Coała xeła l'etega de l'endependenteixmo veneto?

Re: Coała xeła l'etega de l'endependenteixmo veneto?

Messaggioda Berto » mer apr 05, 2017 9:00 pm

L’IDEA INDIPENDENTISTA PER CRESCERE HA NECESSITÀ DI FORNIRE RISPOSTE CHIARE
5 Apr 2017
ENZO TRENTIN

http://www.lindipendenzanuova.com/lidea ... ste-chiare

C’è un mondo indipendentista che poggia le proprie rivendicazioni sui princìpi fondanti dell’ONU, ma ignora che alle belle parole non sempre seguono i fatti. Se ciò avvenisse non avremmo, per esempio, il popolo sahrawi che vive in esilio in campi profughi malgrado abbia tutte le risoluzioni ONU a favore della sua indipendenza. Ne ho scritto qui: http://www.lindipendenzanuova.com/lindi ... -miraggio/ ; né ci sarebbero i palestinesi che vivono in quella sorta di campo di concentramento che è Gaza, il cui territorio è impunemente e costantemente eroso dagli insediamenti di coloni israeliani.

Altri indipendentisti reclamano l’attuazione del dettato di vari Trattati internazionali fatti propri dalla legislazione italiana, per rivendicare la propria autodeterminazione, e nel far ciò fanno ricorso alla La Corte europea dei diritti dell’uomo ignorando il pensiero di Bartolo di Sassoferrato. Una celebrità solo per i cultori della storia del diritto beninteso, che ciò nonostante tutti dovrebbero conoscere almeno in questa sua coraggiosa confessione che cito a memoria: «Ogni volta che mi si propone un problema giuridico, prima sento quale deve essere la soluzione, poi cerco le ragioni tecniche per sostenerla». E se questo era vero per un simile luminare, figurarsi per il magistrato qualunque. Dunque aspettarsi dal giudice un giudizio asettico, pressoché meccanico, come una macchina in cui si infila il fatto e viene sputata fuori la sentenza, è del tutto fuori luogo. Il diritto cerca di mettere ordine e razionalità nelle vicende, tipizzandole in quadri astratti, ma poi in concreto quel diritto viene maneggiato da un essere umano, con la sua cultura (o incultura), la sua affettività, i suoi principi e, perché no? i suoi pregiudizi. Si spiega così che la parola “sentenza” si ricolleghi a “sentire”, cioè alla stessa radice di “sentimento”, non a “sapere”.

bartoloAltri indipendentisti, ancora, rivendicano il diritto a…, ignorando che un diritto che non è riconosciuto da nessuno non vale molto.

Riproposte ancora una volta queste premesse, debbo affermare che generalmente evito d’invischiarmi in polemiche di sorta, e specialmente nelle discussioni che si accendono in Facebook. Tuttavia, in deroga a questa mia regola, prendendo atto che c’è stato un approfondimento che ha ricevuto decine di condivisioni, centinaia di “mi piace”, e circa 150 interventi, ho apportato il contributo che qui sotto propongo alla riflessione della più vasta platea dei lettori di questo quotidiano per alimentare la discussione:

Barbara Benini: 2 aprile 2017 – ore 12,45 https://www.facebook.com/barbara.benini ... 2191160390

Da un sondaggio in VENETO risulta che l’11% vorrebbe l’INDIPENDENZA, oltre il 70% sceglierebbe AUTONOMIA… Dalla mia esperienza personale risulta che almeno 4 su 5 non conoscono la differenza tra i due termini… il che significa che se “si prepara” una CORRETTA INFORMAZIONE, con un progetto serio e fattibile, il dato potrebbe anche triplicare… Se riusciamo ad organizzarci come “si deve”, lavorando in tanti, costantemente costruttivamente, uomini e donne di qualsiasi estrazione sociale – o politica -, (che rappresentano diverse categorie di persone e tutte dovrebbero essere coinvolte)

Se vogliamo provare… considerando che l’invasione selvaggia e le rapine quotidiane da parte dello stato italiano attraverso tasse e accise e leggi assurde non si fermeranno… Auspico che si crei una squadra FORTE per le prossime regionali 2020. Così da poter fare il famoso referendum popolare su un AUTOGOVERNO.

Trentin: PREMESSO CHE SPERO DI NON DOVERMI PENTIRE D’ESSERE INTERVENUTO IN QUESTO POST CON INTENTO COSTRUTTIVO… Barbara Benini, ha aperto la discussione sollecitando la formazione di un organismo collaborativo che dia corpo ad un “progetto per l’indipendenza”.

Scorrendo i vari interventi ho tratto la sensazione che ci sia una ridondanza di significati e di visioni risolutive. Per esempio: Barbara Benini afferma che ci vuole una corretta informazione, e che non c’è molto tempo da qui al 2020 (anno di elezioni regionali in Veneto) per preparare un “progetto indipendentista”.

L’interpretazione che ho dato io è che si voglia un “progetto” per concorrere alle elezioni regionali (cosa più che lecita), che tuttavia è cosa diversa da un “progetto che indichi QUALE indipendenza”. Ovverosia: quali vantaggi avranno i veneti dall’autodeterminazione?

Uno Stato indipendente del Veneto dovrà assolvere a molti compiti. Come saranno svolti tali compiti per il cosiddetto “bene comune” che giustifichi un miglioramento della situazione attuale, e quindi il voto a favore di chi vorrà candidarsi alla guida dell’autodeterminazione?

Faccio un solo esempio, tra i tanti possibili:

1. Il Veneto ha 1.293.133 di pensionati, su una popolazione di 4.937.854 abitanti.
2. Le pensioni erogate sono 1.809.632.
3. I pensionati sono il 26,2% della popolazione della regione.

LE PENSIONI ITALIANE SONO TASSATE CENTO VOLTE QUELLE TEDESCHE (di Roberto Reale – testo in https://www.facebook.com/groups/1011216088931339/)

2.4.2017 – Secondo uno studio della Confesercenti, le tasse sulle pensioni in Italia sono follemente più alte che nel resto d’Europa: su una pensione di 1.500 euro lordi (tre volte il minimo, circa 20 mila euro all’anno) si pagano in Italia 4.000 euro di imposte contro 39 euro in Germania (cento volte di meno!!), 1.900 in Spagna, 1.400 in Gran Bretagna e 1.000 in Francia. E in quattro Paesi – Ungheria, Slovacchia, Bulgaria e Lituania – le pensioni sono addirittura esenti da tasse. Lo studio ha effettuato simulazioni su due tipologie di assegni (applicabili a 16,5 milioni di pensionati italiani): 1,5 volte il minimo (750 euro lordi al mese) e 3 volte il minimo (1.500 euro lordi al mese). Sono stati presi in considerazione pensionati fra 65 e 75 anni senza carichi di famiglia, residenti a Roma (con relative addizionali regionali e comunali). Un pensionato italiano che prende 750 euro al mese è l’unico a pagare le tasse (il 9,17%), mentre un “collega” francese, tedesco, spagnolo e inglese non paga nulla. Chi prende 1.500 euro al mese, in Italia paga comunque il doppio (20,73%) di imposte rispetto alla Spagna (9,5%), il triplo rispetto al Regno Unito (7,2%) e il quadruplo rispetto alla Francia (5,2%). In Germania la stessa fascia di reddito è praticamente esentasse (0,2%).

NATURALMENTE non saranno i Consiglieri regionali veneti (sedicenti indipendentisti) che potranno risolvere la questione delle pensioni. Ciò nonostante, convincere della bontà di un “progetto indipendentista” il 26,2% della popolazione veneta, non sarebbe cosa da perseguire sin d’ora? E trovata una soluzione a questo problema, come ad altri inerenti, non sarebbe cosa da perseguire sin d’ora per ottenere quella CORRETTA INFORMAZIONE che è oggetto degli auspici di Barbara Benini? S’intende che questa non vuole assolutamente essere una provocazione, bensì il suggerimento per una corretta impostazione del problema sollevato.

