Corusion tałiana e romana

Corusion tałiana e romana

Messaggioda Berto » mar dic 31, 2013 8:02 am

Corusion tałiana e romana
viewtopic.php?f=22&t=278



In Italia la corruzione è di “natura pervasiva e sistemica”

http://www.lindipendenza.com/in-italia- ... -sistemica

di FRANCO CAGLIANI

Lo avevamo già scritto, riportando i dati di “Transparency International”. Ma non passa giorno che non arrivino delle conferme. La “natura pervasiva e sistemica” assunta in Italia dal fenomeno della corruzione “porta inevitabilmente ad un indebolimento della fiducia dei cittadini nelle istituzioni, nella classe politica e nella pubblica amministrazione, a uno svilimento dei principi di buon governo e di etica pubblica, ad una profonda alterazione della cultura della legalità”. E’ quanto si legge nel Rapporto sul primo anno di attuazione della legge 190/2012, pubblicato dall’Autorita’ Nazionale AntiCorruzione.

Da un punto di vista piu’ strettamente economico la corruzione “altera il funzionamento del mercato, penalizzando le imprese sane e limitando o impedendo nuove iniziative imprenditoriali, riduce i flussi di investimenti esteri, distribuisce le risorse pubbliche in modo non efficiente”. Dalle 92 pagine del Rapporto emerge “una sostanziale differenza nella distribuzione tra le regioni che vede una particolare consistenza del fenomeno nelle regioni meridionali e nelle isole”. Dall’analisi delle condanne per i reati di concussione e corruzione passate in giudicato emerge che “dal 2006 al 2011, pur in presenza di una costante prevalenza delle condanne per corruzione rispetto a quelle per concussione, il numero dei condannati per corruzione diminuisce, passando da 1,27 nel 2006 a 0,76 per 100.000 abitanti nel 2011, mentre il numero dei condannati per concussione si triplica, passando da 0,23 nel 2006 a 0,57 per 100.000 nel 2011″. Nel dettaglio, il numero dei condannati per concussione registra un andamento oscillante al Centro, aumenta progressivamente nelle regioni del Nord, quasi triplica dal 2001 al 2011 nel Sud e nelle Isole, dove assume i valori sistematicamente piu’ elevati.

La durata dei processi penali risulta “mediamente piu’ elevata per i reati di concussione che per quelli di corruzione” ma “per entrambi e’ diminuita nel periodo 2007-2011, di circa tre anni per la concussione (da 7,80 a 4,42 anni) e di circa un anno per la corruzione (da 4,87 a 3,72)”. La maggior parte dei citati in giudizio appartiene al settore dell’amministrazione statale, mentre “la quasi totalita’ di appartenenti al livello politico sono sindaci, assessori e consiglieri comunali”. Evidente, nel complesso, “la prevalenza numerica di una micro-corruzione diffusa e caratterizzata da serialita’, rispetto a casi di macro-corruzione meno diffusi ma piu’ gravi: a numerosi e reiterati episodi di corruzione caratterizzati dalla non ingente entita’ della dazione e da una parte attrice appartenente ai livelli intermedi o di base delle amministrazioni fa da contraltare un numero limitato di pratiche corruttive caratterizzate da importi di dazione ingenti erogati ai livelli apicali”.


Italia, anche nel 2013 è tra i paesi più corrotti d’Europa
http://www.lindipendenza.com/italia-anc ... ti-deuropa

L’Italia è ancora percepito come un paese corrotto e nella classifica stilata si piazza al 69esimo su 177 stati esaminati, a pari punteggio con il Kuwait e la Romania, dietro a Montenegro e Macedonia. E’ quanto emerge dal rapporto CPI 2013, l’indice di Trasparency International, che misura la percezione della corruzione nel settore pubblico.

L’ultima posizione e’ occupata dalla Somalia seguita dalla Corea del Nord e dall’Afghanistan. In testa alla classifica dei paesi meno corrotti quelli del Nord Europa: Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia e Svezia.

L’Italia, nonostante occupi uno degli ultimi posti in Europa, è leggermente migliorata rispetto all’anno passato: “Si sono compiuti molti sforzi strutturali per migliorare la trasparenza e l’integrità del settore pubblico – commenta Maria Teresa Brassiolo, Presidente di Transparency International Italia – naturalmente dobbiamo proseguire lo sforzo, ma il messaggio sembra recepito, anche se resta l’uso disinvolto e spesso incompetente delle risorse pubbliche che creano debito, tasse e rabbia”.

Se volete approfondire i dati relativi all’Italia, potete cliccare sulla pagina dedicata del rapporto di Transparency: qui.
http://www.transparency.org/gcb2013/cou ... ntry=italy


Noda mia:

La corusion talega la vien da lonsi, la vien da coela romana de la vecia Roma e del so enpero kel ga desfà l’Ouropa e ke la storia par nostra fortuna la lo ga scançelà.
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Re: Corusion

Messaggioda Berto » mar dic 31, 2013 8:02 am

Il processo delle terre liberate
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... 9RYkE/edit

Immagine

Malavita a Trevixo
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... p5Ymc/edit

Li taliani dapò ver desfà la tera veneta e copà xentenara de miliara de veneti li ciamava el Veneto Veneto bubbone d’Italia
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... pTaUE/edit



L'oror de li talego romani
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... =drive_web

L'oror de li talego padani
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... =drive_web
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Re: Corusion

Messaggioda Berto » mar dic 31, 2013 8:03 am

La corusion talega la vien da lonsi, la vien da coela romana.

Corusion ente la vecia Roma
http://www.storiain.net/arret/num100/artic7.asp

Ke ghe sipia calcosa de vero?


Molti credono che durante il periodo repubblicano nell'Urbe regnasse la virtù.
Al contrario. I primi testi storici, comparsi attorno al 200 a.C., rivelano che...

NELL'ANTICA ROMA LA CORRUZIONE NACQUE CON IL LATTE DELLA LUPA di FERRUCCIO GATTUSO


Un minimo di corruzione, sosteneva Winston Churchill, serve da benefico olio lubrificante per il marchingegno della democrazia.

Il grande statista britannico sapeva distillare, con sapiente alternanza, la retorica per i momenti duri e il cinismo per quelli meno duri. Indubbiamente, e fuori da ogni luogo comune, si può ben dire che un minimo di corruzione - in uno stato che non sia totalitario e controllore maniacale delle vite dei cittadini - sia fisiologico. La natura umana non cambia certo per editto governativo.
La corruzione, soprattutto quella politica, risale alle origini dell'umanità, e trovò terreno fertile in Roma antica.
E per Roma antica intendiamo sia quella repubblicana, sia quella imperiale.
Questo per smontare la retorica tradizionale che voleva l'Urbe dei primi giorni di gloria opposta - per virtù, morigeratezza e onore - alla Roma degli ultimi anni repubblicani e a quella degli imperatori detentori del potere assoluto. Un mito, questo, che ebbe fortuna mediatica, se così si può dire, negli stessi giorni di Roma antica (ad esempio, sotto Cesare Augusto), così come nei nostri e, inutile dirlo, in quelli del Ventennio fascista, che di Roma e del suo mito fecero una leva retorica per il consolidamento del potere.

Molti conoscono - sempre per quella potente fonte di convinzioni che è il luogo comune - la corruzione del Basso Impero romano, quella degli ultimi giorni prima del tramonto nel V secolo d.C.: fu, quella corruzione, alla base del crollo di Roma e del suo dominio.

Pochi, invece, conoscono la corruzione che nella Roma repubblicana allignò nelle caste privilegiate, quelle dei generali dotati di straordinario potere personale, quelle dei senatori e via dicendo.

E ancora meno si conosce della corruzione nella Roma precedente al III secolo a.C.: non perché essa non esistesse, ma semplicemente perché mancano testi e testimonianze anche indirette sul fenomeno. Quando infatti giungiamo alla prima produzione letteraria, intorno al 200 a.C., ecco spuntare riferimenti alla corruzione e al malcostume, sia in ambito privato, sia in quello pubblico. Si viene a conoscere delle speculazioni dei grossisti, dell'evasione fiscale (anche in quei giorni non mancava un'affilata satira sull'argomento, a cominciare dalla penna infallibile di Plauto), riferimenti all'arroganza del potere politico, malversazione. Insomma, Roma non ha mai avuto un periodo mitico nel quale le tonache dei potenti splendevano candide tra i marmi del Palazzo.
Persino Catone "il censore", voce impettita e retorica delle virtù dell'Urbe che fu - forse non tutti lo sanno -subì la bellezza di 44 processi per corruzione.
Certo, l'accusa di corruzione era una delle armi che gli avversari politici si rivolgevano più spesso contro, pur di annientarsi a vicenda, ma è difficile credere che, su 44 capi di imputazione, Catone non c'entrasse proprio nulla. Soprattutto considerando che, per scalare i gradini del potere, ogni romano "illustre" doveva finanziarsi in modo vergognoso, indebitandosi (gli usurai in Roma non mancavano certo) e firmando ignobili compromessi e clientele.


Con il passaggio dalla repubblica all'Impero, la corruzione si adattò alle nuove forme di organizzazione del potere:

a dire il vero, i primi cesari cercarono di arginare il malcostume, con un controllo più accentratore nelle proprie mani. I vari magistrati, nel periodo precedente ad Augusto, godevano di non pochi privilegi e di libertà d'azione che, con i nuovi reggitori dello Stato, non erano più possibili. Tiberio, ad esempio, fu uno degli imperatori più intransigenti verso la corruzione politica e, in genere, pubblica.
Questo non gli impediva certo di vivere di corruzione morale negli ozi di Capri, nuotando insieme a giovincelli ubbidienti e piacenti, nella sua piscina con la vista sul mare.

La corruzione in Roma antica - è bene dirlo - era almeno dieci volte superiore rispetto alla nostra attuale:
questo non impedì all'Urbe di estendere il proprio dominio sul mondo.
La Città Eterna (???) affiancava alla prepotenza e alla corruzione i più solidi sistemi giuridici, una forma assolutamente unica di imperium, rispettosa delle tradizioni locali, e infine un prestigio culturale e intellettuale che non avevano eguali.
La più ampia forma di corruzione avveniva lontano dal centro del mondo, in quelle provincie romane dove i governatori facevano il bello e il cattivo tempo, dove le leggi venivano applicate in modo elastico e dove le clientele fiorivano senza pudore. C'è da dire che i governatori si trovavano quasi "costretti" a racimolare denaro sporco e a rubare denaro pubblico per potersi finanziare i passaggi di carriera politici successivi: le campagne elettorali chiedevano un impiego di denaro impressionante.


