestire servizi di qualità ad un costo minimo. Lo stato italiano fa male all'Europa perché non è competitivo. Se l’Italia fosse competitiva le ditte venete non sarebbero costrette ad emigrare in Austria. L’Europa non potrà crescere nel ventunesimo secolo se costituita da un oligopolio di nazioni stato. L’Europa potrà crescere solo se le inefficienze intrinseche nel monopolio del servizio pubblico verranno controbilanciate da più stati a dimensione d'uomo e in competizione tra loro per offrire con il minor costo fiscale la migliore qualità di sanità, istruzione, viabilità e pensione e qualsiasi altro servizio che i cittadini decideranno di gestire a livello pubblico.

di Lodovico Pizzati
*Docente di Business Statistics
alla California State University di Los Angeles
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Re: El falbo mito de ła onedà tałiana

Messaggioda Berto » lun apr 28, 2014 3:15 pm

Don Pellegrini: l’insostenibilità dell’espressione “Repubblica una e indivisibile”

http://www.lindipendenza.com/don-pelleg ... divisibile

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di DON FLORIANO PELLEGRINI

Don Floriano Pellegrini è stato testimonial Plebiscito2013.eu, il movimento che ha organizzato il referendum digitale che ha fatto tanto discutere e ha riscosso notevole successo. Don Floriano, in qualità di testimonial, aveva inviato a Plebiscito2013.eu questa breve presentazione che riportiamo di seguito e che la dice tutta sul suo spirito

Ho 57 anni, appartengo a una famiglia antica, sono felice di essere sacerdote e di stare con la gente, pur con i miei limiti, in campo spirituale e in quello culturale, ma non solo.

Per me Venezia è sempre stata un punto di riferimento. Mio, della mia famiglia, della mia valle e di tutto il Popolo veneto. Quante emozioni, sofferenze, speranze, dietro queste parole! Non vedo perché non possiamo continuare ad essere Popolo in tutto e per tutto, indipendente e sovrano, profondamente capace e desideroso di collaborare con gli altri Popoli della penisola italiana e del continente europeo, ma Popolo! Mi auguro, perciò, non sia lontano il giorno in cui questi auspici saranno realtà.

Don Floriano Pellegrini pubblica abitualmente delle sue riflessioni sotto l’insegna de “IL LIBERO MASO DE I COI, FEUDO SIGNORILE DEL XIV SECOLO, ALLE PENDICI DEL MONTE PELMO, NELLA COMUNITÀ STORICA DEL PATRIARCATO DI AQUILEIA”. Qui potete leggere una interessante riflessione sulla indivisibilità della Repubblica italiana.

E’ noto che la Costituzione italiana, del 1947, all’art. 5, dice: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali […]”. L’affermazione sull’unità e indivisibilità della Repubblica è, pertanto, un’esplicazione e non una parte del discorso diretto; questo inciso esplicativo può essere inteso in due sensi contrapposti: in senso minimale, come sarebbe a dire un’affermazione meno vincolante, oppure in un senso massimalista, dando all’inciso valore di sottolineatura, che si risolverebbe di fatto persino nell’impossibilità di (ri)mettere in discussione tale unità e indivisibilità. Finora è prevalsa, giustamente, l’interpretazione massimalista e, a livello di opinione pubblica, solo da pochi anni essa è osservata con maggiori distacco e criticità; ma è ora, possibilmente una volta per tutte, di scorgere e di comprendere come quella “bella frase” non abbia un entroterra filosofico e giuridico che la giustifichi e la sostenga. Che anzi, al contrario, la caricano di un qualcosa di ridicolo e grandemente inopportuno.

In filosofia, infatti, solo l’essere in sé e in quanto tale è “uno e indivisibile”, mentre tutti gli esseri, dal primo all’ultimo, non godono contemporaneamente di entrambe quelle qualità. L’Essere è uno e indivisibile perché, se fossero due, occorrerebbe postulare una diversità; ma qualcosa che sia diverso dall’Essere non può essere. Tutta la filosofia dell’uno ruota, e nessuno l’ha mai contestata, attorno a questa verità. Nessuno, eccetto la Repubblica italiana, che, se avesse fondamento filosofico quanto detto all’art. 5, sarebbe un ente che coincide con l’Essere stesso, un ente necessario, eterno, dal quale scaturirebbero, essendo unico e indivisibile, tutti gli altri esseri, in Italia e fuori.