Benini: Certo, corretto l’esempio dell’INPS come ci sono altri temi importanti… io non sono economista e mi limito a “creare coscienza veneta”. Mi è stato riferito che l’INPS veneta è in utile per quanto si versa e si distribuisce attualmente. Di fatto si devono garantire almeno gli stessi servizi e trattamenti… il valore aggiunto lo troviamo subito dal disavanzo che il Veneto attualmente ha con Roma di circa 20 miliardi… pertanto si dovranno distribuire le risorse al sociale, potendo non tassare pensioni (già tassate all’epoca) e tutelare fasce più deboli… bisogna sicuramente sviluppare tutti i punti principali e adeguare a quanto giustamente debba essere… ovvio che vitalizi, doppie pensioni anche a due cifre non hanno senso, come le pensioni d’oro… riducendo solo le ultime voci si crea un disavanzo ulteriore… Urge un’assemblea costituente che valuti tutti i settori, impostando con onestà e logica tutto il sistema… è ovviamente un mio semplice pensiero dettato dalla logica dei fatti… grazie dei consigli, per me son sempre ben accetti se sono naturali giustificati e pertinenti

Trentin: I sondaggi che citi nella partenza di questa discussione sono da prendere con il beneficio d’inventario, perché tutti i sondaggi sono eterodiretti. Se, come dici, sono quelli forniti da Antonio Guadagnini & Co. NON possiamo ignorare il fatto che il predetto Consigliere regionale è sodale di Luca Zaia, il quale sproloquia di indipendenza del Veneto, ma opera per l’AUTONOMIA del Veneto.

Va bene laddove scrivi: «Urge un’assemblea costituente che valuti tutti i settori…»; ma chi la promuove? Chi sarà chiamato a farne parte? Quali titoli (non intendo solo i titoli accademici) dovrà avere per accedervi?

Un po’ carente mi sembra il discorso: «il Veneto attualmente ha con Roma di circa 20 miliardi…». Infatti per avere lo stesso residuo fiscale si dovrà mantenere la stessa persecutoria imposizione, e allora come avverrà il rilancio dell’economia?

Sul: «Mi è stato riferito che l’INPS veneta è in utile per quanto si versa e si distribuisce attualmente…», con l’indipendenza non credo potrà esistere un’INPS veneta. L’istituto rimarrà italiano, i soldi da esso incamerati, PURE. Secondo quali accordi pagherà le pensioni ai cittadini di un altro Stato? E l’equivalente veneto (indipendente) dell’INPS, opererà con le stesse norme di quello italiano? Oppure come sarà configurato? Quali garanzie offrirà? Che oneri richiederà? A carico di chi saranno tali oneri?

Ora una precisazione; e sia detta con tutto il rispetto: io non ho alcun interesse a dare “Consigli” a te o a chiunque altro. Il mio era il suggerimento che si dà a una discussione per risolvere i problemi connessi all’autodeterminazione. L’intento è di procurare un vantaggio competitivo alla causa indipendentista.

Coloro che hanno in animo di candidarsi a cariche pubbliche (e qui volutamente sorvolo sulla questione che sarebbe molto ampia), HANNO IL DOVERE di formulare proposte credibili a soluzione di OGNI ASPETTO riguardante l’indipendenza, perché è ora di smetterla di concedere la fiducia e il voto a seguito di promesse. TUTTI I POLITICI vanno giudicati per quello che fanno, non per quello che dicono.

Infine, laddove scrivi: «e mi limito a “creare coscienza veneta”…», per ottenere ciò è necessario usare un linguaggio che NON possa essere travisato o equivocato. Per creare tale coscienza è indispensabile fare INFORMAZIONE DOCUMENTABILE.

Benini: io faccio l’arredatrice e gestisco un’azienda, non ho mai fatto politica partitica e non so tutto (anzi ghe ne’ asse’ da saver, de tutto de più) e cerco di informarmi… quando posso, di fatto se l’INPS chiudesse domattina e saltasse tutto il sistema per intenderci, il Veneto dovrà arrangiarsi comunque, pertanto meglio studiare qualcosa già da ora. (che se è vero che c’è un disavanzo di 20 miliardi non vedo neanche grossi problemi, calcolando che ci sono “sprechi” anche in Veneto da tagliare). Per l’assemblea costituente si parte da delle bozze “sulla ragione della logica” per perfezionarla a quello che dovrà essere… si cerca di costruire, di seminare di porre… e comunque si cercherà di coinvolgere più gente competente possibile per la migliore riuscita… tra non molto verrà resa anche pubblica la presentazione di intergruppi, confederazione di sigle che sono in accordo sul preparare “il Veneto indipendente” del dopo, oltre che del come arrivare (tramite referendum autogestito)… buon proseguimento.

La discussione, dopo altri tre stringati post (che non sono entrati nel merito) si è esaurita a questo punto. Ora noi tutti dobbiamo prendere atto dell’onestà intellettuale di Barbara Benini. Ammette di non essere una tuttologa, di non avere le risposte per il caso sopra affrontato, né per tutti gli altri. Tuttavia insiste cocciutamente su un dato economico (il residuo fiscale) tutto da dimostrare, e rimanda ad un immediato futuro le soluzioni che potranno scaturire dall’ennesimo tentativo di coalizione di soggetti indipendentisti veneti. Staremo a vedere!

Per intanto notiamo incidentalmente che Barbara Benini è moglie di Lucio Chiavegato. Una personalità che a differenza degli yes-man che i partiti politici infilano nelle istituzioni a qualsiasi livello, assume le proprie responsabilità e partecipa in maniera compulsiva alla vita politica.
Infatti, nel tempo, è stato tra l’altro:

Componente del direttivo LIFE (Liberi Imprenditori federalisti Veneti).
Presidente dell’estinto partito indipendentista Veneto Stato.
Esponente e candidato di svariati movimenti e partiti indipendentisti.
Animatore di un presidio stradale del movimento “9 Dicembre Forconi”.
“Ospite” (Tsz!) delle galere dello Stato italiano per mezzo della magistratura bresciana che ha avviato il caso del cosiddetto TANKO II. Un processo che è ai suoi esordi, e che al momento appare come un processo alle idee, constatato che al momento non sono noti atti di violenza di nessun tipo.

Insomma, è più che lecito che qualcuno voglia candidarsi a qualcosa, ma gli elettori devono sapere esattamente, e con prove documentali, il motivo per cui votare. O no?
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Coała xeła l'etega de l'endependenteixmo veneto?

Messaggioda Berto » mar giu 27, 2017 9:08 pm

???

I VENETI DIVENTERANNO COME I CIMBRI
27 Giu 2017
di ENZO TRENTIN

http://www.lindipendenzanuova.com/i-ven ... e-i-cimbri

I Cimbri erano una tribù germanica o celtica che assieme ai Teutoni ed agli Ambroni invasero il territorio della repubblica romana alla fine del II secolo a.C. Anticamente, il popolo cimbro si estendeva su un’area assai estesa, dall’Altopiano d’Asiago a est fino alla Folgaria e a Terragnolo a ovest, occupando tutte le testate delle valli dei fiumi vicentini Astico, Leogra, Agno, Chiampo.

I Veneti, a volte indicati anche come Venetici, antichi Veneti o Paleoveneti da cui discendono gli odierni abitanti del Veneto e non solo, furono una popolazione indoeuropea che si stanziò nell’Italia nord-orientale dopo la metà del II millennio a.C. e sviluppò una propria originale civiltà nel corso del millennio successivo.luserna

Al giorno d’oggi, il cimbro è parlato a Luserna, in provincia di Trento, dalla maggioranza della popolazione e cioè da circa 220 persone su 276 abitanti; a Giazza, nell’alta Val d’Illasi in provincia di Verona, da alcune decine di abitanti; a Mezzaselva di Roana, sull’Altopiano d’Asiago, in provincia di Vicenza, da una manciata di persone. A costoro, però, bisogna aggiungere i molti emigrati, che usano ancora questa lingua nella propria famiglia: a Trento, per esempio, i Lusernati ivi residenti che parlano in cimbro sono più numerosi che non nel paese d’origine. Sono molti i Cimbri veronesi che risiedono oggi a Verona e in altri centri del Veronese, a Latina (dove emigrarono al tempo della bonifica delle Paludi Pontine, e cioè tra il 1930 e il 1932), a Varese.

Nella Regione Veneto, malgrado l’italianizzazione forzata, la lingua veneta è tuttora l’idioma famigliare più usato. Il talian (o veneto brasiliano) è una varietà della lingua veneta parlata da circa 500.000 persone come prima lingua e complessivamente da quattro milioni di persone negli Stati brasiliani di Rio Grande do Sul e Santa Catarina, oltre che nei comuni di Santa Teresa e Venda Nova do Imigrante nell’Espírito Santo.