Ecco così che il governatorato nelle provincie

si rivelava un passaggio fondamentale nel cursus honorum di qualsiasi personaggio influente a Roma.
Un altro fattore che portò a un aumento della corruzione fu - come sempre - la crescita della burocrazia pubblica: se nei primi due secoli dell'Impero essa era ancora contenuta, successivamente assunse dimensioni elefantiache. Gli sforzi degli imperatori si rivelarono vani; i potentati personali resistettero anche al controllo occhiuto del divino reggitore di Roma. Concussione e peculato erano all'ordine del giorno, sia durante la repubblica, sia durante l'Impero. I più strenui avversari di questo tipi di reato furono, a distanza di tempo, due personaggi celeberrimi come Caio Gracco e Giulio cesare. Molti processi pubblici precedenti agli interventi legislatori di questi due personaggi si rivelavano teatro di scandalose assoluzioni: la Corte divenne, dopo le leggi di Caio Gracco e di Cesare, più imparziale.


Potentati personali

La nobiltà romana lottò, per tutta la storia secolare, per mantenere il maggior numero di potere nelle proprie mani.
La casta aristocratica cercò sempre di escludere, dal cerchio dei privilegi, le altre classi, i cavalieri prima, i plebei poi.
Per di più, se l'eccessiva burocrazia aveva generato corruzione pubblica endemica nell'Impero, con il coinvolgimento di oscuri funzionari e, insomma dei cosiddetti "pesci piccoli", l'assoluta mancanza di burocrazia nei primi secoli della Repubblica aveva allo stesso modo portato al fiorire di corruzione figlia del potere di pochi "pesci grossi".
I vari magistrati e i pochi funzionari detenevano un potere amplissimo e discrezionale.
Non solo: spesso i magistrati si avvalevano della collaborazione di persone fidate come gli schiavi e i liberti (ex schiavi). Lo stesso ordine pubblico era affidato, clamorosamente, ai singoli nobili, che così creavano formazioni "paramilitari", diremmo oggi, che mantenevano il controllo nelle strade.
Durante la Repubblica, quindi, l'organizzazione sociale risentiva di questa suddivisione "mafiosa" tra boss locali.
È ovvio che, con la nascita della figura accentratrice dell'imperatore, i nobili perdono potere a favore dei notabili e dei funzionari "di corte.
La corruzione resta, semplicemente passa di mano. D'altronde, sia nella Repubblica sia nell'Impero, l'esibizione di clientele era apprezzata socialmente. Il potente camminava spesso nel Foro seguito da un codazzo di clientes: più lungo era il corteo, più ammirato e riverito era il personaggio alla sua guida: questa esibizione aveva persino un nome, l'adsectatio. Il "patrono" - così veniva chiamato - tutelava i suoi clienti in giudizio, con aiuti economici, con interventi in sede politica, raccomandazioni.


I clientes facevano da scorta armata, intervenivano a loro volta con aiuti economici, votavano secondo commissione.

I grandi scrittori romani, soprattutto quelli di ambito conservatore, hanno sempre dipinto questo fenomeno sociale come naturale e tutt'altro che criticabile: lo stesso tacito chiama "parte sana" del popolo quella che segue le grandi famiglie aristocratiche. Per la parte di popolo che non è disposta a ubbidire ai potenti è pronta l'etichetta di "plebe sordida" e potenzialmente agitatrice. Anche Cicerone, storico sostenitore degli aristocratici, ha parole d'elogio verso l'istituto della clientela. Per trovare critiche al fenomeno bisogna leggere Plauto che - nei suoi "Menecmi" - scrive in versi la sua indignazione ("Quanto è folle e dannoso questo costume che abbiamo, e che più di tutti hanno coloro che stanno più in alto! Tutti vogliono avere molti clienti, ma non stanno a guardare se sono buoni o malvagi [...]"). Oppure Sallustio, che nelle sue "Epistole a Cesare" non manca di lamentare come i poveri abbiano perso libertà politica vendendosi ai pochi, singoli potenti ("Ma quando cacciati a poco a poco dai campi la disoccupazione e la povertà ridussero gli umili cittadini a non avere più una dimora sicura, cominciarono a chiedere l'aiuto altrui, a vendere la propria libertà insieme con lo stato. Così a poco a poco il popolo, che era padrone e comandava a tutte le genti, si disperse e in luogo del dominio comune ciascuno procurò a se stesso una servitù personale")


Elezioni poco limpide

I brogli elettorali furono uno degli elementi più vistosi della corruzione in Roma antica. La vita pubblica romana era attraversata da continue campagne elettorali, le quali come detto richiedevano immani finanziamenti. Ad essi provvedevano i ladrocini nei governatorati e il supporto clientelare. Quando però si giungeva al redde rationem elettorale, molti potenti non intendevano rischiare sul responso pubblico. I brogli servivano a "correggere" l'esito delle competizioni. Per avere un voto sicuro, i potenti potevano variare: dall'elargizione di denaro a pioggia per comprare voti, alla realizzazioni di favori ai potenziali elettori, alle intimidazioni fisiche, alla corruzione di coloro che erano addetti allo spoglio dei voti. E infine, alla procrastinazione "ad arte" nelle votazioni. In quest'ultimo caso, l'esempio più celebre è quello di Cicerone, che fece in modo di ritardare legalmente il voto ai danni di Lucio Sergio Catilina, il cui supporto elettorale era costituito da votanti non abbienti e non cittadini, la cui permanenza nell'Urbe si rivelava dispendiosa.
Non c'è dubbio, inoltre, che l'introduzione del voto segreto nella seconda metà del II secolo a.C. contribuì all'espansione della corruzione elettorale. Anche l'aumento del numero di elettori portò a un aumento della corruzione: non mancavano infatti coloro che promettevano per denaro il proprio voto, facendone motivo di commercio e "asta pubblica". Chi offriva di più si beccava il voto. Una forma diffusa di condizionamento del voto erano le coitiones, gli accordi tra candidati per la distribuzione di voti, e le sodalitates, la costituzione di gruppi di elettori influenti (le nostre lobbies) che curavano la propaganda elettorale a favore di determinati candidati.

I candidati più ricchi cercavano altresì di impressionare il pubblico votante con varie ostentazioni propagandistiche, come l'ambitus, praticamente l'arruolamento porta a porta, o l'esibizione dei propri indumenti, come la bianchezza della propria veste. Tra i personaggi che più ricorsero alla corruzione elettorale ci furono Giulio cesare, il suo rivale Pompeo Magno e - ebbene si - l'integerrimo, o così si voleva, Catone. Quest'ultimo disse sempre che, quando aveva corrotto, fu sempre per il "supremo interesse dello Stato".


Arricchimenti "pubblici"

L'erario romano veniva depredato in molti modi. Tra questi anche il "bottino di guerra": comandanti e generali romani all'estero consideravano i territori conquistati come "cosa loro". Denaro e spoglie varie degli sconfitti servivano ad accrescere il proprio potere, ma anche a placare le esigenze dei propri soldati. Pompeo e Cesare trassero dalle conquiste in Asia e Gallia immensi profitti, inimmaginabili oggi. Si dice che il bottino gallico di Cesare equivalesse a più di duemila miliardi di vecchie lire. Ci furono, naturalmente, alcuni processi contro gli abusi di potere nelle provincie: la Legge Calpurina del 149 a.C., molto prima dei due generali citati quindi, aveva cercato di istituire una corte permanente per i reati di concussione, ma gli effetti furono ininfluenti. Come al solito, a pagare erano i "pesci piccoli". Anche le misure adottate da Caio Gracco e la battaglia ciceroniana contro le malversazioni di Verre in Sicilia (descritte nelle "Verrine") non produssero reali cambiamenti.
Con cesare e soprattutto con Augusto i controlli del potere sull'operato dei governatori si fecero più rigorosi, anche grazie alla privazione ai pubblicani (gli esattori delle tasse) di molta discrezionalità personale. Tra i celebri accusati di corruzione lontano da Roma ci fu anche il glorioso condottiero Scipione l'Africano, che però seppe difendersi egregiamente di fronte al Senato. Anche se, sdegnato, si ritirò nella villa di Literno, e vi morì, lontano dalle insidie dell'Urbe.


Di corruzione si parla anche nei confronti di Sulpicio Galba, che nel 149 a.C.
aveva letteralmente depredato territori in Spagna, massacrando la popolazione lusitana, vendendo i sopravvissuti come schiavi e intascando il tutto. Galba fu beneficiato di una scandalosa assoluzione, dopo la quale si cercò di istituire giurie che fossero composte non da senatori, tradizionalmente compiacenti verso i potenti, ma di cavalieri. Alcune leggi (come la Legge Calpurnia voluta dal tribuno Lucio Calpurnia Pisone) pretendevano semplicemente la restituzione del maltolto, altre (come quella graccana) chiedevano la restituzione di una somma raddoppiata. Quest'ultimo provvedimento poteva portare alla rovina del condannato. Negli anni a venire, come dimostrano le scandalose assoluzioni avvenute sotto la dittatura di Sila, il malcostume comunque persistette.
L'esempio più lampante della corruzione di un governatore, lo abbiamo detto, fu quello di Verre, denunciato nelle "Verrine" di Cicerone: al governatore si imputarono estorsioni, rapine, vessazioni , furti e intimidazioni di ogni genere. I siciliani furono letteralmente dissanguati di almeno 40 milioni di sesterzi, ma ci sono fonti che parlano di 100 milioni di sesterzi. La forma più efficiente di estorsione sotto il potere di Verre era quella dell'accordo sotto banco con gli appaltatori (i decumani) incaricati di riscuotere la decima del frumento, che era poi il tributo che la Sicilia doveva a Roma. Il grano che avanzava finiva nelle mani del governatore, che lo vendeva a beneficio del proprio portafoglio.


Un altro sistema usato da Verre era quello di intervenire nelle amministrazioni locali sicule: chi voleva essere eletto doveva pagare a Verre una tangente.