Le varie religioni hanno ben presente l’accennata verità filosofica. Ma è soprattutto nel cristianesimo e con il concilio di Calcedonia, in Cappadocia, nel 451, che si ebbe la formulazione del dogma della Trinità, quale Dio “uno e indivisibile”, pur in tre persone. Da allora l’espressione è entrata nel linguaggio comune, sia liturgico che civico, tanto che ancora nel 1700 (e anche oltre) troviamo atti diplomatici e notarili che iniziano con la frase: “In nomine sanctae et individuae Trinitatis”, “In nome della santa e indivisibile Trinità”. Così anche il trattato di pace tra Austria e Italia, del 3 ottobre 1866, per evidente volontà dei cattolici austriaci, iniziò con le parole: “In nome della Santissima e Indivisibile Trinità” (un traduttore poco religioso intese il Santissima per Serenissima!). La qualifica di “Essere uno e indivisibile” in senso personalistico, in effetti, può essere applicata in assoluto solamente a Dio; a Dio… e alla Repubblica italiana, secondo quest’ultima! “In assoluto”, perché se è “in relativo” ossia rebus sic stantibus al 1947, oggi potrebbe essere modificata; ma, se non è modificabile, è frase che, unico Stato al mondo (che si dice democratico) applica a sé solo… e a Dio!

Neppure nella storia troviamo istituzioni (neppure la Chiesa cattolica, che nella professione di fede si dichiara “una, santa, cattolica e apostolica” e che è indubbiamente indivisibile) che abbiano avuto l’ardire di applicare a sé una definizione riservata a Dio. Nessuna, neppure tra gli Stati antichi che adesso diciamo assolutisti; mai se l’applicò, ad esempio, l’Impero d’Austria. E’ stato necessario giungere alla Costituzione francese del 3 settembre 1791, estorta dai rivoluzionari e in spirito ormai apertamente anticristiano, per leggere la frase: “Le Royaume est une et indivisibe”. Persino nello Statuto albertino (del 1848 e in vigore fino al 1947) non v’è traccia d’una frase sull’unità e indivisibilità dello Stato. E’ inevitabile chiedersi: la Repubblica italiana aveva proprio bisogno d’essere la “più furba” e far sua una frase che nessuno, a parte i rivoluzionari di 156 anni prima, aveva osato pronunciare? Era un completamento necessario della dichiarazione, all’art. 1, del suo essere democratica o non corrispondeva, piuttosto, al bisogno di mettere de facto un limite, mascherandolo di forza de iure, alla democrazia interna? In ogni caso, resta una limitazione, che nessuno Stato moderno impone ai propri cittadini; e ciò non è da poco.

E interessante ricordare, a questo punto, che J. J. Rousseau nel “Contratto sociale” (libro II, cap. 2) fa una riflessione sulla sovranità quale bene indivisibile. Da qui l’interrogativo se la frase della Costituzione possa essere letta non in riferimento alla Repubblica come tale, sebbene tale sia la dizione letterale, ma in rapporto alla sovranità, di cui all’art. 1 c. II. Se, cioè, non si debba intendere riferita al popolo al quale tale sovranità “appartiene” (così nel testo). Penso che in definitiva sia proprio così, altrimenti dovremmo concludere che la frase dell’art. 5 è una castroneria. Se però, volendo salvarla, la colleghiamo al concetto di sovranità e di popolo, dobbiamo avere il coraggio di portare le conseguenze di cui parla J. J. Rousseau, ossia che, per essere tale, la sovranità deve esprimere il volere di tutto il popolo; il che, in effetti, è indiscutibile. Come che la si voglia mettere, resta vero, solo a essere intellettualmente onesti, che l’art. 5 della Costituzione o è della massima stravaganza (filosofica, storica e giuridica) o è tale da non contrapporsi al diritto sovrano della Nazione e dei popoli che la compongono.
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Re: El falbo mito de ła onedà tałiana

Messaggioda Berto » ven mag 16, 2014 7:45 pm

I libri che dovevano “fare” gli italiani, ovvero un altro fallimento totale

http://www.lindipendenza.com/i-libri-ch ... nto-totale


di ROMANO BRACALINI

Fatta l’Italia, dice il D’Azeglio, senza aver l’aria di crederci troppo, bisognava fare gli italiani, e qui lo sforzo pareva sovrumano. Il compito venne affidato agli scrittori che accolsero l’invito a rappresentare l’”Italiano nuovo” e a costruire la nuova identità.
Ma mancavano gli ingriedenti di base.
Si dovette inventare un genere letterario che prima non esisteva, essendo la letteratura italiana prima del 1860 essenzialmente regionale.
Il romanzo risorgimentale o post-risorgimentale diventa necessariamente “propaganda” e, i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, dice Alberto Moravia, ”anticipano i metodi e i modi dell’arte di propaganda”.
Ciò non significa che il capolavoro manzoniano non abbia anche un valore letterario e poetico, ma avendo un fine politico e patriottico risulta anche parecchio noioso e prolisso. Il romanzo italiano di propaganda non era dissimile, negli intenti, dal “realismo socialista” dei paesi comunisti.
Ciò che non torna o stona, e fa a pugni con la verità storica, lo si aggiusta o lo si cancella perché la rappresentazione sia perfetta e priva di ogni ombra.