Tralasciando le figure storiche del Veneto, poiché l’elenco sarebbe troppo lungo e si rischierebbe di scordarne alcune, rileviamo che i cimbri hanno avuto il loro personaggio d’eccellenza nella persona di Eduard Reut-Nicolussi. Cresciuto a Luserna, villaggio dell’altopiano dell’Alta Valsugana al tempo sotto dominio asburgico, studiò presso l’Imperial Regio Ginnasio di Trento e poi ad Innsbruck dove diventò giurista. Durante la Grande Guerra si arruolò nei Kaiserjäger (“Cacciatori imperiali trentini”), di cui divenne presto ufficiale, e durante un combattimento venne ferito. Ricevette una medaglia d’oro al Valore, distinguendosi per la sua assoluta dedizione alla causa militare e per la resistenza tenace opposta sul Col di Lana (BL). Dopo la fine della prima guerra mondiale (1918) il territorio del Tirolo Meridionale fu annesso al Regno d’Italia e la situazione divenne difficile per gli abitanti di madrelingua tedesca. Nicolussi divenne uno dei leader politici più popolari della provincia, portando avanti le istanze di unità delle popolazioni germanofone.

A Luserna, da tempo, hanno allestito il «Sentiero Cimbro dell’Immaginario». Tra pascoli e i boschi di abeti, si possono godere vedute panoramiche su Luserna, e i personaggi dell’immaginario cimbro. Il Bellissimo ed emozionante percorso tematico, tra i più belli del Trentino, è un piacevole viaggio alla scoperta dei racconti e delle leggende cimbre. Sculture nel legno e pannelli illustrativi dislocati lungo il percorso raccontano i personaggi che popolano la tradizione locale tra angoli di natura, boschi, pascoli e panorami sulla Val d’Astico. Ne proponiamo qui alcune immagini per documentare le analogie con il vissuto di molte genti venete.

Storie parallele quelle dei cimbri e dei veneti. Con l’unità d’Italia è arrivata solo la miseria, la guerra, la fame, la necessità di emigrare. E nell’odierno 2017 occorre andarsene anche per dare alloggio agli immigrati che lo lo Stato italiano va, per “solidarietà”, a raccattare sulle coste della Libia. Un esempio? Nel Comune di Veniano (Como) sfrattano una famiglia autoctona di poveri per dare la casa ai profughi. [http://www.lindipendenzanuova.com/veniano-como-sfrattano-famiglia-per-dare-la-casa-ai-profughi-il-sindaco-si-ribella-a-ordine-prefetto/] Il sindaco si ribella all’ordine del prefetto. Staremo a vedere come andrà a finire!

Ci sono, però, alcune sostanziali differenze: i cimbri sono sempre stati poche decine di migliaia, i veneti circa 5 milioni, e alcuni calcolano in 15 milioni quelli sparsi per il mondo. In democrazia i veneti dovrebbero accampare qualche sostanziale vantaggio, ma questo non è ottenibile a causa dello statalismo imperante e per la mancanza di personaggi politici di levatura.
I veneti che attualmente si occupano di politica assomigliano più a dei cacciatori di rendite politiche o consumatori di tasse che non ai “rappresentanti” degli interessi del loro popolo.

A conferma della loro leggera confusione mentale ce n’è uno che poco tempo fa ci ha ricordato un memorabile convegno intitolato “Veneto: un popolo sovrano verso l’Europa”, tenutosi a Padova il 5 febbraio 1999. L’organizzazione fu ad opera di un “partito falena” allora in Consiglio Regionale del Veneto; in realtà era formato da tutti fuoriusciti dalla Lega Nord. Lo definiamo “partito falena” per semplicità di linguaggio in quanto non ha un’organizzazione strutturata come i partiti politici tradizionali; non si conosce né il numero degli iscritti, né la sua precisa diffusione geografica, tanto meno l’effettiva influenza politica; non si conosce nemmeno la sua capacità di elaborazione di soluzioni istituzionali, o di filosofica-politica. Si conosce solo il nome del personaggio politico (che vive tuttora di rendite politiche) che è “proprietario” del brand («marchio»; nel linguaggio della pubblicità e del marketing aziendale) che gli consente in caso di elezioni di presentarsi con gli apparentamenti più convenienti, anche perché da solo, e in verità, ultimamente anche in compagnia, ha sempre raccolto percentuali di voto da prefisso telefonico.

Ebbene il sedicente autonomista, federalista ed oggi indipendentista, sopra accennato, con un esercizio prettamente narcisistico ci ha ricordato vanagloriosamente d’essere stato, come relatore, a fianco di Gianfranco Miglio che tra l’altro in occasione di quel convegno disse: «Ho visto che voi avete rievocato in un pamphlet, che mi è stato mandato, il referendum del 1866. I referendum che hanno confermato lo Stato italiano sono tutti referendum fasulli, referendum che non hanno sondato le opinioni vere del popolo italiano, e che quindi non valgono niente. Invocare il referendum del 1866 per dire: “I Veneti si sono vincolati allo Stato italiano”, è una balla; dobbiamo respingere questa idea. Quello che conta è puntare su quello che unisce, sulle poche cose da collocare in una Costituzione speciale per il Veneto.»

Nella sua smemoratezza (o dissociazione?), questo politico continua a battere il contado per tenere conferenza sul referendum truffa del 1866. Ma dove maggiore è l’evidenza della sua (e dei suoi sodali) inadeguatezza a far propria la lezione di Gianfranco Miglio, è in questo ulteriore passaggio del professore comasco al convegno padovano del 5 febbraio 1999: «[…] Veneti, vi esorto a darvi una costituzione, a presentarla in Parlamento per l’applicazione della procedura dell’articolo 138, poi vedremo se avranno il coraggio di respingere la vostra proposta. In questo caso avremo il diritto a mezzi più persuasivi, cioè più coerenti con la sovranità “pre-costituzionale” dei veneti, che a questo punto sono anch’io pronto ad accogliere e difendere. […] Prima una costituzione da cui scavare l’avvenire di noi Veneti, scusate se io ragiono da lombardo-veneto […] lombardi e dei veneti, che sono buoni soltanto a fare soldi, ma a non creare le istituzioni giuridiche.» [http://www.lindipendenzanuova.com/la-preghiera-di-miglio-veneti-fate-in-fretta/#sthash.kfnkrwQ7.dpuf ].

Orbene, a distanza di decenni questo dichiarato autonomista, federalista ed indipendentista, unitamente ai suoi colleghi che ancor oggi siedono sparuti nel parlamentino regionale veneto, non hanno prodotto nulla di credibile, tantomeno hanno pensato di far propri i suggerimenti del professore comasco per l’elaborazione di una bozza costituzionale.

Gli pseudo indipendentisti veneti che siedono nell’istituzione regionale – il presidente Luca Zaia compreso – danno ad intendere che il referendum consultivo per l’autonomia, che è stato indetto per il 22 ottobre 2017, è un passo verso l’indipendenza. Ignorano volutamente (?) che 5 anni fa il lettore Luigi Cifra in calce ad un articolo [https://www.miglioverde.eu/esiste-giustizia-al-di-fuori-del-potere ] aveva proposto il seguente – e più efficace – quesito referendario:


«volete che la vostra regione chieda allo stato italiano
una modifica della costituzione per poter proporre
un referendum sull’indipendenza della regione
che voi attestate con il sì di volere»


In questo modo, formalmente, gli elettori indicherebbero alla Regione Veneto di chiedere allo Stato una modifica di legge. E la vittoria avrebbe comunque valore di “censire” quanti chiedono l’indipendenza avente valore anche per la comunità internazionale.

Ma i lombardo-veneti hanno sempre avuto una rappresentanza politica autonomista, federalista e indipendentista inadeguata, e se continueranno così sono destinati ad essere ridotti come i cimbri.



Alberto Pento
Nulla c'entrano con i Cimbri teutonici che invasero i domini dell'impero romano con i tzinbar dell'Altipiano dei 7 Comuni, della Lessinia, del Cansiglio e di Luserna.
viewforum.php?f=105

Enzo Trentin
Grazie per la precisazione. Tuttavia l'articolo verte sul genocidio culturale che è la distruzione deliberata dell'eredità culturale di una popolazione (i veneti in questo caso) o di una nazione (la millenaria repubblica di Venezia) per ragioni politiche, militari, religiose, ideologiche, etniche e razziali. E nel caso specifico ad opera di politicanti sedicenti autonomisti, federalisti, indipendentisti, che sono più attenti alle loro rendite politiche, piuttosto che eseguire il mandato elettivo di "rappresentanza".

Alberto Pento
A go on mucio de scorlade de cràpa! El jenoçido cultural nol ghe xe mai stà parké Venesia no la ga mai costruio na Nasion Veneta de tuti i veneti.