Sotto l'Impero le cose cambiarono: la corruzione non raggiunge più i livelli dei tempi di Verre. La severità di Tiberio fu esemplare, e anche quella di Nerone (spinto dal consigliere fidato Seneca): sotto Nerone i governatori furono inibiti anche nell'allestimento di giochi e spettacoli vari, per evitare che il finanziamento di essi fosse addebitato ai sudditi. Frequenti, nella categoria delle corruzioni pubbliche, le frodi dei publicani, titolari di lucrosi appalti statali. Notizie di tangenti si hanno sin dal 215 a.C., in piena seconda guerra punica. L'esempio è quello di Marco Postumio di Pyrgi, titolare di contratti di fornitura per l'esercito, il quale faceva affondare di proposito vecchie navi, dopo averle caricate di merci di poco valore, per richiedere allo stato l'indennizzo di un valore molto superiore.
L'esempio più celebre della corruzione della nobiltà romana da parte di denaro straniero fu invece quella del "caso Giugurta", reso noto dalla penna di Sallustio: alla morte di Massinissa, antico e fedele alleato di Roma, il regno africano di Numidia passò nelle mani di Giugurta e di altri due figli del re, Aderbale e Iempsale. I tre si combatterono il potere assoluto, cercando i favori di Roma. Chi avrebbe strappato al Senato dell'Urbe l'alleanza in grado di portare con sé la vittoria? Giugurta mandò a Roma ambasciatori che, con immense quantità di oro, cercarono di comprare i senatori il cui compito era esattamente decidere sulla questione africana.


EL DIRITO E LA JUSTISA ROMANI

Infine, la corruzione della Giustizia fu uno dei fenomeni di malcostume a Roma: non esisteva una magistratura permanente, separata dalla politica.

Non esisteva nemmeno un vero codice di leggi paragonabile a quello a noi contemporaneo, e la discrezionalità era quindi ampia. Il diritto romano classico, sul quale si sono formate generazioni di giuristi fino ai tempi nostri, è una elaborazione tardo-imperiale. Nei tempi più antichi la giustizia era amministrata da privati. Nell'epoca repubblicana il pretore, il magistrato pubblico incaricato dell'amministrazione giudiziaria, affidava i giudizi a un giudice scelto dalle parti o da egli stesso designato. Facilmente corruttibile o reso bersaglio di intimidazioni varie, anche fisiche. Sempre Plauto, nei suoi "Menecmi", accenna alla corruzione della Giustizia: i giudici "giocano ai dadi con grande impegno, accuratamente profumati, attorniati da meretrici. Quando sono le tre del pomeriggio fanno chiamare un servo perché vada al comizio a informarsi su quanto è avvenuto al Foro, chi ha parlato a favore, chi ha parlato contro, quante tribù hanno approvato, quante hanno votato contro. Quindi vanno al comizio per non avere noie in seguito alla loro assenza. [...]"


La corruzione della Giustizia durò a lungo,

se ancora sotto l'imperatore Domiziano si sa di misure drastiche prese dal divino Cesare per reprimere il fenomeno. Svetonio infatti nelle "Vite dei Cesari" racconta di come Domiziano "colpì con nota di infamia i giudici venali insieme con i loro coadiutori nel consiglio".
L'ampliamento della burocrazia romana sotto l'Impero portò invece a un altro fenomeno: quello della raccomandazione (commendatio). La caccia al posto era l'attività principale dei rampolli dell'aristocrazia senatoriale e dei giovani rampanti delle classi emergenti. Per ottenerlo era necessario godere di influenti raccomandazioni, nelle quali non è possibile trovare traccia delle qualità specifiche che il candidato poteva vantare per occupare degnamente la posizione cui aspirava, ma solo l'esaltazione di generiche virtù e soprattutto della fedeltà del raccomandato. Ma questo è forse il minore dei mali, e nell'Italia di oggi, sembra un vizio assolutamente radicato. "Mi manda Picone" resta il motto dell'italica gente. Con o senza toga.

BIBLIOGRAFIA
La corruzione politica nell'antica Roma, di Luciano Perelli, pp.322 - Supersaggi Rizzoli, 1994
La corruzione e il declino di Roma, di Ramsay MacMullen - Il Mulino, pp. 449, 1991
Vita dei Cesari, di Svetonio, pp.382 - Garzanti, 1977


La corruzione nell’antica Roma di Silvia Mollo
http://www.istitutocalvino.it/pubbl/sci ... mvirt3.pdf
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Re: Corusion

Messaggioda Berto » dom gen 05, 2014 12:03 am

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Re: Corusion

Messaggioda Berto » dom gen 05, 2014 12:03 am

Come ai tempi del Basso Impero: più parassiti che produttori

http://www.lindipendenza.com/basso-impe ... o-carestia




di FRANCO FUMAGALLI

La situazione attuale del Paese è molto simile a quella che si era venuta a creare al crepuscolo dell’impero romano.
Lattanzio, storico vissuto verso la metà del IV secolo, descrive l’operato di Diocleziano (247-313), imperatore prima di Costantino, nella fase iniziale della decadenza dell’impero.
“Diocleziano, quell’inventore di misfatti e macchinatore di mali, non si accontentò di rovinare ogni cosa, ma non seppe neppure astenersi dal porre le mani contro Dio”.

Quindi: “Il numero di quelli che volevano ricevere cominciò ad essere tanto maggiore di quelli che dovevano dare, che i campi venivano disertati e le colture convertite in selve, perché i coloni avevano perduta ogni forza sotto il peso enorme delle imposizioni”.
“ Diocleziano con la sua insaziabile avarizia non voleva mai intaccare i suoi tesori, ma ordinava sempre contribuzioni straordinarie”.

Poi: “Causata con le sue varie ingiustizie, un’immensa carestia, tentò di fissare per legge il prezzo delle merci.
In quel tempo molto sangue fu versato per cose dappoco e vili, ma per paura le merci non comparivano sul mercato e il caroviveri ridivenne anche maggiore,
finché la legge non fu abrogata per necessità di cose dopo aver causato la rovina di molti”.
Inoltre, Diocleziano chiamò a sé “quattro saggi” per spartire l’Impero….

Fatte le debite sostituzioni, di tempo, di personaggi e di situazione, (non di luoghi, purtroppo) le vicissitudini del Basso Impero sembrano quelle dell’odierna, patetica fase della “seconda” repubblica delle “Bananas”. Vuolsi così, colà…?

http://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Ceci ... _Lattanzio
http://it.wikipedia.org/wiki/Diocleziano
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Re: Corusion

Messaggioda Berto » dom gen 05, 2014 12:04 am

Interventismo e corruzione, fenomeni con radici molto antiche
http://www.lindipendenza.com/interventi ... one-scoppa


di SANDRO SCOPPA

Secondo Transparency International, l’organizzazione internazionale non governativa che si occupa della corruzione, non solo politica, l’Italia occupa il 72° posto, e ha perso tre posizioni rispetto all’anno precedente, nella classifica dell’Indice di Percezione della Corruzione (CPI) di 174 Paesi nel Mondo, relativo all’anno 2012. In tale classifica è preceduta non solo dalla Danimarca, dalla Finlandia e dalla Nuova Zelanda che, a notevole distanza, occupano ex aequo il 1° posto, ma anche da paesi come Cile e Uruguay, entrambi collocati al 20° posto, la Francia (22°), la Spagna (30°) e, persino, Cuba, attestata al 58° posto. Tra i paesi europei, il nostro Paese è terzultimo, seguito solo da Bulgaria e Grecia, posti rispettivamente al 75° e 94° posto. Chiudono la classifica, al 174° posto a pari merito, l’Afghanistan, la Corea del Nord e la Somalia.

A corredo di siffatta classifica, la medesima organizzazione ha sottolineato: «Guardando il Corruption Perspection Index 2012, è chiaro che la corruzione rappresenta una grave minaccia per l’umanità. Distrugge la vita e le comunità, e mina i paesi e le istituzioni [...]. I governi devono integrare le azioni di lotta contro la corruzione in tutti gli aspetti del processo decisionale. Essi devono dare la massima priorità alle normative in materia di lobbying e di finanziamento politico, rendere più trasparenti la spesa pubblica e l’assegnazione degli appalti e responsabilizzare gli enti pubblici»

Alla luce di tali dati, è innegabile come in Italia la corruzione rappresenti un fenomeno molto diffuso, che non soltanto crea ingiustizia, ma danneggia pesantemente anche la vita economica del paese. Si stima ad esempio che il peggioramento di un punto dell’indice di percezione della corruzione riduca la produttività del 4 % rispetto al prodotto interno lordo.

Si tratta peraltro di un fenomeno che ha radici antiche, tant’è che già presso i Romani ha formato oggetto di pubblico dibattito: Svetonio racconta infatti che pure su Giulio Cesare si addensò il sospetto di essersi procurato illecitamente grandi quantità di denaro e che tale sospetto, come poi rilevato da Bertolt Brecht ne “Gli affari del signor Giulio Cesare”, ove si legge: «Gli abiti dei governatori erano fatti solo di tasche», ha investito anche uomini e rivali dello stesso Cesare, e persino Crasso e Pompeo, ai quali Montesquie ha appuntato l’accusa di malversazione, per aver introdotto: «l’uso di corrompere il popolo con i soldi». Da allora – ed è appena sufficiente ricordare la vendita delle indulgenze ai tempi di papa Leone X, lo scandalo della Banca Romana, che ha travolto il governo Giolitti nel 1892-93, sino a Tangentopoli degli anni Novanta e ai giorni nostri – poco è cambiato, se non le forme della concussione e la loro interpretazione, ma non la consistenza e la percezione del fenomeno, il quale continua a essere molto diffuso. Le ragioni di ciò, sulle quali hanno indagato gli studiosi, sociologi, economisti, magistrati, possono essere molteplici anche se appare degno della massima considerazione e decisivo il rilievo di Ludwig von Mises, per il quale: «l’esistenza della corruzione […] è un fenomeno concomitante e inevitabile dell’interventismo statale».

Infatti, all’interventismo si collega inevitabilmente l’espansione della burocrazia e l’incremento di provvedimenti legislativi, oltre che della tassazione, le quali cose aprono inevitabilmente la strada al potere di politici e burocrati e alla discrezionalità, sempre più estesa, fino a diventare libero arbitrio, dei funzionari. Essi, è appena il caso di rilevare, operano sovente sulla correttezza formale degli adempimenti e non sui risultati, e godono di ampia discrezionalità nell’interpretazione di norme, leggi e regolamenti oscuri e intricati, nel cui contesto si creano gli spiragli favorevoli per l’infiltrarsi della corruzione. Il concetto di corruzione può essere facilmente esteso alla politica come, a esempio, nel caso in cui, in cambio di favori elettorali, è utilizzato il potere legislativo per far approvare leggi che assicurino vantaggi a un limitato gruppo di individui, o nel diverso caso dell’esercizio del potere per bloccare riforme e provvedimenti che, pur garantendo in ipotesi un aumento del benessere della collettività, possono danneggiare interessi particolari di lobby politiche ed economiche.

