L'orendo françescan A J, prete del catołego criminal Cadorna

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Messaggioda Berto » mar mag 26, 2015 7:39 am

L'orendo françescan Jemełi prete del catołego criminal Cadorna
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La granda menxogna
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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... gna-kw.jpg


Nel vostro libro analizzate anche la figura molto controversa di Padre Agostino Gemelli. Un frate totalmente asservito alla propaganda guerrafondaia. Qual era il suo ruolo?

Sergio Tanzarella:

Gemelli era capitano medico assegnato al Comando Supremo. In quel ruolo fu uno dei più ascoltati consulenti di Cadorna.

Come psicologo si propose di trovare i modi per abbassare ogni forma di resistenza tra i soldati rispetto alla morte che li attendeva negli inutili assalti. Alla stessa morte Gemelli attribuiva una valenza religiosa in grado di convincere i fanti che si trattava della condivisione con la missione salvifica del Cristo.

Gli articoli di Gemelli di quegli anni e il suo libro Il nostro soldato sono un’abominevole raccolta di pensieri raccapriccianti dove la fede viene posta a servizio di una causa di morte.
Gemelli scriveva che la conversione del soldato si realizzava sul letto dell’ospedale prima di morire, ma era cominciata al fronte e ad essa aveva dato un contributo decisivo una singolare forza di catechesi, la catechesi del cannone.
Pertanto la guerra era compresa come provvidenziale occasione di rinascita cristiana.


Gemelli fu molto abile a preparare un intruglio di edificazione-rassegnazione di fronte alla catastrofe della guerra offrendo ad essa una mistica consolatrice come quando scrive: «Per noi che rimaniamo, per le spose, per le madri, per i figli, per le sorelle, per gli amici, per i compagni d’armi, per quanti siamo in lutto in queste giornate di prova la morte dei nostri giovani è ragione di conforto.

Essi hanno accettato di morire, perché hanno sentito la bellezza cristiana del sacrificio per la patria.
Essi hanno fatto di più: hanno fatto risuonare nella morte questa dolce voce della speranza cristiana che consola, che rende forte, che sprona al sacrificio, che ci fa degni insomma dell’ora della prova che oggi viviamo»

...
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Re: L'orendo françescan A J, prete del catołego criminal Cad

Messaggioda Berto » mar mag 26, 2015 7:47 am

Padre Agostino Gemelli, al secolo Edoardo Gemelli

(tepego caxo kel provaria łe teorie criminałi del Lonbroxo)
http://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Lombroso

http://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Gemelli

Padre Agostino Gemelli, al secolo Edoardo Gemelli (Milano, 18 gennaio 1878 – Milano, 15 luglio 1959), è stato un religioso, medico, rettore e psicologo italiano. Appartenente all'ordine francescano dei Frati Minori, è stato il fondatore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e dell'istituto secolare dei Missionari della Regalità di Cristo e dell'Opera della Regalità.

Nasce da un'agiata famiglia milanese legata alla massoneria. Ottiene la laurea in Medicina presso l'Università di Pavia discutendo una tesi della quale è relatore il premio Nobel Camillo Golgi. Negli anni universitari è alunno del Collegio Ghislieri, occupando la stanza N°59 in "Sottomarino". In sintonia con questo ambiente consolida le sue idee positiviste e anticlericali, già assorbite nella famiglia. Portato sia allo studio che all'azione, si dedica alle lotte sociali nelle file socialiste.

Dopo la laurea svolge il servizio militare a Milano nell'ospedale di Sant'Ambrogio con Ludovico Necchi e con Padre Arcangelo Mazzotti che ebbero un grande influsso nella sua conversione al cattolicesimo a cui da tempo lo stavano conducendo la critica al positivismo e la delusione provocata in lui dall'esperienza socialista. Nel novembre 1903 entra nel convento francescano di Rezzato, presso Brescia, dove assume il nome di Agostino e viene ordinato sacerdote il 14 marzo 1908.