Coel parlamento veneto de tuti i veneti, mai nato e ke i venesiani ke łi gheva el poder no łi ga mai promòso
viewtopic.php?f=183&t=2597

Alberto Pento
Un altro grande errore è quello di considerare i veneti di oggi come i discendenti dei migranti che portarono in terra veneta l'etnico "veneti" (a torto definiti indoeuropei); errore, perché varie erano le genti che abitavano la terra veneta quando arrivarono questi migranti che portarono l'etnico "veneti" o "veneto" e varie furono anche le genti che poi giunsero successivamente in terra veneta e che nel corso di migliaia di anni si mescolarorno e diedero vita ai veneti odierni: euganei, reti, celti, germani, istro-illiro-slavi, italici, greco-armeni e altre minoranze. Veneti odierni che non sono tanto i veneziani (poche decine di migliaia di persone) ma i milioni di Padova, Verona, Vicenza, Treviso, Belluno e Rovigo.

Alberto Pento
Ricordo anche che i Cimbri dell'Altopiano parlano veneto più che cimbro e sono veneti a tutti gli effetti come lo sono i greco-armeni-bizzantini che si stabilirono nelle lagune quando Venezia si chiamava Rivoalto e tutta l'area era dominio bizzantino. Come sono veneti anche tutti i germani goti-longobardi-franchi e sassoni che a partire dal V° secolo d.C. migrarono in terra veneta.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Coała xeła l'etega de l'endependenteixmo veneto?

Messaggioda Berto » sab set 30, 2017 6:02 am

L'USUCAPIONE DELLA PARTITOCRAZIA SULLA SOVRANITÀ POPOLARE
ENZO TRENTIN
29 settembre 2017

http://www.lindipendenzanuova.com/lusuc ... a-popolare

Clint Eastwood, nelle vesti dell’Ispettore Callaghan, diceva: «le opinioni sono come i coglioni. Ognuno ha i suoi.» Ed è un’opinione quel “pensiero di parte” che malgrado i dati storici inoppugnabili argomenta: «La Costituzione italiana è votata perché è stata redatta da un’Assemblea Costituente, i cui membri sono stati eletti dal popolo il 2 giugno 1946; data in cui ci fu anche il referendum istituzionale relativo alla scelta tra monarchia e repubblica. In quest’ultimo, vinse la repubblica (il 2 giugno infatti viene celebrata la festa della Repubblica).»

In proposito, se in un primo tempo il d.lgs.lgt. n. 151/1944 aveva conferito all’Assemblea costituente il potere di decidere ogni aspetto della futura organizzazione costituzionale, il successivo d.lgs.lgt. n. 98/1946 ha rimesso la scelta della forma istituzionale (monarchia o repubblica) direttamente al corpo elettorale (come è accaduto nello stesso 1946), al cui responso sarebbe stata vincolata la futura Assemblea.
Oltre ad esercitare il potere di redigere e non deliberare la nuova carta costituzionale, l’Assemblea costituente del 1946-1947 aveva anche un limitato potere legislativo (per il resto provvisoriamente delegato al Governo) su alcune materie cruciali, quali la legge elettorale del Senato, gli Statuti speciali, la legge sulla stampa (art. XVII disp. trans. fin. Cost.), nonché l’approvazione del Trattato di pace (c.d. Trattato di Parigi) del 1947.

La Charta italiana non è quindi mai stata votata dal “popolo sovrano” – Comma 2, dell’Art. 1 – cosa che invece hanno fatto innumerevoli popoli, come dimostra qui una lista incompleta di Stati che in epoca recente hanno modificato la loro Costituzione e l’hanno introdotta solo dopo l’approvazione – per mezzo d’apposito referendum – del cosiddetto popolo sovrano, che a questo punto è lecito domandarsi se in Italia sia mai esistito http://www.lindipendenzanuova.com/i-sov ... ndentisti/

Una parte dell’indipendentismo, partendo da queste premesse, parla di usucapione dello Stato da parte della partitocrazia. L’usucapione è un modo per diventare proprietari di un bene senza bisogno di un contratto, di un testamento e, addirittura, senza bisogno di un accordo con il proprietario del bene.

Secondo questo parere legale (https://www.laleggepertutti.it/25338_lu ... e-funziona ) si diventa titolari di un bene altrui, anche se si è in mala fede (ossia si sappia che il bene è di proprietà di un altro soggetto) purché si sia posseduto il bene (cioè lo si abbia utilizzato o comunque se ne sia usufruito in qualche modo); per un periodo di tempo predeterminato; e ci si sia comportati, durante questo periodo, come se si fosse i veri proprietari, cioè alla luce del sole e davanti a tutta la collettività (pertanto non potrà usucapire un casolare il barbone che di notte vi acceda di nascosto, senza farsi vedere da nessuno).

L’acquisto del possesso non deve essere avvenuto in modo violento o clandestino (per esempio, con un’appropriazione indebita, con la creazione di recinti per evitare al proprietario di riprendersi la sua proprietà, ecc.), altrimenti l’usucapione non inizia a decorrere (o inizia a decorrere dal momento in cui è cessata la situazione di violenza o di clandestinità).

Dall’altro lato, il proprietario effettivo del bene (nel nostro caso il “popolo sovrano” che tramite le elezioni delega completamente gli affari pubblici alla partitocrazia) deve essersi disinteressato completamente di questa situazione, lasciando (in modo consapevole o inconsapevole) che il bene venisse utilizzato dall’altro soggetto. Anche se il predetto bene (la sovranità) si è “acquistato” in buona fede, e in base a un atto pubblico registrato, da un soggetto che, tuttavia, non era il vero proprietario del bene stesso.

Ciò nonostante, non tutti i beni possono essere usucapiti: non lo sono, per esempio, i beni demaniali e del patrimonio dello Stato o di altri Enti territoriali (v. il Comune). Per esempio, non si può usucapire lo spazio di un parcheggio pubblico solo perché lo si è recintato e si è sempre parcheggiato in quel posto, con divieto a qualsiasi altra persona di utilizzarlo. Così non dovrebbero essere posti in vendita i beni (esempio: le aziende) dello Stato.

Ci sono indipendentisti veneti che si sono entusiasmati alla notizia che il 16 dicembre 2010 con la firma del ministro per la Semplificazione normativa Roberto Calderoli, del ministro della Giustizia Angelino Alfano e perfino del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi veniva abrogata per errore dal governo l’annessione del Veneto all’Italia, ed è così finito anche il Regio Decreto 3300 del 4 novembre del 1866 con il quale «le provincie della Venezia e quelle di Mantova fanno parte integrante del Regno d’Italia.»

Ma pleonastico, sembrerebbe, il ricorrere al giudice italiano la cui azione appare incomprensibile all’uomo qualunque. Per esempio: «Ruba alle Poste: impiegato licenziato dopo la condanna, ma un giudice ordina reintegro e il pagamento degli arretrati.» Si veda qui: http://www.repubblica.it/cronaca/2017/0 ... -175991116

Tralasciamo, per brevità, anche le altre leggi italiane che hanno acquisito impegni e trattati internazionali in materia di autodeterminazione, e quant’altro affine. Concentriamoci su alcuni fatti incontestabili:

Le persone che governano gli Stati vivono prevalentemente di rendite politiche.
Gli Stati non hanno alcun interesse a perdere una parte dei loro territori, ivi comprese le eventuali risorse naturali, e la popolazione residente in veste di taxpayers (contribuenti). E lo si constata in questi giorni nelle vicende della Catalogna, la cui aspirazione all’indipendenza non ha avuto il sostegno dell’UE, né – tra gli altri – del Presidente degli USA Donal Trump.
Si consideri che col progressivo svanire del suo ideale, il popolo perde ciò che sta all’origine della sua coesione, unità e forza. L’individuo può ancora sviluppare la sua personalità e la sua intelligenza, ma all’egoismo collettivo subentra uno sviluppo eccessivo dell’egoismo individuale, accompagnato da un rammollimento del carattere e da un’attenuazione della volontà attiva. Il popolo, l’unità, il blocco, diventa allora un agglomerato di individui senza coesione, e per qualche tempo ancora mantiene artificialmente tradizioni e istituzioni. Divisi dagli interessi e dalle aspirazioni, incapaci di governarsi, gli uomini a quel punto domandano d’essere guidati fin nei più trascurabili gesti ed invocano uno Stato che eserciti un’influenza preponderante. Si veda Gustave Le Bon: «Psicologia delle folle».
Per ottenere l’autodeterminazione, il popolo deve avere istituzioni o altri mezzi per esprimere le proprie caratteristiche comuni e il suo desiderio di identità. Vedasi UNESCO [Doc. SHS-89/CONF. 602/7, Parigi, 22 febbraio 1990) § 22 Popolo:

http://unipd-centrodirittiumani.it/publ ... 01_083.pdf

Nel caso Veneto, come possono i “cittadini qualunque” dare la fiducia a uno schieramento indipendentista piuttosto che a un altro (qualcuno ha censito 22 gruppi, associazioni e/o partiti indipendentisti veneti, di cui 2 “multi-gruppi”, più 7 autogoverni veneti ed il 121esimo Doge della Repubblica Serenissima) quando non conoscono con chiarezza la sostanza dei contenuti della politica proposta? Senza la condivisone dei valori fondanti, e senza la conoscenza dei contenuti ci può essere fiducia?