A fronte di ciò, la soluzione del problema della corruzione, che appare sempre più istituzionalizzata, è diventata cioè norma informale, non può essere individuata nell’adozione di ulteriori misure interventistiche, come invocate dall’opinione pubblica, che finirebbero per incrementare la presenza asfissiante dello Stato. È necessario invece un cambiamento radicale della struttura e dei compiti dello Stato e ridotto l’ambito di interferenza del potere pubblico, soprattutto nella fornitura dei cosiddetti beni collettivi, che sino a oggi hanno rappresentato una sorta di “cavallo di Troia” dell’interventismo economico e legislativo (Infantino). Il territorio lasciato scoperto dall’inferenza del potere pubblico, deve essere occupato dalla cooperazione sociale volontaria, alla quale affidare la soluzione del problema economico e la soddisfazione dei bisogni.

Non è una strada facile da percorrere. Anzi, è irta di ostacoli. Anche perché l’interventismo, è la malattia professionale di governanti, militari e burocrati, come ha sottolineato Mises, ed è altresì risaputo che ci sono uomini che trattano «lo Stato e i suoi uffici come semplici istituzioni adibite alla distribuzione di prebende» (Weber).

*In collaborazione con la rivista Liber@mente
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Re: Corusion taliana e romana

Messaggioda Berto » dom gen 05, 2014 9:32 am

Luciano Perelli
LA CORRUZIONE POLITICA NELL'ANTICA ROMA. Tangenti malversazioni malcostume illeciti raccomandazioni
Milano, Rizzoli, 1994
pp. 323

http://www.gatc.it/biblioteca/letture/p ... caroma.htm


Quest'opera è dedicata alla corruzione politica nella Roma repubblicana, un'epoca lontana ma travagliata da problemi etici della vita pubblica straordinariamente attuali. Una interpretazione diffusa della storia di Roma antica presenta l'epoca repubblicana come un periodo felice dal punto di vista della morale pubblica, popolato da uomini che agivano ispirati da nobili ideali nell'interesse di Roma, mentre all'impero sono attribuiti scadimento morale e corruzione. La realtà fu ben diversa.

Ciascun capitolo affronta un particolare aspetto della corruzione politica dell'antica Roma, corredando la trattazione di una scelta molto ampia di brani tratti da testi classici. Sono gli stessi autori che si studiano nelle scuole, curiosamente evitando quelle parti che trattano questioni tanto scabrose. Scorriamo brevemente i temi trattati nel volume.

La clientela era una associazione che legava un gruppo di persone di rango inferiore a un nobile, il patrono. In cambio di tutela e di assistenza giuridica, i clienti dovevano mostrare devozione al loro patrono, rendendogli numerosi servigi. Tra patrono e cliente esisteva un legame così forte che erano esentati dal testimoniare l'uno contro l'altro. L'esibizione di numerosi clienti da parte del patrono costituiva una fonte di prestigio e di potere di primaria importanza. Queste caratteristiche, secondo l'autore, fanno della clientela l'antecedente delle organizzazioni mafiose moderne.

I brogli elettorali. Il campionario dei metodi per alterare il risultato elettorale era molto vario: elargizioni di denaro e di favori agli elettori, pressioni e intimidazioni al momento del voto, faziosità e corruzione dei magistrati incaricati dello spoglio dei voti e della proclamazione del vincitore. Questo campionario di irregolarità era però continuamente contrastato da iniziative volte a garantire il regolare svolgimento delle elezioni.

La corruzione e le malversazioni dei funzionari dello stato affliggevano coloro che erano sottomessi alla loro autorità. Nonostante il generoso appannaggio ricevuto, i governatori delle provincie e gli alti gradi dell'amministrazione periferica spesso approfittavano con le irregolarità più diverse della propria posizione ai danni delle popolazioni soggette a Roma. Verre, il rapace governatore della Sicilia dei tempi di Cicerone, costituiva un caso tutt'altro che isolato. Ma la corruzione riguardava anche i gradini inferiori dell'amministrazione statale; gli storici classici si occuparono poco di questi episodi, troppo umili per meritare la loro attenzione. Più frequentemente sono citate le frodi dei publicani, titolari di lucrosi appalti statali. Un esempio è quello di Marco Postumio di Pyrgi, titolare di contratti di fornitura per l'esercito, il quale faceva affondare di proposito vecchie navi, dopo averle caricate di merci di poco valore, per richiedere allo stato l'indennizzo di un valore molto superiore.

L'amministrazione della giustizia è un altro settore della vita pubblica romana toccato da ampia corruzione. Il diritto romano classico, sul quale si sono formate generazioni di giuristi fino ai tempi nostri, è una elaborazione tardo-imperiale. Nei tempi più antichi la giustizia era amministrata da privati. Nell'epoca repubblicana il pretore, il magistrato pubblico incaricato dell'amministrazione giudiziaria, affidava i giudizi a un giudice scelto dalle parti o da egli stesso designato. L'assenza di un codice e di un corpo indipendente di magistrati specializzati rendeva il giudizio un evento in buona parte dipendente dalle pressioni, se non proprio azioni di vera e propria corruzione, che le parti in casua potevano esercitare sul giudice. L'autore presenta al lettore numerosi esempi di come i processi fossero spesso volti a favore di un personaggio ricco e potente. I processi erano pubblici, cosa che temperava gli eccessi della corruzione dei giudici e che faceva emergere l'attività di giudici integri e imparziali come termine di confronto per l'attività di tutti gli altri.

Non poteva mancare l'argomento delle raccomandazioni, un flagello che già allora minava l'efficienza dell'amministrazione pubblica. Agli inizi della sua storia Roma era dotata di un apparato statale molto snello, ma con l'allargarsi del dominio di Roma anche l'amministrazione statale divenne più estesa, con ciò moltiplicando i posti nelle carriere statali. La caccia al posto era l'attività principale dei rampolli dell'aristocrazia senatoriale e dei giovani rampanti delle classi emergenti. Per ottenerlo era necessario godere di influenti raccomandazioni, nelle quali non è possibile trovare traccia delle qualità specifiche che il candidato poteva vantare per occupare degnamente la posizione cui aspirava, ma solo l'esaltazione di generiche virtù e soprattutto della fedeltà del raccomandato.

La corruzione politica è un fenomeno che suscita reazioni contrastanti, di riprovazione e di condanna morale, talvolta di accettazione più o meno rassegnata. Può accadere che le ragioni e i sentimenti sui quali si fondano queste reazioni convivano in noi, formando un cocktail dal difficile equilibrio e dal sapore cangiante, raramente gradevole. La curiosità di saperne di più, di conoscere fatti e particolari, è però sempre forte.

Sicuramente l'opera appaga questa curiosità per quanto riguarda la storia di Roma antica. E' anche possibile che qualcuno trovi nella lettura dei poco edificanti episodi descritti dai classici l'amara consolazione che i tempi moderni non sono peggiori di quelli antichi in quanto a corruzione. Il lettore può trovare, però, la spinta per una riflessione più profonda sulla natura pervasiva della corruzione sui modi per combatterla e contenerne gli effetti deleteri. L'analisi storica può servire a sfrondare il problema della corruzione dalla retorica inutile e concentrare l'attenzione sui rimedi, in diversi casi indicati con sorprendente lucidità dai classici stessi. Giampiero Marcello

La corruzione politica e la connessione tra politica e denaro non è un fenomeno solo dei nostri giorni ma è sempre esistito nel corso dei millenni, in varie forme e con varia gravità. Nell'antica Roma, anche prima di arrivare al Basso Impero, diventato proverbiale come regno della corruzione, il fenomeno ebbe dimensioni almeno dieci volte superiore a quelle dei nostri tempi. Il volume documenta con grande copia di testimonianze di autori latini e greci i vari aspetti della corruzione politica durante la Repubblica e i primi due secoli dell'Impero: corruzione legata alle strutture clientelari della società, all'esistenza di potentati personali al di fuori e al di sopra del potere legale, all'importanza e al prestigio della ricchezza come strumento indispensabile di dominio politico. Il volume tratta di associazioni paramafiose (clientela e amicizia), corruzione elettorale e brogli, concussione e peculato, bustarelle, appalti e tangenti, vendita di posti e di cariche, corruzione dei giudici, potere delle raccomandazioni. Il lettore rimarrà impressionato dalle coincidenze col presente, spesso rilevate e sottolineate dal curatore.

LUCIANO PERELLI è stato docente di letteratura latina e di storia romana all'Università di Torino.
E' autore di numerosi saggi e articoli, e collabora a riviste specializzate.
Tra le sue pubblicazioni principali ricordiamo:
-Lucrezio poeta dell'angoscia (Firenze 1969), Il teatro rivoluzionario di Terenzio (Firenze 1973),
-Il movimento popolare nell'ultimo secolo della Repubblica (Torino 1982),
-Il pensiero politico di Cicerone (Firenze 1990), I Gracchi (Roma 1993),
-Storia del mondo antico (Torino 1989), S
-toria della letteratura latina (Torino 19942).



SOMMARIO

Introduzione 5

Avvertenza 20

CAPITOLO I
Le associazioni paramafiose: clientela e amicizia. I potentati personali 21

CAPITOLO II
Corruzione elettorale e brogli 71

CAPITOLO III
Concussione e peculato 131

CAPITOLO IV
Politica e affari: bustarelle, appalti e tangenti 195

CAPITOLO V
La corruzione della giustizia 245

CAPITOLO VI
Le raccomandazioni 281
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Corusion taliana e romana

Messaggioda Berto » sab gen 11, 2014 10:55 am

Entel Veneto dapò el desfamento e le straj de la I goera mondial:

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... ousion.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... sion-1.jpg


1. Lo scandalo dei magazzini di Castelfranco

Quando, con decreto 19 gennaio 1919, venne istituito il Ministero delle Terre Liberate, si convenne di creare a Castelfranco Veneto un complesso di magazzini ai quali far affluire il materiale destinato ai profughi ed ai bisognosi del Triveneto.
Merce da porre in distribuzione nella cittadina stessa della Marca ed in sedi distaccate, pure provviste di magazzino.

Ebbe così origine l'Ispettorato generale di Castelfranco, la cui direzione venne affidata al commendatore siciliano Arcangelo C., un pezzo grosso del Ministero dell'Interno, con specifiche esperienze nel campo dell' assistenza, avendo operato ai vertici dell'Alto commissariato per i profughi in quel di San Remo.

Qui lo aveva incontrato don Ferdinando Pasin, impegnato in un'opera di apostolato per i profughi, riportando l'impressione di essersi imbattuto in un ras.