PINOCCHIO, di CARLO COLLODI, un classico della letteratura per l’infanzia, sembra l’allegoria della nazione: il burattino, bugiardo e scansafatiche, che dopo tante disavventure diventa un ragazzo per bene.
Allo stesso modo EDMONDO DE AMICIS con il libro CUORE compone il romanzo per le nuove generazioni che sui banchi di scuola apprendono gli eroismi e i sacrifici compiuti per fare dell’Italia una nazione. Eroismi del tutto immaginari, come Il tamburino sardo e La piccola vedetta lombarda. Patriottismo e socialismo umanitario sono gli ideali di DE AMICIS presto traditi dal post-Risorgimento.
Allo stesso modo del “realismo socialista”, MANZONI con i Promessi Sposi aveva scritto un romanzo di “realismo cattolico”, e per meglio adempiere al suo scopo scelse il Seicento nel quale il cattolicesimo permeava allora tutta la società italiana, essendo in buona sostanza il solo elemento di aggregazione e di unità. Viceversa nell’800 il cattolicesimo era meno diffuso e dominante anche per effetto delle idee derivate dall’illuminismo e dalla Rivoluzione francese. Così occorreva rifarsi a un’epoca in cui il cattolicesimo della Controriforma, nella Milano spagnola del XVII secolo, appariva ancora egemone, totalitario. La trasposizione era senza rischi. Sarebbe stato più pericoloso rappresentare il proprio tempo quando a dominare la Lombardia non erano più gli spagnoli ma gli austriaci.
CATTANEO diceva del MANZONI: “l’è un spauresg”. Un pauroso. Non era un cuor di leone. L’intento del MANZONI, tornando indietro di due secoli, era quello di legare lo spirito popolare cattolico con la realtà politica del proprio tempo, unendo fede religiosa e patriottismo unitario.
L’intento degli scrittori cattolici, da MANZONI a GIOBERTI a CAPPONI, è dunque quello di collegare il cattolicesimo italiano con il processo inarrestabile della storia.

VINCENZO GIOBERTI, scrittore torinese, nel 1843 aveva scritto “Del primato morale e civile degli italiani”, che aveva fatto esclamare a quella linguaccia di Massimo D’Azeglio. ”Beato lui che ci crede”.
GIOBERTI affermava il primato della civiltà italiana (???), con linguaggio erudito e ripetitivo: il suo non è un grande libro ma ebbe un’influenza enorme sulle masse cattoliche che appresero che non dovevano estraniarsi dal processo unitario, come poi invece avvenne per ordine papale. Gioberti in sostanza diceva: ”Chi ripudia la fede, ripudia, almeno per metà, la patria”. Gioberti, in mancanza di meglio, si rifaceva alla gloria romana, che per la verità aveva ben poco in comune con gli italiani del XIX secolo. Teorizzava una confederazione italiana sotto l’autorità del Papato riconciliato con le idee moderne. Fu grande la sua delusione quando Pio IX con il Sillabo condannò le dottrine moderne, dal liberalismo al socialismo, opponendosi di fatto al processo unitario.

Un testo di propaganda è anche “Le mie prigioni” di SILVIO PELLICO, scritto, disse lo stesso Pellico, senza finalità politiche ma con intenti puramente etici e morali: libro che tuttavia servì egregiamente a suscitare lo sdegno nazionalista. Pellico racconta la sua esperienza di prigioniero politico allo Spielberg, in Moravia, dal 1820 al 1830. Poco importa che nel Piemonte illiberale di Carlo Felice e di Carlo Alberto il clima politico fosse anche più soffocante di quello che si respirava in Austria. Metternich, cancelliere austriaco, aveva preparato una risposta ma poi vi rinunciò temendo di contribuire ancor di più alla popolarità delle “Mie prigioni”, riconoscendo che il libro equivaleva per l’Austria “a una battaglia perduta”. Tutto serviva per formare i nuovi italiani, che per la verità erano gli stessi di sempre. In un momento di sconforto MASSIMO D’AZEGLIO disse che “gli italiani pensano di riformare l’Italia e nessuno si accorge che per riuscirci bisogna prima riformare se stessi”.