Non esiste neppure un “giudice a Berlino“, che è un vecchio modo di dire nato dalla vicenda di un poveraccio, in Germania, rimasto senza mulino ma che alla fine ebbe giustizia. E questo perché le Corti internazionali sono state istituite dagli Stati per “difendere” gli Stati. Illusorio è credere che l’ONU – al quale alcuni pretendono d’aver ricorso e ricevuto sostegno o riconoscimento – possa essere risolutivo. Quante sono le risoluzioni ONU a favore di questo o quel popolo rimaste lettera morta? Innumerevoli!

Una possibilità è la secessione, previa una bozza di innovativo assetto istituzionale, condiviso da buona parte della popolazione cui si rivolge. Si veda in proposito i catalani. La contemporanea realizzare di un sistema di libero commercio, tramite accordi bilaterali, con l’eliminazione di dazi e restrizioni alla circolazione di beni, servizi e fattori di produzione; lasciando ad una successiva fase la fissazione di una tariffa esterna comune, nonché del coordinamento delle politiche macro-economiche e settoriali. Ovvero, dove passano le merci non passano i cannoni. Ma chi raccoglierà questa sfida?
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Re: Coała xeła l'etega de l'endependenteixmo veneto?

Messaggioda Berto » sab mag 05, 2018 7:15 am

Politica in Italia, i partiti e le loro liste civiche
2018/05
Enzo Trentin

https://www.vicenzareport.it/2018/05/po ... te-civiche

Vicenza – Il politologo Giorgio Galli sulla fine dei partiti scrive: oggi a causa della complessità della società, la democrazia rappresentativa – l’insieme di partiti, sistemi elettorali, consigli regionali, provinciali e comunali – è in crisi, e non solo in Italia. Esempi notevoli sono la Francia di Macron, gli Stati Uniti di Trump, o Beppe Grillo e il suo MoVimento 5 Stelle in Italia. La protesta antipartitica di M5S non è però nuova alla politica italiana. Il suo più famoso predecessore fu Guglielmo Giannini, fondatore e leader del Fronte dell’Uomo Qualunque, che alle elezioni del 1946, per la nascita dell’Assemblea costituente raccolse 1.211.956 voti, pari al 5,3% delle preferenze e 30 seggi, più 4 rappresentanti alla Camera e 3 al Senato.

In epoca di grandi spinte ideologiche, Giannini sosteneva che lo Stato non dovesse avere natura politica ma solo amministrativa: «Per governare basta un buon ragioniere che entri in carica il 1° gennaio e se ne vada il 31 dicembre, e non sia rieleggibile». Sulla “catastrofe” dei partiti politici altri autori si erano precedentemente espressi: «La funzione delle masse in democrazia non è quella di governare, ma di intimidire i governanti.» (Moisei Ostrogorski, “La democrazia ed i partiti politici” – Paris, 1912 -, Cap. XII par. V) «La dove i cittadini si manifestano in generale incapaci di affermare la loro personalità, i governanti li dirigono a modo loro come fossero marionette o li considerano come strumenti a loro disposizione.» (ibidem, Cap. XII, par. VIII).

Ancora, nel: «Manifesto per la soppressione dei partiti politici» Simone Weil; incaricata nel 1943 dal governo di Charles De Gaulle in esilio durante la guerra, di elaborare una forma di Costituzione per la Francia futura, pensò in modo radicalmente nuovo. Vi si legge: «Dovunque ci sono partiti politici, la democrazia è morta. Non resta altra soluzione pratica che la vita pubblica senza partiti». Bisogna creare un’atmosfera culturale tale, dice Simone Weil, che «un rappresentante del popolo non concepisca di abdicare alla propria dignità al punto da diventare membro disciplinato di un partito». Simone Weil respinge l’obiezione che l’abolizione dei partiti avrebbe colpito la libertà d’associazione e d’opinione. «La libertà d’associazione è, in genere, la libertà delle associazioni», contro quella degli esseri umani. Infatti, «la libertà d’espressione è un bisogno dell’intelligenza, e l’intelligenza risiede solo nell’essere umano individualmente considerato. L’intelligenza non può essere esercitata collettivamente, quindi nessun gruppo può legittimamente aspirare alla libertà d’espressione.»

Se una potenza straniera si impadronisse degli Stati Uniti e obbligasse i cittadini americani a rinunciare al 70% dei loro redditi, imponesse loro di conformarsi a decine di migliaia di differenti obblighi (il contenuto di molti dei quali è però tenuto a loro ignoto), proibisse a gran parte dei cittadini di usare le loro proprietà, e negasse a molti la possibilità di lavorare anche grazie ad una tassazione persecutoria, vi sarebbe unanime riconoscimento del fatto che la popolazione si troverebbe sotto una tirannia. Eppure la principale differenza tra la realtà corrente e lo scenario dell’invasione straniera sta nelle forme democratiche attraverso cui il potere dello Stato in Italia è oggi consacrato. Vi sono pochi errori così pericolosi nel pensiero politico come quello di ritenere che democrazia e libertà coincidano. Sfortunatamente, questo è uno degli sbagli più diffusi in Italia, e una delle principali ragioni per cui sono rimasti così pochi limiti al potere dei partiti e dello Stato.

È della massima importanza spazzar via la confusione intellettuale che vi sta al fondo. Ridimensionare o addirittura abolire il potere dei partiti politici ad alta vocazione parassitaria ha a che vedere con le più forti ragioni morali per difendere la libertà. La vera essenza dei partiti è la coercizione e la miseria, solo perché essi sono mossi dall’ambizione di mettere le mani su qualche leva di comando della colossale macchina economico-coercitiva e propagandistica che il sistema rende necessaria. Stando ai fatti, lo Stato occupato dai partiti e dai loro coadiuvanti, tiene in piedi con gli espedienti più diversi la spoliazione fiscale, agisce con immoralità molto maggiore che non l’individuo che viola tali regole vessatorie per preservare il frutto del suo lavoro. Non possiamo credere che ciò sia morale, e contribuisca a migliorare il mondo.

In sostituzione della forma-partito tradizionale, Moisei Ostrogorski già un secolo fa aveva auspicato la nascita di «organizzazioni single issue» [per singola questione], in grado di riunire i suoi aderenti su obiettivi specifici e destinate a sciogliersi una volta raggiunto lo scopo prefisso. Gli iscritti, secondo Ostrogorski, sarebbero così affrancati dall’esigenza di assicurare una fedeltà irrazionale ed illimitata; verrebbe meno l’oppressione di una struttura organizzativa votata alla conquista del potere, innanzitutto attraverso il ricorso alla corruzione, al clientelismo, e alla concertazione.

Il nostro vivere quotidiano c’insegna che nessuno scrittore ha mai pienamente successo. La disparità tra l’opera concepita e quella realizzata è sempre troppo grande, e il massimo cui si può aspirare è un livello accettabile di fallimento. Noi scriviamo da tempo della bancarotta dei partiti politici che è sotto gli occhi di tutti. I partiti per primi ne sono consci, e malgrado il nostro scrivere essi e quello di molti altri, ultimamente, hanno perfettamente compreso come non sia più premiante per loro presentarsi all’elettorato nelle proprie vesti originali. Ed eccoli allora (e ci riferiamo in particolare, e per una questione di attualità, alle elezioni al Comune di Vicenza) mimetizzarsi, camuffarsi e rimpannucciarsi da liste civiche.

Una miriade di liste civiche, il prossimo 10 giugno, appoggeranno sia il candidato di centrosinistra come quello di centrodestra, che peraltro hanno programmi quasi simili. Si approfitterà della buona fede, dell’inesperienza e del sottile spessore politico di molti comuni cittadini, che sono stati inseriti e frammischiati con qualche tax consumers di lungo corso. Lo si può constatare nelle foto di presentazione dei vari gruppi concorrenti che appaiono in questi giorni sulla stampa. A queste persone, espressione della cosiddetta società civile, se elette, verrà dato qualche incarico di poco o nessun conto qua e là, illudendole di poter essere incisive.

Con le predette liste civiche si otterranno così quei voti che altrimenti sarebbero loro preclusi. Infatti, il primo dato ufficiale che arriva dalle urne molisane, 22 aprile 2018, è la vittoria dell’astensione: un avente diritto su due ha deciso di rimanere a casa e non esprimere il proprio voto per le elezioni regionali. In Friuli-Venezia Giulia per l’elezione del nuovo presidente della Regione e il rinnovo del consiglio regionale, il 29 aprile 2018, l’affluenza è stata del 49,63%.