Furono contemporaneamente aperti gli Ispettorati di zona, dipendenti da Castelfranco per le forniture, mentre l'Ispettorato generale continuò a mantenere una gestione autonoma anche quando vide la luce il ‘Ministerino’
di Villa Margherita.
A Castelfranco arrivava di tutto e da ogni parte, su iniziativa della beneficenza privata e per intervento statale, su dismissione di materiali dell'esercito e per decisione della Croce Rossa, in particolare di quella americana.

Conferire ordine e regolamentare non era facile, ma l'Ispettorato godeva di ampia discrezionalità di gestione, sempre però nel rispetto – da detto subito – delle finalità istituzionali e della legge.

"Il Ministero provvide al rifornimento di vasti magazzini. Tutte le province d'Italia con slancio generoso, inviarono ogni ben di dio che con altro materiale acquistato dal Ministero delle Terre Liberate, in maggioranza proveniente dalla armate, dagli ospedali di campo, dalla Croce Rossa Italiana, americana, inglese, francese, veniva immagazzinato a Castelfranco Veneto e desti-nato ai vari Comuni, secondo le richieste".

La solidarietà pubblica non è usa a certi riguardi.

Moltissima roba, nonostante alcuni inevitabili inconvenienti, anche parecchio spiacevoli, era in buono stato, mentre l'afflusso della lana appariva ininterrotto ed assai rilevante. L'ispettore generale si impegnò a dare un volto all'organizzazione. Poteva contare su una ventina di operai e su un centinaio di prigionieri austriaci, oltre che su alcune ragazze del luogo, addette alle scritturazioni.
Gli occorreva un vice, e lo trovò in Matteo P., un salernitano già archivista al Ministero degli Esteri; gli serviva un magazziniere capo, e la scelta cadde su Luigi A., un intraprendente giovanotto di Castelfranco, appena congedato, che diventò l'uomo di fatica del gruppo; necessitava di un ragioniere di fiducia per la contabilità dell'ufficio, ed ecco giungergli dal Ministero delle finanze un altro salernitano, Giuseppe S., mentre un secondo elemento di fiducia, da affiancare al giovanissimo capo magazziniere, risultò il napoletano Alfonso T.
L'arrivo più gradito al commendatore fu però quello della maestra friulana Anna G., già sua stretta collaboratrice a Sanremo, dove era giunta profuga. La scelta degli ispettori (o delegati) di zona venne stabilita in base a criteri che non fu possibile ricostruire.

Fino al luglio 1919 suppellettili e capi di vestiario erano distribuiti gratuitamente, poi si decise di farli pagare (come la lana, che a pagamento era stata fin dall'inizio) o di metterli in conto risarcimento per danni di guerra.

Decisione quest'ultima presa di concerto tra Ministero ed Ispettorato generale, che tra la gente aveva creato vivo malcontento.
Già la lana veniva spesso rifiutata proprio perché a pagamento; quando ad avere un prezzo fu anche il resto, i profughi disertarono i magazzini, convinti di ricevere un trattamento niente affatto di favore. La girata di spalle convinse il Ministero ad abbassare i prezzi, fino a renderli più accessibili, ma certo non ancora a portata di tutte le tasche. Nell'ottobre 1919 fu spedito a Castelfranco anche il cospicuo quantitativo di merce in deposito ai Filippini di Roma: si trattava degli oggetti di maggior valore, che in numerosi casi giunsero a destinazione prima che il Ministero avesse provveduto a stabilire il loro prezzo di vendita.


2. L'inchiesta ed il processo

Erano passati pochi mesi dall'insediamento degli Ispettorati, generale e zonali, allorché cominciarono a circolare voci sempre più insistenti di gestione allegra dell'assistenza, avvalorate dal tenore di vita mantenuto da alcuni dei responsabili, in modo particolare dal delegato di Conegliano, un monfalconese dal passato oscuro, che si rivelerà alla fine piuttosto torbido.

Raccolte e amplificate ne `La Riscossa', quelle voci provocarono l'apertura di un'inchiesta ministeriale, che, a cominciare dalla fine dell'aprile 1920 si tradusse in una serie di indagini avviate a Castelfranco ed estese alle delegazioni zonali in sospetto di illeciti.

I compiti assegnati ai tre ispettori incaricati dell'indagine furono facilitati inizialmente dal fatto che l'Arma dei carabinieri si era già mossa per proprio conto con lo stesso intendimento, ma prestissimo diventarono improbi, per la brevità del tempo concesso (cento giorni) e perché, più il lavoro procedeva più si moltiplicava e complicava.
Si trattava infatti di ricostruire una contabilità confusa, lacunosa, disordinata, rettificata in più punti all'ultim'ora; di sentire decine e decine di persone; di compiere puntate a Cornuda, a Conegliano, a S. Donà, alla stazione ferroviaria di Mestre, addirittura a Roma, perché erano emersi coinvolgimenti di funzionari capitolini, in servizio al Ministero delle Terre Liberate.

Per tutti prendeva corpo l'imputazione di peculato, ma gli indiziati apparivano suddivisi in tre gruppi: responsabili della gestione dei magazzini (a cominciare dall'ispettore generale), funzionari romani, commercianti e negozianti - generalmente lombardi o veneziani - incettatori soprattutto di lana da materassi e di coperte destinate ai profughi.

L'istruttoria si concluse il 10 agosto, quasi a tempo di record, con il rinvio a giudizio di 43 persone, di cui dieci in stato di detenzione, ventotto a piede libero e cinque latitanti.

I principali indiziati degli ispettorati di zona (Trento, Conegliano e Cornuda) erano riusciti infatti a dileguarsi, unitamente a due factotum del delegato di Conegliano; parecchi avevano evitato l'arresto risarcendo il danno procurato all'Erario prima della denuncia al giudice istruttore; qualcuno, infine, era stato rimesso in libertà a conclusione dell'istruttoria.

Il processo prese l'avvio a Treviso il 5 novembre 1920 per subire subito un rinvio.
Nel lasso di tempo intercorso tra la chiusura dell'istruttoria e l'apertura del dibattimento erano accaduti molti fatti importanti e per effetto di alcuni di essi il processo aveva addirittura corso il pericolo di venire celebrato altrove, essendo stata invocata la ‘legitima suspicio’.
Tra le toghe, si temeva che la popolazione, indignatissima per quanto era venuto allo scoperto, avrebbe esercitato una pressione intimidatoria nei confronti del Tribunale, condizionando la sentenza.

Più tardi si capì che il timore espresso altro non era che la maschera esteriore di una manovra volta a dirottare il processo a Roma, dove gli imputati di riguardo avrebbero potuto contare su una magistratura tradizionalmente amica del potere politico.

Troppi erano infatti coloro che paventavano le conseguenze della coloritura assunta dall'azione giudiziaria in conseguenza della robusta presenza (ben tredici imputati) sul banco degli accusati di funzionari romani di spicco.

‘La Riscossa’ andava apertamente parlando come di un processo alla burocrazia statale ‘tout court’, corrotta sì, ma come fatale conseguenza della corruzione diffusa in tutte le istituzioni dello Stato italiano.
In spasmodica attesa di ciò che sarebbe uscito dal dibattimento non era soltanto il ‘Veneto depredato’, ma l'intero Paese, come dimostrava la presenza a Treviso degli inviati dei giornali a diffusione maggiore.
Troppo scoperta sarebbe però risultata la mossa intesa ad allocare altrove il processo, per cui la difesa preferì alla fine puntare tutto sulla certificazione di manifeste dimostrazioni di squilibrio mentale da parte del maggiore degli imputati, come il comm. Arcangelo C., rilevate subito dopo l'arresto.

Questa clamorosa rivelazione andava ad aggiungersi ad un altro fatto sconvolgente, il suicidio in carcere per impiccagione del vicedirettore dei magazzini castellani, avvenuto il 22 ottobre. Giocando sull'effetto congiunto di questi due fatti sensazionali che, aggiungendosi alla latitanza di tre imputati di rilievo aveva prodotto un forte disorientamento nel foro trevigiano, gli avvocati della difesa chiesero a gran voce l'annullamento dell'istruttoria per tutta una serie di vizi di forma, reclamarono la cancellazione per inattendibilità della deposizione resa dal commendatore siciliano, invocarono – quanto meno – un congruo rinvio del processo, per non esser stati posti nella condizione di esaminare e vagliare l'intera documentazione raccolta dall'accusa.

Il Tribunale raccolse l'ultima delle istanze, rinviando il dibattimento al 29 maggio 1921.
Fu un successo vistoso della difesa, che ebbe così a disposizione oltre sei mesi per concertare l'intero ventaglio dell'azione ed impedire il sorgere di contraddizioni.

Ad approfittarne più di tutti furono i funzionari di Roma.
Quando, sul finire del maggio 1921, si riaprirono le porte del Tribunale di Treviso, erano in sette gli imputati in stato di detenzione e due soltanto i latitanti (i delegati di Cornuda e di Conegliano). La strategia adottata dalla difesa si rivelò subito nuovamente vincente e per giunta accompagnata da buona dose di fortuna.

Un collegio medico aveva confermato che l'ispettore generale di Castelfranco era fuori di senno, diagnosticando la malattia come ‘psicosi affettiva’. Sorta di squilibrio mentale alquanto strana perché seguita da guarigione nel novanta per cento dei casi, ma da curare con attenzione scrupolosa. In altre parole, il commendatore non si trovava al momento nella condizione di subire interrogazioni né di essere sottoposto a confronti.
Al Tribunale non rimase che prendere atto del referto medico ed ordinare lo stralcio dal dibattimento della posizione del principale imputato. E siccome egli appariva il filo conduttore dell’intera vicenda, questa venne a spezzettarsi in episodi singoli, ciascuno dei quali finì col fare capo a sé stesso.

Era veramente ammalato Arcangelo C. o si era riusciti a farlo passare per tale?
L'opinione di chi seguiva il processo era discorde, ma il più propendevano sul fatto che, con lo stralcio, il processo aveva subito una specie di svuotamento. "Così il dibattimento che si chiamava ‘Processo C.’ perde di quel prestigio che si era andato creando dinanzi alla folla e si riduce ad un dibattimento di minore importanza".('-' Assente il commendatore siciliano, la difesa fu incentrata sul presupposto che l'allegra gestione dell'assistenza era conseguenza delle bizzarrie di chi stava al timone, le quali erano peraltro i sintomi premonitori della malattia diagnosticata più tardi.
Irregolarità e colpe vennero sistematicamente ricondotte allo psicolabile ed al suo vice, morto suicida, con cinismo palpabile perché le irregolarità venivano fatte risalire al malato di mente e le colpe attribuite tutte al defunto.


