Latin - le pì vece eiscrision

Latin - le pì vece eiscrision

Messaggioda Berto » lun lug 07, 2014 6:23 am

Latin - le pì vece eiscrision
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Datazione del VI secolo a.C.: si tratterebbe della più antica iscrizione monumentale latina.

QUOI HON… SAKROS ESED… REGEI
KALATOREM… IOUXMENTA
KAPIA… IOUESTOD

Ovvero, in latino classico:

QUI HUNC… SACER ESTO… REGI
CALATOREM… IUMENTA
CAPIAT… IUSTO

Integrando, con buona verosimiglianza:
QUI HUNC (LOCUM VIOLAVERIT) SACER ESTO… REGI
CALATOREM… IUMENTA CAPIAT… IUSTO

che, in traduzione, suonerebbe:
CHI VIOLERÀ QUESTO LUOGO SIA MALEDETTO… AL RE
L’ARALDO… PRENDA IL BESTIAME… GIUSTO

L’inizio, come visto, sembra essere una formula di maledizione (mutuata forse dalle leges regiae ) scagliata contro chi avesse violato il luogo sacro. Inoltre, la menzione di un Kalator (ossia di un araldo dei sacerdoti) e del bestiame fa pensare ad un ulteriore avviso: l’araldo invita i passanti ad essere pronti a sciogliere gli animali aggiogati, poiché essi costituivano tracciato ininterrottamente: si avanza da un margine del campo, poi, arrivati a quello opposto, ci si gira e si ricomincia fino in fondo e così via. non è un caso, quindi, che il termine bustrofedica (di origine greca), derivi da boûs, ‘bue’, e strépho , ‘mi giro’.
La sigla con la quale gli studiosi indicano il Cippo del foro è ‘CIL I, 1’: la sigla abbrevia Corpus Inscriptionum Latinarum, la monumentale raccolta di tutte le iscrizioni romane, ordinate cronologicamente per luogo di ritrovamento. Così, il numero romano ci chiarisce che siamo a Roma, mentre il numero arabo dice che è l’iscrizione più antica.
Nel VI secolo a.C. per il Foro circolavano dunque ancora capi di bestiame: è la conferma che la Roma arcaica è saldamente innestata sulle sue origini contadine.

https://it.wikipedia.org/wiki/Lapis_niger
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Re: Latin - le pì vece eiscision

Messaggioda Berto » lun nov 10, 2014 8:01 am

LAPIS SATRICANUS
Il lapis satricanus (la ‘pietra di Satrico’) è così chiamato dalla città di Satrico (oggi Ferriere di Conca, nell’Agro Pontino, tra Latina e Nettuno), nel cui sito archeologico fu ritrovato nel 1977, durante gli scavi del tempio della Mater Matuta.
Si tratta di una base di sostegno per quello che doveva essere un dono votivo, sulla cui superficie sono incise due righe scritte con caratteri di forma regolare, che contengono una dedica al dio Marte:

IEI STETERAI POPLIOSIO UALESIOSIO SUODALES MAMARTEI

[l’iscrizione presenta interessanti notazioni linguistiche: la forma raddoppiata Mamars per Mars (Marte), la desinenza –osio di un antico genitivo di derivazione indoeuropea, la forma suodales (ovvero, sodales), che rivela il legame etimologico fra la parola che significa compagno e il possessivo suus ]

che, in latino classico, si leggerebbe:
II STETERUNT PUBLII VALERII SODALES MARTI

ovvero, in traduzione:
I COMPAGNI DI PUBLIO VALERIO DONARONO A MARTE

Il Publio Valerio, cui si riferisce l’iscrizione, è stato identificato con Publio Valerio Publicola, console romano nel 509 a.C., fondatore della libera Res Publica e promotore di una serie di leggi a sfondo democratico: la sua realtà storica fu per molto tempo discussa fino a quando non fu rinvenuto, appunto, il lapis .


Ecco quanto recita:

IOVESAT DEIVOS, QOI MED MITAT NEI TED ENDO COSMIS VIRCO SIET ASTED NOISI OPE TOITESIAI PACARI VOIS DUENOS MED FECED EN MANOM EINOM DUENOI NE MED MALO STATOD

[da notare l’uso dei dittonghi per le vocali lunghe, l’impiego indifferenziato di c per i suoni k e g e, inoltre, in iovesat la presenza dell’originaria s intervocalica non ancora soggetta a rotacismo]

In latino classico, la prima riga dovrebbe suonare, più o meno:

IURAT DEOS QUI ME MITTIT NI IN TE COMIS VIRGO SIT

Della seconda riga sono chiare, in pratica, solo le due ultime parole:
… PACARI VIS


MANIOS MED FHEFHAKED NUMASIOI

che nella trascrizione in latino classico equivale a:

MANIUS ME FECIT NUMASIO
ovvero:
MANIO MI FECE PER NUMERIO


https://it.wikipedia.org/wiki/Lapis_Satricanus
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