Ma le liste civiche “fiancheggiatrici” servono anche in campagna elettorale per occupare in forma invasiva e preponderante tutti gli spazi pubblici atti alla propaganda politica. Cercano poi di dare l’impressione di “potenza”, di “preveggenza” e di “consenso”; ma i politici più navigati assieme alla burocrazia si guarderanno bene dal fare le riforme che sono necessarie (Achille Variati docet) ovverosia il bilanciamento della democrazia rappresentativa con il corretto, libero e tempestivo uso degli strumenti di partecipazione popolare: la democrazia diretta. Troppo grande è il loro interesse di continuare a vivere di prebende, privilegi, ed ossequio spesso immeritato a spese dei mansueti taxpayers. È necessario strappare l’etichetta falsa come le loro fake news, e riconoscere che il nemico della democrazia sono proprio partiti anche se è molto difficile vincerli. Non sono altro che un’oligarchia oppressiva e repressiva.

A chi ci chiede a che serve questo nostro civico impegno a denunciare il “malaffare politico” ricordiamo una bella storia ebraica: Un giusto si è fitto in capo di salvare gli abitanti di una città, in preda al peccato. E perciò ogni giorno gira per tutte le strade, con un cartello che esorta gli abitanti a non rubare, a non uccidere, a non commettere altri mali. All’inizio, tutti lo guardano perplessi; molti sorridono, o scuotono il capo. Tutti continuano a commettere peccati. Passano i giorni e gli anni e il giusto continua a girare con il suo cartello. Ormai è diventato vecchio, continua a girare e a gridare di non violare i comandamenti. Finché un giorno un bambino gli chiede: «Ma non ti sei accorto che gridi, gridi, e nessuno ti ascolta? Non ti accorgi che tutto quel che fai non serve a nulla?». «Certo», risponde il vecchio, «me ne sono accorto. All’inizio giravo, giravo e gridavo, perché speravo di cambiarli. Ora però mi rendo conto che non li cambierò mai. Ma non smetterò di gridare. E se ora continuo a gridare, è perché non voglio che loro cambino me».



Referendo par l'endependensa e i fanfaroni
viewtopic.php?f=126&t=420
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Re: Coała xeła l'etega de l'endependenteixmo veneto?

Messaggioda Berto » gio ago 30, 2018 7:06 am

Politica, ragioniamo sull’indipendentismo veneto
28 agosto 2018
Enzo Trentin

https://www.vicenzareport.it/2018/08/po ... mment-5468

Vicenza – Per le elezioni regionali nel Veneto, del 2015, la Corte d’Appello decise di fare un ulteriore approfondimento (ça va sans dire: il terzo) per l’assegnazione dei seggi in base ai resti. Il presidente Luca Zaia si era frattanto lamentato per questo iter, durato oltre un mese, senza rendersi conto che probabilmente le difficoltà sorgevano dall’interpretazione della legge elettorale emanata dalla precedente amministrazione, sempre a guida Zaia. La conclusione fu che ad “arrampicarsi” in Consiglio regionale fu una persona assai disinvolta, candidata nel collegio di Vicenza, portatrice di una genealogia politica inopportuna.

Poco tempo dopo la nomina, i suoi ex compagni di cordata gli si rivoltarono contro: «Ha firmato un patto, paghi 200 mila euro» […] Via l’indipendenza dal logo, faremo causa al consigliere Antonio Guadagnini.» E lui di rimando: «Volevano impormi cosa fare, quel testo non vale».

«Il problema sostanziale non è l’aspetto economico – precisava Roberto Agirmo, suo compagno di coalizione elettorale – ma il tradimento degli ideali indipendentisti, dei tanti militanti, della fiducia. Della causa». Il patto di cui parlano è consultabile qui. E invero è molto ampio e vincolante. A queste accuse il consigliere Guadagnini replicò: «Se mi fanno causa, mi difenderò. Sono tranquillo, perché per fortuna la Costituzione dice che si è eletti senza vincolo di mandato. Quell’accordo neanche l’ho letto, era nelle carte da firmare per la candidatura e sono tutte cose che non vincolano. Un patto leonino senza valore. Duecentomila euro sono una bella cifra: per fare le cose per bene bisognava andare davanti ad un notaio».

Un consistente numero di elettori – non necessariamente di fede indipendentista – ha riflettuto sulle dichiarazioni di questo “rappresentante” sotto il profilo etico-morale:

Egli si appella alla Costituzione la quale dice che si è eletti senza vincolo di mandato. Ne consegue che gli elettori non scelgono il loro “rappresentante” per portare in sede appropriata le loro istanze, ma più probabilmente votano il loro “padrone”.
In ogni caso, costui non accetta di cooperare con i suoi alleati malgrado gli impegni assunti anche verbalmente. Tanto meno, si suppone, accetterà le richieste dei suoi mandanti, ovvero chi l’ha votato.
Antonio Guadagnini sostiene d’aver firmato l’accordo elettorale senza averlo letto, e di non considerarlo vincolante. Ovvero i veneti hanno un “rappresentante” regionale irresponsabile. Firma alla cieca, benché “sul suo onore”. Non ritiene di dover rispettare i patti sottoscritti senza che gli sia stato per questo torto un braccio, e li considera leonini.
È palesemente così poco responsabile che pretende d’avere l’avvallo e la garanzia notarile per riconoscere un preciso impegno politico liberamente assunto.
Se la sua firma in calce ad un accordo spontaneamente sottoscritto non vale nulla, quanto varrà la sua parola?

Ora, a prescindere dalle beghe tra politicanti, le legittime domande di molti cittadini veneti che aspirano non tanto all’autodeterminazione quanto ad una vita pubblica costumata e ordinata, sono:

Questo spigliato rappresentante politico a che tipo di Stato Veneto indipendente può condurre?
I militanti di “Siamo Veneto” (il gruppo politico creato ad hoc dal Consigliere regionale Antonio Guadagnini) hanno coscienza di questi aspetti etico-morali?
I predetti attivisti hanno consapevolezza della singolarità e dell’irresponsabilità di tali dichiarazioni, e conseguenti comportamenti politici?
Giovedì 12 luglio 2018, i movimenti “Indipendenza Veneta” e “Siamo Veneto” hanno convocato una conferenza stampa, presso il consiglio regionale del Veneto, per comunicare l’intenzione di avviare un percorso comune che porti l’indipendentismo a centrare i prossimi obiettivi con coralità e collaborazione. Erano avversari alle elezioni regionali del 2015, adesso vogliono costruire una casa comune per tutti gli indipendentisti veneti, sapendo che la prossima tappa sarà quella delle urne del 2020 quando si tornerà a votare per Palazzo Balbi. Juri De Luca, portavoce di “Indipendenza Veneta” ha dichiarato: «Il nostro percorso fin qui è stato condito da coerenza, chiarezza e credibilità. Ora stiamo aggiungendo la concretezza, che serve per portare a casa i risultati di cui il Veneto necessita». Gli attivisti di queste due formazioni sedicenti indipendentiste hanno la percezione del fatto che avvallando questo modo di fare politica sono conniventi, complici, e favoreggiatori di una mala politica nella quale prevalgono episodi di dissolutezza?
Considerata la disaffezione ad esercitare il voto da parte di oltre il 50% degli aventi diritto, possono essere questi disinibiti comportamenti politici a risolvere le questioni che affliggono i veneti e gli italiani in generale?

Le persone sono diventate sempre meno capaci di analizzare razionalmente le idee e i comportamenti corretti, così ricorrono immediatamente all’uso della forza per mettere a tacere le voci che sfidano la loro visione del mondo. È un segno dell’ipersensibilità del mondo contemporaneo che le persone istintivamente mettano a tacere le opinioni contrarie piuttosto che conversare e dibattere con coloro con cui non sono d’accordo. Dibattere, poi, presuppone una certa capacità di discernimento, sagacia, buonsenso.

La ragione e il senso del dovere devono guidare il nostro cammino sul viale dell’etica. E seppure etica e morale vengono spesso confuse o scambiate come fossero esatti sinonimi nella pratica (tutti noi usiamo indistintamente espressioni come “non rubare è eticamente corretto”, oppure “non rubare è moralmente corretto”), se vogliamo essere pignoli e riferirci al significato effettivo dei due termini, dovremo più precisamente concludere che: l’etica cerca di studiare delle regole oggettive in base alle quali poter definire i comportamenti corretti e buoni; la morale è la percezione che gli individui hanno sul fatto che determinati comportamenti siano corretti e buoni.