3. Le imputazioni dei funzionari romani

Coloro che avevano seguito la faccenda fin dalla fase istruttoria non nutrivano dubbi sulla colpevolezza dei funzionari romani. I fatti sembravano parlare da soli. Coperti dalla ‘circolare Orlando’ finché la merce destinata ai profughi era rimasta in via Flavia, ai Filippini a Roma, essi avevano cominciato a calpestare la norma dal momento in cui si erano arrogati il diritto di fare man bassa del materiale in partenza dalla capitale per Castelfranco, e peggio si erano comportati in seguito, con gli acquisti grotteschi effettuati per il tramite dell'ineffabile commendatore siciliano.


Già avevano fatto mostra della loro natura vorace ritardando a bella posta ed oltre ogni limite di decenza la consegna della merce destinata a Castelfranco, pur di continuare nell'azione di depredamento (legale) della roba altrui.
Chissà per quanto tempo ancora avrebbero continuato a trattenerla a Roma, se non fosse venuto dal Governo l'ordine perentorio di sgomberare i magazzini per far posto agli alloggiamenti della Guardia Regia!
Non convinceva proprio nessuno l'assicurazione di avvenuti ripetuti solleciti per la definizione di un conto che non voleva arrivare mai.
A Castelfranco ci si nascondeva dietro la scusa che gli articoli scelti via via continuavano a rimanere senza prezzo. Ma questa scusa non poteva valere per Roma, perché i prezzi si stabilivano proprio lì, al Ministero delle Terre Liberate!

C'era poi la famosa lettera in data 2 aprile 1920 del vicedirettore dei magazzini di Castelfranco a dirla lunga sull'intesa truffaldina che legava i funzionari del centro a quelli della periferia.
Quanti erano ancora a non capire che si trattava di uno scandaloso scambio di favori tra impiegati di Roma ed impiegati di Castelfranco? Il comm. C. si sarebbe forse recato nella capitale e una, e due volte, con tanto di campionario dietro, come un qualsiasi commesso viaggiatore, solo per onorare l'ossequio che la periferia deve al centro? No di certo! Favore per favore, il commendatore siciliano vi andava per ottenere il ‘via libera' agli affari personalmente avviati nel Veneto devastato e razziato.
A provarlo, c'erano le spudorate ispezioni compiute dal sommo burocrate Aurelio S., direttore generale dei servizi amministrativi e contabili al Ministero delle Terre Liberate, concluse con spreco di complimenti e di lodi per l'impeccabile andamento della gestione, quando anche un bambino si sarebbe accorto del marasma che regnava sovrano a Castelfranco e dintorni.

Quanti avevano assistito alle udienze preliminari erano persuasi più che mai della colpevolezza dei funzionari romani per il non trascurabile particolare che, ad incriminarli, erano stati inquirenti i quali, per matrice professionale ed accento regionale, mostravano di appartenere alla stessa categoria: se mai fosse stato possibile, essi sarebbero stati i primi a cercar di portare a salvamento i colleghi!
Così ragionava la gente, e gli amici de `La Riscossa' gongolavano.

Quando prese la parola l'imputato di maggior rilievo, Aurelio S. armato fino ai denti di circolari ed appunti, la sicurezza degli astanti prese via via a vacillare e gli stessi membri del Tribunale rimasero sbalorditi.

Man mano che il suo discorso si andava dipanando, prendeva corpo una spiegazione dei fatti completamente inattesa, che l'intervenuto ebbe occasione di approfondire e rinvigorire nei giorni seguenti e che ebbe la conferma dell'ex ministro Cesare Nava, allorché venne a deporre.
Urgenti erano i bisogni, urgenti dovevano risultare anche i provvedimenti. Giudicare l'operato degli addetti all'assistenza usando lo stesso metro che si adopera per un qualsiasi altro ente pubblico, significa essere già completamente fuori strada. Più che la precisione, qui valeva la celerità, più che l'uniformità dei criteri, la tempestività degli interventi. Questi ultimi, come noto, avevano preso il via partendo dalla distribuzione ai profughi delle merci sottratte al nemico dalla nostra marina. C'era di tutto, c'erano anche articoli di lusso e di alta qualità, di certo non adatti ai bisogni dei profughi. Di qui le 'istruzioni Orlando', che consentirono la vendita a terzi del materiale più costoso, e in quanto tale ritenuto superfluo.

È diventata prassi normale nei Ministeri la cessione ai dipendenti, a prezzo di largo favore, di quantitativi di merce che, per una ragione o per l'altra, si trovavano a transitare nella sfera di competenza dei Ministeri stessi.
Il Ministero dei trasporti, per esempio, cede ai propri impiegati legna e carbone a prezzi stracciati.
Perché non si sarebbe dovuto introdurre agli Interni quella consuetudine che altrove andava benissimo? Lo si fece, e dagli Interni la consuetudine passò ali' Alto Commissariato prima e quindi al Ministero delle Terre Liberate.


Quanto ai prezzi da fissare, la questione non investiva neppure Castelfranco, trattandosi di materia di competenza politica: se, ciò nonostante, il comm. C. aveva deciso di vendere con pagamento differito sine die, vuol dire che era autorizzato a farlo, in conseguenza dell'ampia discrezionalità che gli veniva riconosciuta.
Quando i funzionari di Roma ricevettero l'ordine di pagare, pagarono, e non ha rilevanza se – a presentare il conto – fu la Commissione d'inchiesta anziché l'ispettore generale di Castelfranco.
Questo disse nel suo intervento il comm. Aurelio S., e continuò a spiegare ed a motivare le sue argomentazioni, su domanda, anche nei giorni successivi.
La logica serrata che attraversava tutta la deposizione dell'alto funzionario discendeva da principi che non erano familiari al pubblico trevigiano di allora, e ciò contribuiva ad accrescere la sorpresa e lo sconcerto.
Lasciando però perdere e logiche e principi ed affidandosi al comune buon senso, l'uditorio alla fin fine non capiva come mai la commissione d'inchiesta, pur trovandosi nella condizione di poter ottenere queste stesse precisazioni dai diretti interessati, non si fosse ad essi rivolta, considerando invece come atti penalmente perseguibili dei comportamenti che, al massimo, potevano incontrare biasimo e deplorazione, per l'avidità di accaparramento dimostrata da alcuni impiegati. ‘Complotto’, si affrettarono allora a spiegare gli avvocati difensori, complotto politico ordito dal neo sottosegretario alle Terre Liberate per gettare il discredito sui suoi predecessori, con la complicità della commissione d'inchiesta che si era mossa in ossequio alle sue direttive.
Non colpevoli, insomma, ma soltanto vittime i funzionari romani alla sbarra.

4. Viaggio nel pianeta burocrazia

a) Il primato dell'accessorio. – Se già il processo era risultato fortemente ridimensionato dallo stralcio subito, si poteva ora ben dire che il grande interesse suscitato all'inizio si era spento del tutto.
Presentato come "il processo al sistema ed alla burocrazia, non a qualche cavaliere e commendatore preso con le mani nel sacco della consuetudine",(si era ridotto al 'redde rationem' giudiziario di qualche commerciante disonesto e di alcune mezzecalzette. Ai redattori de `La Riscossa' non rimase che dar sfogo alla propria amarezza e confidare in una sentenza che comunque, a loro avviso, avrebbe dovuto "tener conto della deplorazione unanime che l'opinione pubblica ha già espresso contro sistemi usati ed abusati dalla burocrazia italiana del centro di Roma, disposta a tutte le concessioni più illecite, a tutti favoritismi politici, a tutte le illegalità rese legali da abitudini vergognose e da concessioni ministeriali degne del Messico".

È una considerazione che merita di essere approfondita, anche a costo di una lunga digressione, perché il ‘Processo delle Terre Liberate’ ha molto da dire a color che non si accontentano di inveire in continuazione contro la burocrazia italiana, ma si propongono altresì di conoscere di che pasta è fatta.

Aveva destato viva curiosità, non disgiunta da simpatia per l'inconsueta schiettezza, la deposizione resa dal cav. Erneste V., capo sezione al tesoro, comandato al momento alle Terre Liberate.
Se al suo collega Aurelio S. si deve dar atto di un'impeccabile esposizione tecnico-giuridica sulla cointeressenza degli impiegati amministrativi ai beni dei profughi, a lui si deve una versione pratico-dimostrativa della medesima e di numerose altre, versione che è specchio di una mentalità non estesa allora all'intero Paese, ma già tipica del suo apparato burocratico.

"Lo Stato – dice Ernesto V. - offre tre sorta di beneficio ai suoi funzionari: l'immediato, che è lo stipendio, quello differito, che è la pensione, e finalmente le concessioni speciali, che sono da considerarsi accessori interessanti, specie in ... tempi difficili".

Siccome "nei Ministeri si lavora poco", è possibile organizzarsi a meraviglia in vista dell"accessorio' , incaricando alcuni colleghi di mettere in piedi una sorta di cooperativa di consumo ad uso interno, completamente esente da spese di gestione, essendo gli addetti sollevati dai compiti professionali. Si giungeva così a vendere "stoffe, paletot ed altro agli impiegati. Ciò si faceva anche mediante avvisi. Vi erano impiegati che si occupavano specialmente della vendita di stoffe, sardine, burro, seta, copriletti, camicie, mutande con distribuzione di elenchi appositi".
Ma "chi forniva detta merce?", chiede ad un certo punto un avvocato.
E il cavaliere, imperturbato e conciso: "Lo Stato".

Conscio della generale meraviglia suscitata, anch'egli come il collega che lo aveva preceduto sostanzia le sue rivelazioni producendo e citando circolari.
Lo Stato consente – in sintesi – che vengano iscritte nei bilanci dei singoli Ministeri entrate ed uscite che corrispondono a privilegi riconosciuti agli impiegati capitolini.

Chi aveva imparato a conoscere costoro a dovere era Luigi Einaudi, che in un articolo apparso un paio d'anni prima sulla ‘riforma della burocrazia' li aveva dipinti a puntino.
Tutto il pubblico impiego era allora in agitazione per reclamare un aumento di stipendio e l'adozione dell'orario unico. Alla prima richiesta l'illustre economista risponde con un invito che suona ingenuo (o, piuttosto, provocatorio): lavorino di più e meglio, l'efficienza si tradurrà in maggiori entrate per lo Stato, e queste consentiranno il miglioramento retributivo, senza maggiori oneri per il contribuente.
La seconda richiesta gli dà chiaramente ai nervi.
"È una vecchia pretesa – egli dice – degli impiegati romani, i quali in genere sono la sezione meno produttiva del ceto.
Da come si sono abituati, orario unico e sei ore vorrebbe dire di fatto riduzione del lavoro, sì e no, a due tre ore mattutine".»