Nel 1909 fonda la "Rivista di Filosofia Neo-Scolastica" e nel 1914 la rivista di cultura "Vita e Pensiero" in cui, tra l'altro, giustifica la politica antisemita del fascismo e con le quali sostiene un ritorno a posizioni teocentriche e neotomiste. Negli anni dal 1909 al 1912 si batte attivamente a partire dalle sue conoscenze mediche, per sostenere scientificamente il carattere miracoloso di molte guarigioni verificatesi a Lourdes, in quella che egli stesso chiama la «lotta per Lourdes» svolta soprattutto contro i circoli medici legati alla massoneria. Famoso il suo intervento nel novembre del 1910 presso l'associazione sanitaria milanese, in cui affronta in un pubblico contraddittorio i colleghi medici scettici sul carattere sovrannaturale degli eventi di Lourdes, pubblicandone poi il resoconto stenografico delle relazioni nel libro La lotta contro Lourdes in cui espone le prove e i documenti per sostenere l'inspiegabilità scientifica delle guarigioni.

Nello stesso periodo sviluppa ricerche scientifiche in molti laboratori italiani ed europei prima in istologia, poi in psicologia sperimentale. Determinanti per la sua formazione psicologica furono gli incontri con Friedrich Kiesow (a Torino) e Oswald Külpe (a Bonn e Monaco).

Durante la prima guerra mondiale presta la sua opera al fronte come medico e sacerdote e fonda un laboratorio psicofisiologico presso il comando supremo dell'esercito, dove compie studi sulla psicologia dei soldati e in modo particolare degli aviatori.

Al termine della guerra e tornato alla ricerca scientifica si occupa di vari campi della fonetica sperimentale e dei rapporti tra la biologia (soprattutto la neurologia) e la psicologia, e della psicologia sperimentale e applicata; in quest'ultimo campo sono da segnalare gli studi di antropologia criminale e di psicologia professionale.

...


Nel 1938, appoggia le leggi razziali (viene considerato da diversi studiosi uno degli esponenti di spicco dell'"antiebraismo spiritualista" che caratterizzò il razzismo fascista, distinguendolo dall'antiebraismo biologico nazista).[6] Secondo F. Cuomo, Gemelli sarebbe tra i 360 aderenti al manifesto degli scienziati razzisti del 25 luglio,[7] (precedentemente pubblicato sul Giornale d'Italia il 15 luglio), e comunicato dalla segreteria politica del Partito Nazionale Fascista dopo un incontro al vertice con i redattori della tesi.[8] Tuttavia questa adesione da alcuni viene messa in dubbio[9]. La figura di Agostino Gemelli è periodicamente al centro di accuse di antisemitismo per il contenuto di alcuni suoi scritti contro l'ebraismo pubblicati durante il periodo fascista. Il più noto e contestato è il necrologio di Felice Momigliano, pubblicato in Vita e Pensiero, rivista dell'Università Cattolica, nell'agosto 1924. Pubblicato anonimo, Agostino Gemelli, allora Rettore dell'Università Cattolica e Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, ne rivendicò la paternità nel numero del dicembre 1924 della stessa rivista.

Nell'articolo era scritto:

« Un ebreo, professore di scuole medie, gran filosofo, grande socialista, Felice Momigliano, è morto suicida. I giornalisti senza spina dorsale hanno scritto necrologi piagnucolosi. Qualcuno ha accennato che era il Rettore dell'Università Mazziniana. Qualche altro ha ricordato che era un positivista in ritardo. Ma se insieme con il Positivismo, il Socialismo, il Libero Pensiero, e con il Momigliano morissero tutti i Giudei che continuano l'opera dei Giudei che hanno crocifisso Nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio? Sarebbe una liberazione, ancora più completa se, prima di morire, pentiti, chiedessero l'acqua del Battesimo. »