Il romanzo storico, da FRANCESCO DOMENICO GUERRAZZI a TOMMASO GROSSI a MASSIMO D’AZEGLIO, venne ripreso, come disse lo stesso D’Azeglio, per rimettere un po’ di fuoco nelle vene degli italiani, per rigenerare il carattere nazionale e risvegliare le grandi memorie storiche. Ci voleva ben altro. Tra le élite aristocratiche e alto borghesi da una parte e il popolo dall’altra c’era un abisso di incomprensione. Ciascun gruppo sociale o regionale parlava un proprio linguaggio incomprensibile all’altro.
Prevaleva il dialetto.
L’italiano era minoritario. Manzoni prese a modello il toscano per dare al paese una lingua nazionale, meno aulica e curiale, più vicina al linguaggio parlato;e per adempiere a questo compito andò a risciacquare in Arno il suo linguaggio nordico. Da notare che Manzoni in privato parlava quasi esclusivamente in milanese. Certo era buffo sentir parlare Renzo e Lucia con la lingua dei contadini toscani. In realtà nelle campagne lombarde i contadini continuavano a parlare il dialetto e la lingua per parecchio tempo non parve uno strumento di unità.
In Inghilterra e in Francia gli scrittori sfidavano le convenzioni e venivano processati e condannati per le loro idee. Penso a EMILE ZOLA, a OSCAR WILDE.
Gli scrittori siciliani, come FEDERICO DE ROBERTO, autore dei VICERE’, che non ebbe subito grande fortuna, descrivono senza troppi rischi gli opportunismi delle grandi famiglie aristocratiche meridionali che dopo il crollo borbonico avevano abbracciato le idee liberali e nel nuovo assetto si erano assicurate solide posizioni, acquistato terre e feudi confiscati dal governo nazionale agli antichi ordini religiosi.
A sua volta GIOVANNI VERGA avrebbe improntato all’ideologia vincente l’intera sua opera (I MALAVOGLIA,MASTRO DON GESUALDO) per rivestire di principi etici e sociali la nuova identità italiana.

Il trasformismo delle grandi famiglie del Sud è stato brillantemente descritto da TOMASI DI LAMPEDUSA nel suo “GATTOPARDO”.

L’Italia nuova mostrava solo d’essere la continuazione di quella vecchia. Ed è, appunto, nel mancato patto di unità tra liberal-democratici e popolo che PIERO GOBETTI, giovane intellettuale torinese, seguace delle idee federaliste di CARLO CATTANEO, non diversamente da ANTONIO GRAMSCI, vide il fallimento del Risorgimento senza il popolo. "RISORGIMENTO SENZA EROI”, come suona il titolo della sua più importante opera storica pubblicata postuma nel 1926, anno della sua morte, quattro anni dopo l’avvento del fascismo che egli con lungimiranza e acume aveva definito “l’AUTOBIOGRAFIA DELLA NAZIONE”.
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Re: El falbo mito de ła onedà tałiana

Messaggioda Berto » mer lug 16, 2014 7:11 am

Ke oror!

Se Napolitano riscopre i “fasti” della grande guerra

http://thefielder.net/14/07/2014/se-nap ... nde-guerra

In una lettera di questi giorni al quotidiano la Repubblica, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricordato il centenario dello scoppio della prima guerra mondiale. Il capo dello Stato ha naturalmente riconosciuto la dimensione tragica del conflitto che sconvolse il continente, e richiamato alla necessità per l’Europa d’elaborare una «memoria collettiva rispetto a vicende che hanno profondamente segnato la nostra Storia». Al contempo, ha riservato ampi passaggi a un’analisi della Guerra dal punto di vista italiano, come «esperienza nazionale di terribile sacrificio e di maturazione sociale». Il concetto che s’evince dalle parole di Napolitano è che il momento bellico, pur nella sua tragicità, abbia rappresentato un passaggio fondamentale per costituire l’identità italiana, obbligando gl’italiani «a prendere coscienza del loro destino comune e dell’esistenza d’una collettività nazionale». Riprendendo le parole dello storico Giuliano Procacci, il presidente arriva a definire la Guerra «la prima grande esperienza collettiva del popolo italiano». L’Italia — continua Napolitano — uscí dalla guerra «non solo riunita», ma «cambiata moralmente perché forte d’una nuova e piú vasta consapevolezza del proprio essere nazione».