Einaudi tocca questi due punti allo scopo di introdurre sullo stesso articolo, scritto il 20 maggio 1919, l'argomento che più gli sta a cuore in fatto di burocrazia statale.
"L'impiegato è portato a considerare lo stipendio fisso come un diritto acquisito, una pensione di grazia, in cambio di cui non si ha il dovere di dar nulla. Il dovere di lavorare nasce solo quando cominciano le ore straordinarie, incerte e pagate in ragione del lavoro prestato". Significa che, siccome durante il cosiddetto orario di lavoro normale qualcosa comunque si fa, questo qualcosa va poi ricalcolato in termini orari e valutato in analogia allo straordinario; e poiché l'impiegato non rimane in ufficio oltre l'orario consueto, lo si farà passare per ‘intensificazione del servizio’'. Un altro ‘accessorio’', per usare il linguaggio di Ernesto V.

b) Una rivoluzione copernicana.

Erano trascorsi cinquant' anni appena dall'occupazione di Roma e conseguente sua proclamazione a capitale del regno e già la gente, qui da noi, cominciava a chiedersi dove fosse finito l'integerrimo corpo statale veneto e lombardo, oppure quello piemontese, meno irreprensibile, ma pur sempre efficiente e produttivo.

Nel breve volgere di mezzo secolo la capitale del regno, traslocata da Torino a Firenze e di qui a Roma, aveva visto svanire nel nulla la compagine burocratica settentrionale, rimpiazzata rapidamente dalla falange di impiegati accorsi dal Sud.

Passati in rassegna uno per uno, gli stessi imputati romani al processo delle Terre Liberate confermavano l'avvenuto esito del fenomeno. Il più settentrionale di loro era originario di Perugia, tutti gli altri erano nativi del Meridione o delle Isole. Vediamo dunque di capire, per quanto possibile, come erano andate le cose.

"Alla costituzione d'Italia era onore per i settentrionali concorrere ai pubblici impieghi, che godevano così alto prestigio in Piemonte. Ai concorsi la gioventù studiosa accorreva e l'amministrazione aveva anche pletora di tale personale, che doveva disseminare nel meridione e nelle isole. Sentimento di disciplina, spirito del dovere, esempio dei capi, scarsi e non sfacciati favoritismi del centro, anche per migliorare educazione politica dei rappresentanti del Paese, facevano sopportare ai neofiti i disagi di residenza impervia per posizione e scomoda per costume".

Impostazione corretta, che tuttavia già mostra di risentire di una prima ossidazione della memoria.

Gli impiegati in esubero al Nord, dove gli organici erano sempre mantenuti all'osso, venivano trasferiti nelle zone basse dello Stivale per favorire la politica di unificazione (o piemontesizzazione) del Paese intrapresa dai conquistatori.
Secondo i calcoli di costoro, l'enorme divario esistente tra le ‘due Italie’ sarebbe stato presto colmato costruendo strade e ferrovie, e conformando il comportamento della gente ai metodi amministrativi collaudati in Piemonte.
Il Sud però di impiegati statali ne aveva già a bizzeffe per suo conto, e il divampare del cosiddetto ‘brigantaggio’ rese prima patetica e poi impossibile la permanenza nel Mezzogiorno di funzionari settentrionali, segnando il clamoroso fallimento del primo tentativo di unificare i cittadini, dopo aver unificato il territorio.

Inoltre "col miglioramento delle industrie e commerci nel settentrione, e col decrescere del prestigio dei pubblici impiegati, i giovani settentrionali hanno cominciato a disertare i concorsi, mal tollerando i traslochi in paesi difformi per usi e costumi.

Al contrario, nel meridione coll'aumentare delle scuole e per naturale disposizione agli studi e desiderando posti tranquilli e sicuri è avvenuta una corsa all'impiego di Stato che vede raggiungere, negli ultimi concorsi, una percentuale quasi assoluta di meridionali ed insulari".

L'amnesia provoca la cancellazione di un intero passaggio della rivoluzione subita dalla compagine amministrativa italiana, e precisamente di quello connesso con il trasferimento della capitale, da Torino a Firenze prima, e da Firenze a Roma in via definitiva.

Fino al 1870, i ministeriali erano rimasti gente del Centro-Nord, e se era fallita l'omologazione amministrativa (salvo l'aspetto meramente formale) del Mezzogiorno, la meta direttiva continuava ad ispirarsi alla tradizione piemontese. Quando si trattò di trasferirsi a Roma, i guai spuntarono come funghi. A parte la sensibile differenza del costo della vita (a Roma tutto era più caro rispetto a Firenze), a parte la maggiore lontananza di molti dalle famiglie, che con la velocità dei mezzi di trasporto di allora era diventata proibitiva, la nuova capitale riservò ai funzionari venuti dal Nord un'accoglienza glaciale e sprezzante, emarginandoli socialmente.
Non appena l'occasione lo permetteva, i ‘buzzurri’ se ne andavano e nessuno – dal Nord – se la sentì di dar loro il cambio.
A rimpiazzarli ci pensò la classe impiegatizia meridionale, più adattabile e disponibile, conciliante e compiacente, più in sintonia insomma con l'ambiente romano. Emile Zola, in visita alla città sul finire del secolo scorso, colse a volo questo passaggio, lo descrisse lucidamente nei suoi appunti di diario e presagì l'inesorabile meridionalizzazione della capitale italiana.
Inoltre, mentre la vecchia dirigenza non era riuscita a disporre del Mezzogiorno, la nuova dirigenza trovò più tardi assai permeabile il Centro-Nord, verso il quale ebbe inizio il deflusso dei quadri inferiori.
La spedita industrializzazione di alcune regioni settentrionali completò il processo e compensò il progressivo venir meno delle possibilità di impiego statale. È a questo punto che il nostro articolista riacquista il filo della memoria e descrive in termini di attualità le conseguenze dell' avvenuto cambiamento.
"Ne consegue per ragioni di salute, per carattere naturale insofferente, per sentimento nostalgico il bisogno di frequenti viaggi e di lunghi congedi che per metodo ottengono poi delle lunghe proroghe. Ad essi si aggiungono i tentativi continui di trasloco, di aspettativa per malattia e il malcontento della residenza.

L'amministrazione, a sostituire gli assenti deve provvedere con missioni.
Questo spiega la pletora di personale. L'andazzo politico di alcune regioni dove il partito politico è costituto dalle clientele favorite aggrava il male: spesso l'amministrazione, per coprire alcune sedi, deve largheggiare in missioni, che fanno dimenticare il freddo e il disagio e che spesso non sono elargite ai migliori, ma ai più inframettenti. (...) Il danno per lo Stato, provocato più che della spesa, dal disordine, è immenso".

Male, anzi malissimo ha fatto il Parlamento, quando ha concesso al Governo la delega per la riforma della pubblica aiiiministrazione. Ciò ha significato porla graziosamente nelle mani dei vertici della burocrazia, proprio quelli che favoriscono l'afflusso al Nord del ceto impiegatizio meridionale, chiudendo entrambi gli occhi sul guasto che ne deriva. "È lo stesso che aver dato a Bertoldo l'incarico di scegliere l'albero su cui doveva essere impiccato".
Il Parlamento avrebbe invece dovuto stabilire dei punti fermi, gli stessi sostenuti dagli esperti, nell'interesse dell'intero Paese: decentramento amministrativo e reclutamento regionale degli impiegati pubblici.
"Il decentramento amministrativo è tesi che trova fautori nei vari partiti politici, e presso i competenti; indirettamente ne ha affermato la necessità anche il Senato, quando è insorto contro la tirannide, talora dissennata, cieca, presuntuosa dalla burocrazia centrale, che ha emanato una congerie di decreti legge, che talora sembrano il parto di menti rammollite."

c) La conferma viene dal mondo della scuola.

– All'imponente ingresso della borghesia meridionale nei quadri dell'amministrazione pubblica (ma anche della magistratura e dell'esercito), si andava accompagnando, fin dall'inizio degli anni venti, una vistosa immissione nelle scuole elementari del Settentrione di maestri venuti dal Sud.

La nostra analisi parte dalla denuncia apparsa su una delle riviste scolastiche più prestigiose – ‘I Diritti della Scuola’ – che svela e spiega il modo con cui in Sicilia si approda all'abilitazione magistrale. "Sembra che laggiù le licenze (magistrali), specie quelle (rilasciate a) militari, vengano vendute ad una tariffa oscillante tra le 600 e le 1.000 lire a seconda della votazione, per modo che barbieri, calzolai e giovanotti che in altri tempi avrebbero emigrato per fare i contadini, gli spazzini e i lustrascarpe, si trovarono improvvisamente maestri elementari, senza aver avuto mai niente in comune con la pedagogia, anzi in uno stato di compassionevole semialfabetismo.
(...) Si calcola che il numero delle licenze concesse ad ex militari, che prima della guerra non avevano mai avuto a che veder con magistero, s'aggiri intorno alle diecimila".

Ma a chi rifilarli poi questi neodiplomati senza arte né parte? Naturalmente al Nord, che con l'occasionale spostamento di masse dovuto alla guerra aveva avuto modo di esser conosciuto come abitato dagli individui più creduloni di questo mondo. "Se prima nei pubblici uffici un impiegato meridionale era una mosca bianca, un maestro elementare era addirittura inconcepibile.
Dopo la guerra invece non solo nei pubblici ma pure nei privati uffici i meridionali sono entrati ovunque tronfi di titoli dal primo all'ultimo e con una voglia di lavorare assai discutibile.
E nelle scuole elementari? Non solo nelle città, e nelle classi superiori, ma in campagna e nelle prime classi, maestri e maestre della Sicilia (...) si trovavano in ogni Comune. (...) Intanto migliaia e migliaia di insegnanti del Veneto che, attraverso mille sacrifici conseguirono un modesto ma realmente meritato diploma, sono da parecchi anni in attesa del loro turno per avere un posto qualsiasi, perché prima di loro sono stati classificati molte centinaia di colleghi del mezzogiorno".
Sembra cronaca di oggi; risale invece ad oltre settanta anni fa!