Sto lurido prete gnanca el saveva ke a copar Cristo a jera stà i romani:

Łi sasini de l’ebreo Cristo - I romani
viewtopic.php?f=176&t=342
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... dtS1k/edit

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Re: L'orendo françescan A J, prete del catołego criminal Cad

Messaggioda Sixara » mar mag 26, 2015 3:08 pm

Paraltro... tel jro de trintàni el pàsa da masoneria a l anti-masoneria, poxitivixmo - anti poxitivixmo, sièn'ze medike - anti s.m., socialixmo - anti socialixmo, anticlericalixmo - clericalixmo e a la fine el gà la lumina'zion : psicoloja. :lol:
Parké - l avarà pensà - co la psicoloja a i frego tuti : a ghe meto dentro tuti i pro e i contra e bèla ke fata.
Psicologia sperimentale e applicata... màriave... pòri i so pa'zienti ke l ghe faxea la terapia co tuto kel xmisiòto lì desora :?
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Re: L'orendo françescan A J, prete del catołego criminal Cad

Messaggioda Berto » mar mag 26, 2015 6:31 pm

Ke ensemenio de omo, de creistian e de prete!
http://www.arsmilitaris.org/pubblicazio ... emelli.pdf

Ecco come nel suo libro “Il nostro soldato. Saggi di psicologia militare” descrive il soldato italiano: “La massima delle preoccupazioni sue, quella che domina il suo spirito, è quella di ordine materiale : il rancio, il vestito, il meschino conforto che si può avere in trincea.
E in questo modo si capisce come si fanno strada egoismi, piccole rivalità, gelosie sorde, odi malcelati tra soldati e soldati, per ragioni e cause futili: un poco di paglia, un buco che sembra più riparato, un cucchiaio, una gavetta, una pozzanghera.
Si capisce come il soldato è in primo luogo preoccupato in modo esagerato e quasi esclusivo dei suoi bisogni materiali”.
Poco male, comunque, se come frate francescano avesse portato tra le rigide pareti cadorniane quella mitezza e quella bontà del fondatore del suo ordine.
Ma ahimè come durante la sua attività sperimentale non si impietosì mai del dolore animale (“....sembra che l'animale provi dolore, ma non è del tutto esatto: si tratta, più che altro, di contrazioni nervose istintive...”) ben lontano quindi dalle commoventi testimonianze di San Francesco per tutte le creature viventi del creato, così in egual maniera mostrò e dimostrò di non provare compassione per i nostri fanti e aviatori che, esauriti, malati di nervi e traumatizzati dalla guerra, si presentavano alla visita medica davanti a lui, che era considerato il classico “medico carogna” (anche questa è una precisa testimonianza diretta).
Egli li rispediva al fronte senza pietà, spesso trattandoli da poltroni e da vigliacchi, affermando che “La paura non è una malattia”.
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Re: L'orendo françescan A J, prete del catołego criminal Cad

Messaggioda Berto » dom mag 31, 2015 12:35 pm

???

Giovedì 4 Novembre 2004 Dal Jornałàso de Viçensa

Padri e figli nella Grande guerra - Meglio morti che disertori di Pietro Nonis

Gli venne quasi un colpo a Nonis Luigi fu Giacomo, classe 1870, quella mattina dei primi di novembre 1917 mentre usciva dalla stalla dove aveva governato, con l’aiuto delle due figliole più grandi (cinque ne aveva, tutte minorenni), le poche mucche rimaste, allorché vide comparire il suo maschio più anziano, Nonis Emilio classe 1894, che doveva far il bersagliere sul Carso o da quelle parti là.
L’altro era prigioniero in Germania.
A capo scoperto, le giberne vuote, via il fucile i vestiti bagnati e malandati, il soldato - solitamente fiero dei suoi baffetti a manubrio, delle piume che portava sul cappello - si aspettava forse un saluto festevole: ma il padre si accorse subito che quella non era una lieta vacanza, con ciò che si vedeva e sentiva da ogni parte negli ultimi giorni.
«Dov’è il tuo schioppo? E il tuo cappello? Come puoi andare in giro conciato così?», gli chiese il padre con nella voce un filo che era insieme di rabbia e di tenerezza.
Il bersagliere appiedato confessò amaramente che per lui la guerra era finita; tutti scappavano; gli ufficiali non sapevano che ordini dare; piombavano bombe e fischiavano pallottole da ogni parte.