Le parole di Napolitano lasciano abbastanza interdetti, perché fa impressione che, nel ventunesimo secolo, la prima carica dello Stato possa leggere le vicende nazionali secondo chiavi di lettura che speravamo d’aver consegnato ai musei e agli archivi dell’Istituto Luce. In particolare, lascia sgomenti che il presidente sostenga ancora la visione risorgimentale/fascista che attribuisce alle guerre il valore di «battesimi» e «cresime» della Nazione. È l’idea (tristissima) che i vincoli di comunità si saldino attraverso l’identificazione d’un nemico e l’opposizione a esso. In cui il «noi» nazionale si costruisca in contrapposizione al «loro». In cui le persone siano imprigionate nel «mors eorum, vita nostra» d’una guerra dove la tua lingua diventa automaticamente la tua uniforme.

Questa visione di nation-building è tanto impregnata di nazionalismo ideologico quanto slegata da considerazioni reali. Al di là della propaganda trionfalista, l’Italia uscita dalla prima guerra mondiale non era affatto «riunita» e «moralmente piú forte». L’Italia uscí da quell’esperienza economicamente e spiritualmente a pezzi. Ne uscí disperata e in balía di divisioni e fortissime conflittualità. L’immediato dopoguerra fu un periodo di caos politico, scioperi e attacchi squadristi — le condizioni per la presa del potere del fascismo, con la sua ubriacatura nazionalista, la soppressione del dissenso, le leggi razziali, e poi una nuova e ancor piú terribile guerra mondiale. Dov’è che Napolitano vede «unità» e «forza morale»? A meno che, naturalmente, il nostro capo dello Stato non consideri l’èra mussoliniana epigone di tali valori.

Certo, il patriottismo bellico, nella visione di Napolitano, consentiva di superare il «circoscritto orizzonte provinciale» a favore delle magnifiche sorti dello Stato unitario. La trincea e i fucili, quindi, come una sorta di programma Erasmus ante litteram. E non importa se quel «circoscritto orizzonte provinciale» erano le vite delle persone, con le loro famiglie, le loro case, il loro lavoro, le loro aspirazioni. Vite fatte di cose piccole e provinciali, come sposarsi, avere figli, portare a casa il pane, godersi una giornata di sole o chiacchierare al bar con gli amici. Cose meschine, certo, di fronte all’obiettivo di piantare il tricolore su Bolzano.

Che questo tipo di nazionalismo trovi il proprio portavoce in un uomo di sinistra come Napolitano non sorprende se non chi è abituato a giudicare la politica secondo le etichette anziché secondo gli effettivi contenuti espressi. Non è per niente casuale che negli ultimi anni «la patria» sia un concetto recuperato in primis proprio dalla sinistra, mentre nel centrodestra esso ricorre relativamente meno e quasi esclusivamente negli ambienti ex missini. In effetti, la Lega Nord ha da tempo desacralizzato i dogmi unitari; né Silvio Berlusconi, col suo istrionismo, s’è mai preoccupato di far prendere troppo sul serio la mitologia istituzionale. La sinistra, invece, allorché ha visto franare le proprie basi ideologiche tradizionali, ha sentito il bisogno d’aggrapparsi alla simbologia nazionale, alla bandiera, all’«Inno di Mameli» per assicurare la tenuta del Paese e la sua composta accettazione dei «doveri di cittadinanza», primo fra tutti — naturalmente — quello d’alimentare, attraverso le tasse, le casse dello Stato. Cosí, la sinistra istituzionale e governativa è diventata ormai assolutamente zelante nei riti patriottici, che si tratti del centocinquantenario dell’Unità o della parata militare del 2 giugno.

Certo, agl’italiani non viene piú chiesto il sacrificio delle trincee, ma l’«Oro alla Patria» sí — la subordinazione delle proprie egoistiche vite individuali a un grande destino collettivo. E allora qui emerge tutta la continuità ideologica tra il «patriottismo» di cent’anni fa e quello d’oggi, col contribuente nel ruolo del coscritto e l’«evasore» nel ruolo di novello disertore. Tutto tiene perfettamente, da Antonio Salandra a Pier Carlo Padoan, coll’anziano presidente a garantire il necessario fil rouge, anzi tricolore.
Gnente ente ła tera veneta a xe paremogno de l'UNESCO. Via dal Veneto ste mostruoxe organixasion ke vioła i diriti omani e łe łebertà dei popołi.
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Re: El falbo mito de ła onedà tałiana

Messaggioda Berto » gio nov 20, 2014 9:35 pm

Gnente ente ła tera veneta a xe paremogno de l'UNESCO. Via dal Veneto ste mostruoxe organixasion ke vioła i diriti omani e łe łebertà dei popołi.
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