"Un'altra cosa è da osservare: detti impiegati, sempre rispettando le onorevoli e numerose eccezioni, piovono qui anche con l'aria di portarci quasi il progresso, la civiltà, la provvidenza, sebbene nove volte su dieci giungano con qualche mese di ritardo per ragioni di salute".
E qui si ripete la denuncia dei certificati medici compiacenti, destinati a proliferare soprattutto prima o dopo tutte le vacanze comprese nel calendario scolastico e che costituiscono "una speculazione caratteristica di prim'ordine importataci dai nuovi elementi". Solita, patetica invocazione finale, destinata a rimanere inascoltata. "Sarebbe tempo di tener presente che, se va bene essere tutti italiani, nelle scuole elementari specialmente nel Veneto, occorrono anzitutto insegnanti veneti, nel Piemonte insegnanti piemontesi, e così di seguito". Quel tempo non è ancora venuto.

d) Due culture a confronto.

Non siamo venuti meno al proposito di spiegare perché mai destò tanta meraviglia al processo di Treviso l'accenno all’‘accessorio’ dello stipendio fatto dal cav. Ernesto V. Né intendiamo lasciarci andare ad un antimeridionalismo di maniera, che immancabilmente si risolve in un esercizio verbale sterile e vano.

Solo che, per giungere a spiegare la portata dell’ “accessorio” nel pubblico impiego dovevamo per forza scendere alle radici, e queste affondano in un certo tipo di società. Si tratta della società in cui labile è il senso dello Stato e forte quello dell'individualità personale, in cui l'educazione alla scaltrezza ha la meglio sull'educazione alla legalità, in cui chi esercita il potere pubblico senza trarne un utile è considerato uno sciocco inguaribile, dove il favore personale prevale sull'imparzialità, l'amicizia sulla giustizia, il successo sulla rettitudine.

Qualcuno definisce ‘mediterraneo’ questo tipo di società, e ‘continentale’ la versione opposta.

Rispondono, ciascuno, a due mentalità antitetiche, a due diverse filosofie del vivere e dell'agire. Ritenere superiore la società continentale ed inferiore l'altra significa semplicemente porsi dal punto di vista della prima per pronunciare la condanna della seconda. É utile piuttosto prendere atto che ognuna si regge su equilibri interni propri, che conseguono a due mentalità non componibili fra loro, all'interno delle quali tutto acquista un colore ed un significato differente.
Diversa è la scala dei valori (a cominciare dallo stesso valore della vita), diversa l'etica del lavoro, diverso il modo di intendere l'istanza religiosa pur nell'apparenza al medesimo credo, diversa la concezione della giustizia, diverso il rapporto interpersonale, quello intrafamiliare, quello parentale, quello societario.

Poiché nel comportamento la comunità mediterranea mostra di conformarsi ad un codice condiviso, ancorché non scritto, preferiamo parlare di 'cultura mediterranea' in opposizione ad una ‘cultura continentale’.

Inserita in una fetta di territorio del cosiddetto mondo occidentale, la cultura mediterranea è costretta a fare i conti con le istituzioni dello stato moderno, estranee al suo modo di vedere e di sentire. Trovandosi obbligata ad accettarne la presenza, affina le sue doti di scaltrezza, enfatizzando nei loro confronti l'ossequio formale e perfezionandone nel contempo il boicottaggio.
Di qui l'inevitabile paradosso della sua burocrazia, 'continentale' nei riferimenti normativi, ‘mediterranea’ nelle traduzioni pratiche. Di qui tutto un sottile lavorio, inteso a far passare come legale ciò che invece dovrebbe essere considerato illecito, e come penalmente non perseguibile ciò che dall'opposto punto di vista appare ripugnante.

È pensando a tutto questo che ci siamo permessi di definire ingenua l'esortazione di Einaudi ed è questo, più o meno, ciò che l'on. Bergamo si sforza di far capire ai giudici durante la sua seconda deposizione al Tribunale di Treviso.
"Se il ministro (Nava) disse che i suoi funzionari erano autorizzati a prelevare, allora l'accusa contro di essi deve per forza cadere. (...) Per me la gestione Nava è incriminabile tutta o è incriminabile solamente il ministro".
O i funzionari romani hanno contravvenuto a regole riconosciute (ed allora o sono colpevoli loro o è colpevole il ministro) oppure quelle regole sono state furbescamente aggirate (ed allora è corrotto il regime).

Di cultura mediterranea è impregnata da tempo, come già abbiamo avuto modo di vedere, tutta la burocrazia centrale, e ai nostri giorni anche quella periferica ha finito con l'assorbirla in preponderante misura. È avvenuto così che la filosofia di vita condensata nella formula ‘e chi te lo fa fare?’ (con quel che ne segue) ha creato proseliti dappertutto; fu sull'onda di questo interrogativo esistenziale che “l'accessorio” fece il suo ingresso in periferia, e naturalmente anche al Nord, sotto l'aspetto dei cosiddetti “diritti casuali” di ormai lontana o defunta memoria. Nella voce `diritti casuali' rientrano tutti i balzelli impropri richiesti `apertis verbis' ai cittadini da impiegati pubblici per il rilascio dovuto di un qualsiasi documento amministrativo.

Da Presidente della Repubblica dovete occuparsene Luigi Einaudi, indirizzando un messaggio al Parlamento.
La materia era dunque diventata scottante assai oltre i termini temporali di questo lavoro, ma sviluppava premesse che erano già state poste negli anni di cui ci stiamo occupando, per cui non sarà male rifletterci un pochino sopra. Se il significato profondo della Storia consiste nel tentativo di comprendere il presente attraverso la conoscenza del passato (altrimenti la Storia si ridurrebbe a mera curiosità), ciò che vediamo accadere oggi in Italia sa moltissimo di reiterazione di quell"illecito legalizzato' che venne episodicamente a galla al processo di Treviso e naviga ora invece in superficie.
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Re: Corusion taliana e romana

Messaggioda Berto » lun feb 03, 2014 4:59 pm

Corruzione: da sola l’Italia rappresenta la metà dell’intera UE

http://www.lindipendenza.com/corruzione ... lintera-ue

Il totale dei costi diretti della corruzione in Italia ammonta a 60 miliardi di euro ogni anno, pari al 4% del Pil italiano. È quanto si sottolinea nel primo rapporto Anti-corruzione della Commissione europea, che cita i dati della Corte dei conti. I danni provocati dalla corruzione in Italia sono pari alla metà del totale europeo, indicato dalla Commissione in 120 miliardi di euro l’anno.

Il 97% degli italiani ritiene che la corruzione sia un fenomeno dilagante in Italia (contro una media Ue del 76%) ed il 42% afferma di subire personalmente la corruzione nel quotidiano (contro una media Ue del 26%). Per l’88% degli italiani corruzione e raccomandazioni sono spesso il modo più semplice per accedere a determinati servizi pubblici (contro una media UE del 73%). Emerge dai due sondaggi di Eurobarometro sulla corruzione, pubblicati oggi dalla Commissione Ue. Secondo quanto segnala lo studio, la mancanza di fiducia nelle istituzioni pubbliche è molto diffusa: le figure pubbliche verso le quali vi è maggior sfiducia sono i partiti politici, i personaggi politici ed i funzionari responsabili dell’aggiudicazione degli appalti pubblici e del rilascio delle licenze edilizie.

Quanto alle esperienze dirette in casi di corruzione, il sondaggio mostra per l‘Italia risultati migliori rispetto alla media dell’Ue: solo il 2% afferma infatti di essere stato oggetto di richieste o di aspettative di tangenti nell’ultimo anno (contro una media europea del 4%). Il 92% delle imprese italiane ritiene che favoritismi e corruzione impediscano la concorrenza commerciale (contro una media Ue del 73%), il 90% pensa che la corruzione e le raccomandazioni siano spesso il modo più facile per accedere a determinati servizi pubblici (contro una media Ue del 69%), mentre per il 64% le conoscenze politiche sono l’unico modo per riuscire negli affari (contro una media Ue del 47%). Secondo il Global Competitiveness Report 2013-2014, la distrazione di fondi pubblici dovuta alla corruzione, il favoritismo dei pubblici ufficiali e la progressiva perdita di credibilità etica della classe politica agli occhi dei cittadini sono le note più dolenti della governance in Italia. Per gli italiani la corruzione è un fenomeno diffuso negli appalti pubblici gestiti dalle autorità nazionali (70% contro il 56% della media Ue) e negli appalti gestiti dagli enti locali (69% contro il 60% della media Ue). Nello specifico gli intervistati italiani ritengono le seguenti pratiche particolarmente diffuse nelle gare d’appalto pubbliche: capitolati su misura per favorire determinate imprese (52%); abuso delle procedure negoziate (50%); conflitto di interesse nella valutazione delle offerte (54%); offerte concordate (45%); criteri di selezione o di valutazione poco chiari (55%); partecipazione degli offerenti nella stesura del capitolato (52%); abuso della motivazione d’urgenza per evitare gare competitive (53%); modifica dei termini contrattuali dopo la stipula del contratto (38%).
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Re: Corusion tałiana e romana

Messaggioda Berto » gio feb 06, 2014 8:28 am

Il dr. Garagozzo, Agenzia delle Entrate: un italiano vero, in galera!


http://www.lindipendenza.com/il-dr-gara ... -in-galera

De Tontolo

Emerge con crescente chiarezza la straordinaria efficienza dello Stato italione e in particolare della mitica Agenzia delle Entrate. Le retate nelle più famose località turistiche sono riuscite a fare grande pubblicità all’operatività da telefilm americano dei solerti finanzieri, a fare vedere la mano dura dello Stato contro quei mascalzoni di evasori, a fare piangere anche i ricchi e – naturalmente – forse anche a recuperare qualche soldino. Ma c’è di più e di meglio. Qualche figuro ha insinuato che i blitz avessero anche un risvolto negativo nel colpire l’iniziativa privata in tutte le sue forme. Invece no! Si è scoperto che favorivano proprio la più privata delle iniziative, quella dell’economia creativa. Nel corso dell’azione lampo contro gli orafi di Ponte Vecchio, qualche televisione aveva mandato in onda l’intervista a tale dottor Nunzio Garagozzo, direttore dell’Agenzia delle Entrate di Firenze, che – col piglio severo del fedele servitore dello Stato – stigmatizzava l’efficienza dell’operazione e il suo ruolo di “esempio” e monito per tutti i birichini. Oggi si scopre che lo stesso utilizzava anche le ispezioni per arrotondare: è finito in carcere per concussione e induzione alla corruzione. Insomma faceva cassa chiedendo agli inquisiti un bakshish per “chiudere un occhio” su taluni comportamenti troppo disinvolti. Il sito dell’Agenzia riporta, in nome della trasparenza, i curricula dei suoi funzionari ma omette la provenienza. Nome e cognome del Nunzio Garagozzo non lasciano però dubbi: è un italiano vero.
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