A casa! A casa! Il padre, più avvilito che stupefatto, fece chiamare le cinque figlie, e la madre che vestiva sempre di nero.
«Guardami bene», disse al figlio umiliato e sudicio, «e ascolta bene quello che ti dico: in questa casa, meglio morti che disertori.
Raccogli il fucile e il cappello, saluta tua madre che ti darà qualcosa da mangiare, e fila via, raggiungi i tuoi compagni: ma qui non farti vedere fin che la guerra non sarà finita». «E vinta», avrebbe forse voluto aggiungere: ma non era il caso, con le notizie dell’esercito fatto a pezzi e le notizie dei tedeschi e di quegli ungheresi - i quali passavano con mazze ferrate a spaccare la testa dei tramortiti dai gas - che scendevano giù dal Nord, da destra, da sinistra, da ogni parte.

Nonis Emilio, che visse gran parte della restante vita esaltando la Prima guerra mondiale, e parlava come se metà dei nemici caduti li avesse uccisi lui - poveretto, aveva compassione anche di una lucertola, persino d’una mosca - non raccontò mai ai figli fieri di lui quell’episodio, che io stesso venni a conoscere dopo la sua morte, quando avevo avuto modo di farmi sulla guerra, sulle vittorie, sulle sconfitte, sui vivi e sui morti alcune idee diverse da quelle bevute sui banchi della scuola al tempo del Duce.

Mi aiutarono, ad aprire gli occhi, gli elenchi lunghissimi dei Caduti incisi in nero sui monumenti, al centro delle piazze. Più di tutti riuscì eloquente, impressionante, il cimitero di Redipuglia, che continua purtroppo a fare da serbatoio d’una retorica periodica di cui il Paese non ha proprio bisogno: centomila morti, che messi all’impiedi, uno ad un metro dall’altro, fanno una fila di cento chilometri. Molti di loro provenivano da regioni lontane e dalle isole. Non si può immaginare, oggi, che cosa fosse allora l’interno della Sicilia, della Sardegna, del profondo Sud, segnato ancor più di noi da una miseria secolare.
Seicentosettantamila furono i morti, più di un milione i feriti e gli invalidi: quasi due milioni di famiglie - mogli figli genitori compaesani - in un lutto duro da consolare. Dall’altra parte, dove stavano i nemici a volte odiati a volte no, non andò meglio. Ancora oggi l’Alto Adige (o Sud Tirolo) è punteggiato di cimiteri nei quali i caduti, uccisi dai «nostri», erano così numerosi da venir sepolti, talvolta, a strati.
Solo più tardi la letteratura seria, il cinema drammatico, riuscirono a dare, a livello europeo anzi mondiale, idee vicine al vero, su ciò che era stata di fatto quella che il piccolo papa Benedetto XV, preso in giro dai belligeranti dell’una e dell’altra parte, aveva chiamato «Un’inutile strage».
Ecco, fra le ragioni che inducono a celebrare con festa civile il 4 Novembre c’è, sicuramente, la riconoscenza per coloro che si sacrificarono, la compassione per chi tanto soffrì, ma anche il bisogno, che tutti abbiamo, di convincerci con serie ragioni della bellezza della pace (non del pacifismo rissoso o arrendevole), e dell’orrore comportato da ogni guerra, la quale si rivela prima o poi per ciò che veramente è: la più grande alleata della morte.

Mama mia ke oror sto pare de vescovi!
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