La filosofia morale è una riflessione, quasi una sorta di indagine speculativa, sul corretto agire. La morale non cambia in relazione al soggetto, ma tiene conto solo dell’oggetto, della realtà a cui viene applicata. Accade in vero assai spesso, che si confonda l’agire moralmente con l’essere un moralista (in senso dispregiativo): è morale solo colui che si comporta in maniera morale di fronte ai casi della vita, non chi si limita a giudicare, con eccessiva intransigenza e ipocrisia, la moralità altrui. Salvo, poi, magari adottare comportamenti tutt’altro che morali.

C’è, inoltre, il concetto di dovere che si pone in questi termini: rispettare i bisogni e i desideri altrui, e non creare infelicità al nostro prossimo. La ragione ci consente di perseguire una morale oggettiva ma, nello stesso tempo, autonoma; la ragione ci indica come sia doveroso agire (addivenendo, così, a una morale razionale), fermo restando che occorrerà purificare la ragione da condizionamenti ancestrali presenti in ciascuno di noi, derivati dall’esperienza individuale. Dunque, troppo soggettiva e per ciò stesso nemica di ciò che aspiriamo a conseguire.

E la libertà? La libertà assoluta esiste solo se vi sono delle regole assolutamente morali. Queste regole ci permettono di rispettare il nostro prossimo e, conseguentemente, di poter essere applicate in maniera oggettiva. Immanuel Kant non ci dice quale sia la morale universale, ma ci aiuta nella nostra ricerca, fornendoci alcuni precetti basilari:

Agisci avendo cura di verificare se la tua azione può essere universalizzata: rubare, può essere categorico se muori di fame, ma non potremo certo definirlo universalizzabile; quindi, rubare non è senz’altro morale.
Agisci in maniera da trattare l’umanità come un fine, non come un mezzo: Machiavelli, nel dare consigli di vita al “suo principe”, ricorda che questi dovrebbe porre maggiore attenzione al fine e non al mezzo; l’uomo deve ricordarsi sempre che il suo fine ultimo è il benessere degli altri, e non usare gli altri come mezzo per ottenere il proprio fine.

Con queste sommarie considerazioni passiamo ad analizzare lo “stato dell’arte” dell’indipendentismo veneto, convenzionalmente considerato come il più effervescente in Italia. Ebbene non possiamo che constatare il suo assopimento, dovuto principalmente alla repressione dell’indipendentismo catalano, considerato che da circa dieci mesi sono in carcere alcuni esponenti indipendentisti il cui unico reato risiede nelle loro idee, non in attentati terroristici o fatti di sangue. La Guardia Civil della “democratica” Spagna ha profuso manganellate con dovizia, a una folla inerme e pacifica, che sono state riprese dalle televisioni di mezzo mondo. Insomma, pensare alla “conquista elettorale” della Regione Veneto come premessa all’indipendenza non sembra premiante, né agile e tantomeno celere.

C’è poi l’oggettiva “noncuranza” della questione da parte degli Stati nazionali, dell’Ue, e della politica internazionale. Gli Stati nazionali, ovviamente, non hanno interesse a vender ridotto il loro potere su territori e popolazioni residenti. I “consumer tax”, genericamente identificabili nella casta politico-burocratica potrebbero veder limitati i loro agi, privilegi, rendite politiche e quant’altro affine, che sono sempre rimborsati a piè di lista dai contribuenti. L’Ue, malgrado le sue enunciazioni di principio, rappresenta gli Stati e non i popoli che li compongono, lo abbiamo visto con la Spagna. Infine, l’indipendentismo veneto non ha mai coltivato sostegni internazionali di una qualche rilevanza che lo appoggi, e ne supporti le rivendicazioni.

Esiste una “domanda” di autodeterminazione da parte di una fetta consistente di popolazione veneta, ma all’attivismo indipendentista manca una Intelligencija generatrice di un progetto istituzionale innovativo. Non c’è qualcuno che sia veramente in grado di motivare, guidare e condurre alla vittoria. La militanza politica veneto-indipendentista è assorbita in revival folkloristici che si appagano di simboli: un’infinità di leoni marciani, bandiere, gadget, et similia. Si imbeve di reminiscenze storiche legittime, indispensabili e meritorie, ma che finiscono per idealizzare un passato non più replicabile. Ci sono poi coloro che in maniera molto naïf rivendicano leggi e diritti, dimenticando che la partitocrazia ha più volte eluso la sua stessa Costituzione.

A questo proposito un interessante punto di vista dello scrittore e giornalista Romani Bracalini lo si trova qui. Mentre un diritto che nessuno riconosce non vale molto. Tant’è che l’avvocato Alessio Morosin, fondatore e guida del movimento “Indipendenza Veneta”, s’è visto rigettare dalla Corte Costituzionale – nell’udienza del 28 Aprile 2015, con sentenza 118/2025 – il preteso diritto all’autodeterminazione.

I partiti politici tradizionali hanno poi artatamente sviato la questione dell’autodeterminazione proponendo un referendum (consultivo, quindi senza effetti deliberativi) sull’autonomia del Veneto, ben sapendo che autonomia e indipendenza non sono sinonimi, e quindi giocano sull’equivoco. La rappresentanza movimentista e partitocratica dell’indipendentismo veneto si è di converso distinta per animosità, malanimo e rancore, a cui vanno aggiunte la frammentazione, l’inutilità e l’insignificanza elettorali. Infine, come abbiamo visto più sopra, i politici veneti sedicenti indipendentisti, non brillano per indubbi comportamenti etico-morali. Tutti sembrano ignorare che la fama è fugace, mentre l’infamia dura molto più a lungo.

La ragione e il senso del dovere guidano il cammino sul viale dell’etica. Quando si è convinti di fare la cosa giusta, quando si avverte l’imperativo categorico di compiere ciò che è reputato doveroso anche contro il nostro stesso interesse personale, allora significa che la ragione ha vinto sulle passioni, e facendoci comprendere come l’imperativo morale sia da ritenersi universalmente incondizionato, ci conduce liberamente sulla strada di un agire eticamente e moralmente valido.
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Re: Coała xeła l'etega de l'endependenteixmo veneto?

Messaggioda Berto » mar ott 02, 2018 7:13 am

Intervista impossibile all’indipendentista veneto
Enzo Trentin
01/09/2018

https://www.vicenzareport.it/2018/09/in ... sta-veneto

Vicenza – È un’intervista impossibile, perché il personaggio dice parole che ha effettivamente detto oppure che avrebbe potuto o dovuto dire, e dicendole ci illumina su di sé, sulle proprie azioni e sulle sue motivazioni. La scelta del personaggio è libera, perché realmente esiste. È un gioco diverso, di fantacritica, di ipotesi, e naturalmente per le più varie valutazioni sul personaggio del “rappresentante” politico che persegue l’autodeterminazione.

Un certo numero di veneti si dichiarano indipendentisti, molti altri lo sono nell’intimo, e si distinguono dagli autonomisti perché non disdegnano l’idea di un’uscita del Veneto dall’Italia, dall’Ue, dall’euro, e dalla Nato. Sarebbe un evento finora mai verificatosi. Allo stato attuale si può dire che molti abbiano spiritualmente elaborato ipotesi e aspettative più che plausibili su un evento del genere. Certamente avrebbe un impatto enorme. Quanto alla sua spiegazione, è decisamente chiaro a priori quali potrebbero essere i motivi dell’uscita.

Il nostro personaggio lo chiameremo convenzionalmente Cigno Nero. Il termine “cigno nero” è tratto dalla frase del poeta latino Giovenale “rara avis in terris nigroque simillima cygno”. Questa espressione era utilizzata nelle discussioni filosofiche del sedicesimo secolo a indicare un fatto impossibile o perlomeno improbabile. Si basa sulla presunzione che “tutti i cigni sono bianchi”, asserzione che ha avuto un senso fino alla scoperta del cigno nero australiano Cygnus atratus da parte degli esploratori europei.

Questo esempio dimostra come né il ragionamento deduttivo né quello induttivo sono infallibili. Un argomento dipende dalla verità delle sue premesse: una falsa premessa può portare a un risultato sbagliato, e dei dati limitati producono una conclusione non corretta. Il limite del ragionamento secondo cui “tutti i cigni sono bianchi” è dato dai limiti dell’esperienza, la quale ci fa credere che non esistano cigni neri.

Domanda di un elettore veneto: Perché vuole l’indipendenza del Veneto?

Risposta di Cigno Nero: Non credo che il limitato spazio del suo articolo possa contenere tutte le motivazioni che potrei esporre. Mi lasci semplicisticamente dire che l’autodeterminazione politica è il diritto di un popolo. I Veneti possono definirsi un popolo (quello italiano non esiste. Nella penisola vivono vari popoli), perché in generale sono un complesso di individui di una stessa area, che ha origini, lingua, tradizioni religiose e culturali, istituti, leggi e ordinamenti comuni. Si sono costituiti in collettività etnica costituiti in collettività etnica all’incirca tre millenni or sono. Hanno formato una nazione avente una organizzazione repubblicana che è durata oltre 1.100 anni, e con la sua indipendenza politica sono state realizzate infinite ed eccellenti opere di governo, legislative, sociali, e per ognuna delle cosiddette sette muse. Per il popolo veneto l’indipendenza è il prerequisito per un duraturo dominio politico ed economico.

D. – Lei vuole resuscitare l’antica Repubblica di Venezia?

R. – Non necessariamente. Dico più semplicemente che se non sappiamo da dove proveniamo, difficilmente sapremo dove andare. In quella repubblica c’erano molte cose buone (che possono essere ripristinate o meno), soprattutto se contestualizzata al suo tempo dominato da despoti e tirannie d’ogni genere. Le nostre istanze, e bene sottolinearlo, sono di carattere identitario che non ha nulla a che fare con il nazionalismo che abbiamo conosciuto nel ventesimo secolo.

D. – Lei vuole essere eletto alla Regione Veneto per poter da lì legiferare ed ottenere l’indipendenza?

R. – Sì! Io e chi la pensa come me non siamo golpisti, siamo gente normale che chiede di poter votare per l’autodeterminazione del popolo veneto. Non abbiamo nulla contro l’Italia.

D. – Dunque lei aspira ad essere il, o un, legislatore?

R. – Sì! E non posso chiudere gli occhi sull’esperienza scozzese, e catalana. Anzi traggo consapevolezza da quegli esperimenti.

D. – Nel celebre libro del 2007 “Cigno nero” di Nassim Taleb c’è una definizione già nella prima pagina del prologo: “Ciò che qui chiameremo Cigno nero è un evento che possiede le tre caratteristiche seguenti. In primo luogo, è un evento isolato, che non rientra nel campo delle normali aspettative, perché niente nel passato può indicare in modo plausibile la sua possibilità. In secondo luogo, ha un impatto enorme. In terzo luogo, nonostante il suo carattere di evento isolato, la natura umana ci spinge a elaborare a posteriori giustificazioni della sua comparsa, per renderlo spiegabile e prevedibile”.

L’uscita del Veneto dall’Italia, dall’Ue, dalla Nato (altra cosa è lo smantellamento delle basi Usa in Veneto), dall’Euro sarebbe (ad oggi) senz’altro un evento isolato, che non rientra nel campo delle normali aspettative, soprattutto perché niente nel sistema partitocratico può indicare in modo plausibile la sua possibilità. Non ci sono poi dubbi sul fatto che avrebbe un impatto enorme. Equivarrebbe a cambiare il governo con il consenso del governo. Mentre non c’interessano affatto le elaborazioni a posteriori per giustificare l’autodeterminazione, per renderla spiegabile, prevedibile, auspicabile.

Gli indipendentisti scozzesi e catalani hanno chiesto il voto referendario degli elettori, ma questi ultimi sapevano perfettamente quale nuova organizzazione sociale gli scissionisti avrebbero realizzato una volta eletti. Nel suo caso (Cigno nero), invece, par di capire che non è stato capace o non ha voluto produrre a tutt’oggi nemmeno una bozza di nuovo assetto istituzionale, perché prima vuole essere eletto, e dopo agirà. Insomma lei non ci dice:

se e come verranno individuati i nuovi “rappresentanti”?
come funzionerà il nuovo governo?
la nuova giustizia?
Le questioni religiose come saranno ordinate?
a che cosa si ispireranno i nuovi rapporti internazionali sia diplomatici che economici?
quale moneta sarà utilizzata?
quale nuovo ordine di pubblica sicurezza?
la difesa dall’esterno come sarà organizzata?
ci sarà, o meno, e quale sarà l’istruzione pubblica?
ci sarà, e quale potrà essere l’organizzazione della sanità pubblica?
che tipo di welfare potrà materializzarsi; come sarà finanziato e attuato?
i veneti indipendenti vivranno in libera concorrenza economica o meno?
verrà rispettata, o meno, la proprietà privata?
Sorvoliamo, per semplicità, il fatto che non ci sono risposte o proposte alla soluzione dei problemi della burocrazia asfissiante e inefficiente, sul conflitto d’interessi, sul piano energetico, dell’ambiente e della salvaguardia del territorio, sulle infrastrutture, sulle problematiche del lavoro e sindacali, e di molte altre cose che renderebbero l’elenco assai lungo.
‘last but not least’: se tra l’altro l’indipendenza del Veneto la si persegue a causa dell’irriformabilità e della inefficienza dello Stato italiano, perché dal giorno dell’autodeterminazione si dovrebbe accettare un periodo imprecisato di transizione tra il vecchio ed il nuovo ordinamento?

Una risposta credibile e condivisibile, anche per un solo aspetto di quest’ultima domanda, ad oggi non è pubblica. Ovvero il Cigno nero ha qualcosa da dire, ma non sa dire cosa. È un soggetto politico senza un piano di convivenza civile, che è il solo ad avere titolo di credito. Ci troviamo di fronte a un profeta, con i suoi pochi sodali, acrobatici dell’indipendenza che pretendono di utilizzare la Regione (istituzione italiana) per fare carriera proprio in quel sistema che fingono di contestare.

Sostanzialmente gli elettori veneti dovrebbero fidarsi di questa “rappresentanza” anche se non progetta o abbozza o rassicura. Vorrebbero accomodarsi in consiglio regionale per avvantaggiarsi della consulenza, consiglio e saggezza della burocrazia allo scopo di riformare la burocrazia. Ritiene – e reputano – che la sua – o loro – carica istituzionale gli permetterà di avere accesso ai mass-media controllati dal potere politico-economico, che tramite essi manipola l’opinione pubblica, per poter fare la secessione. Pensano di avvantaggiarsi delle provvidenze – non solo economiche – che il potere mette a disposizione dei “rappresentanti” per sostituire il potere. Òstrega!


Alberto Pento
La risposta del Cigno Nero a questa domanda è piena di presunzioni, falsità storiche, elaborazioni/interpretazioni storiche sbagliate, pregiudizi, assurdità.

"Domanda di un elettore veneto: Perché vuole l’indipendenza del Veneto?

Risposta di Cigno Nero: Non credo che il limitato spazio del suo articolo possa contenere tutte le motivazioni che potrei esporre. Mi lasci semplicisticamente dire che l’autodeterminazione politica è il diritto di un popolo. I Veneti possono definirsi un popolo (quello italiano non esiste. Nella penisola vivono vari popoli), perché in generale sono un complesso di individui di una stessa area, che ha origini, lingua, tradizioni religiose e culturali, istituti, leggi e ordinamenti comuni. Si sono costituiti in collettività etnica costituiti in collettività etnica all’incirca tre millenni or sono. Hanno formato una nazione avente una organizzazione repubblicana che è durata oltre 1.100 anni, e con la sua indipendenza politica sono state realizzate infinite ed eccellenti opere di governo, legislative, sociali, e per ognuna delle cosiddette sette muse. Per il popolo veneto l’indipendenza è il prerequisito per un duraturo dominio politico ed economico."

Ecco l'elenco delle presunzioni, falsità, errori, ... :

1) l'autodeterminazione politica è il diritto di un popolo ...
(certo però non va dimenticato che il 95% dei Veneti si vuole autodeterminare come veneto-italiano nello stato italiano);
2) i Veneti possono definirsi un popolo mentre quello italiano no ...
(anche i Veneti come gli Italiani sono un insieme di popoli diversi che nel tempo, lungo i secoli si sono in parte amalgamati e omogeneizzati);
3) i Veneti si sono costituiti in collettività etnica all'incirca 3mila anni or sono, ...
(questo è tutto da dimostrare in quanto finora non sono ancora riusciti a realizzare una vera nazione/stato veneta a dominio di tutti veneti);
4) hanno formato una nazione con una organizzazione repubblicana durata oltre 1100 anni ...
(non è affatto vero che i Veneti tutti, abbiano formato una nazione e una repubblica unitaria; inoltre la Repubblica Veneta a dominio dell'aristocrazia veneziana non è durata 1100 anni ma caso mai meno della metà; quando Rivoalto era un ducato non era una repubblica; non è mai esistita una Repubblica Veneta a dominio di tutti i Veneti).
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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