Axiago, Asiago, Axleghe, Slege

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Messaggioda Berto » sab nov 18, 2017 11:39 pm

Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Axiago, Asiago, Axleghe, Slege

Messaggioda Berto » sab nov 18, 2017 11:41 pm

???


Asiago (Slege in cimbro[3], pronuncia ['zle:gə]; Schlägen in tedesco) è un comune italiano di 6 403 abitanti della provincia di Vicenza in Veneto.

https://it.wikipedia.org/wiki/Asiago

Il toponimo Asiago è di origine latina (???) e dimostra come i Cimbri si siano insediati su un territorio già in parte abitato da popolazioni romanze. Citato per la prima volta nel 1204 come Axiglagum, sembra essere un prediale riferito a un Asellius o a un Acilius (analogamente ad Asigliano Veneto, sempre in territorio vicentino).

In passato erano diffuse varianti del tipo Aselago e Asegiago, quest'ultima ancora utilizzata da Gaetano Maccà e attestata da Dante Olivieri. La forma cimbra Slege dovrebbe esserne un adattamento (Aselago → Selago → Slago → Slege) e non ha quindi fondamento la paraetimologia che vorrebbe il toponimo derivato dal tedesco (Holz)schläge "taglio di boschi", riferimento all'attività dei coloni bavaresi.


Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... o-utet.jpg



???


schlagen v. (schlägt; schlug, geschlagen) I tr.


http://dizionari.corriere.it/dizionario ... agen.shtml

1 (hauen) battere, picchiare: mit der Faust auf den Tisch schlagen battere il pugno sul tavolo.

2 (prügeln) battere, picchiare, bastonare: ein Tier mit dem Stock schlagen picchiare un animale col bastone.

3 (werfen) tirare: den Ball ins Netz schlagen tirare la palla in rete.

4 (hineinschlagen) piantare, conficcare: einen Nagel in die Wand schlagen piantare un chiodo nel muro; Pfähle in die Erde schlagen conficcare pali nel terreno.

5 (fällen) abbattere, tagliare: eine Tanne schlagen abbattere un abete; Holz schlagen tagliare legna, fare legna.

6 (klingen lassen) suonare, battere: die Trommel schlagen suonare il tamburo.

7 (zupfen) suonare, pizzicare: die Laute schlagen suonare il liuto.

8 (in Bez. auf Uhren) battere, rintoccare, suonare: die Uhr schlägt Mitternacht l'orologio batte la mezzanotte.

9 (einwickeln) avvolgere: etw. in Papier schlagen avvolgere qcs. nella carta, incartare qcs.

10 (hüllen) mettere: sich einen Mantel um die Schultern schlagen mettersi un mantello sulle spalle, avvolgersi le spalle in un mantello.

11 (Gastron) battere, sbattere: Eier schlagen battere le uova.

12 (treiben) battere, lavorare (a sbalzo): Gold schlagen battere l'oro.

13 (formen) battere: Blech schlagen battere la lamiera; (ant) (prägen) battere, coniare: Münzen schlagen battere moneta.

14 (fig) (besiegen) battere, sconfiggere, vincere: das Heer hat die feindlichen Truppen geschlagen l'esercito ha battuto le truppe nemiche.

15 (in Brettspielen) mangiare: einen Stein schlagen mangiare una pedina.

16 (ziehen) tracciare, descrivere: einen Kreis schlagen tracciare un cerchio.

II
intr. (aus. haben)

1 (hauen) battere, picchiare.

2 (einen Schlag versetzen) dare un colpo.

3 (klopfen) battere, picchiare, bussare: an die Tür schlagen bussare alla porta.

4 (des Herzens) palpitare.

5 (prasseln) battere, picchiare: der Regen schlägt an die Fensterscheiben la pioggia batte contro i vetri della finestra.

6 (prasseln: in Bez. auf Wellen u.Ä.) battere.

7 (sich stoßen) battere, (andare a) sbattere: mit dem Kopf an eine Kante schlagen battere con la testa contro uno spigolo.

8 (einschlagen) cadere, abbattersi: der Blitz schlug in einen Baum il fulmine cadde su un albero.

9 (schwenken) sbattere, battere: das Fenster schlägt im Winde la finestra sbatte al vento.

10 (lodern) levarsi, uscire, divampare: die Flammen schlugen haushoch aus dem Dach le fiamme si levarono altissime dal tetto.

11 (singen) cantare: die Nachtigallen schlagen gli usignoli cantano.

12 (klingen) suonare.

13 (von Trommeln) rullare.

14 (in Bez. auf Uhren) suonare le ore, battere.

III
intr.impers. (aus. haben)
suonare, battere: es hat eben neun (Uhr) geschlagen sono appena suonate le nove.

IV
prnl. sich schlagen

1 battersi, picchiarsi: sich mit jdm. schlagen fare a cazzotti con qcu.

2 (colloq) (sich reißen) battersi (um [acc.] per), contendersi, disputarsi (qcs.).

3 (sich duellieren) battersi (in duello), duellare.

4 (kämpfen) battersi, combattere: die Mannschaft hat sich gut geschlagen la squadra si è battuta bene.
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Re: Axiago, Asiago, Axleghe, Slege

Messaggioda Berto » sab nov 18, 2017 11:42 pm

Cfr. co

Sicuramente il nostro Asiago (Asleghe) dell’Altipiano dei 7 Comuni è da mettere in relazione con quest'altro toponimo tirolesi; lungo il probabile tragitto della migrazione delle genti bavaro-alemanno-tirolesi nei monti vicentini (i due toponimi sono pressochè identici):

Aslago - Oltrisarco

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... Aslago.jpg


http://it.wikipedia.org/wiki/Aslago
Oltrisarco-Aslago (in tedesco: Oberau-Haslach obəʁɑʊ has’lax) è una delle cinque circoscrizioni cittadine di Bolzano. Con circa 13.500 abitanti è la meno popolata e con una densità di popolazione complessiva più bassa della media cittadina (1.869 ab./km²). Tuttavia nel territorio è inclusa la vasta zona produttiva di Bolzano Sud e in realtà la densità nei quartieri è molto alta. In città è l'unica circoscrizione dove la presenza maschile supera quella femminile. Tra le circoscrizioni è la seconda con la più alta percentuale di stranieri: al 31.12.2006 erano 1.585, corrispondente al 11,7% della popolazione totale.

http://www.comune.bolzano.it/quartieri_ ... D_LINK=797
http://www.weinstrasse.com/it/citta-di- ... slago.html
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Re: Axiago, Asiago, Axleghe, Slege

Messaggioda Berto » sab nov 18, 2017 11:44 pm

La colonizzazione germanica dell'Altipiano di Asiago

http://picasaweb.google.it/pilpotis/LaC ... noDiAsiago


Immagine


Storia e geografia della colonizzazione germanica medievale
(in ste pajine no se trata de łi jermani goto-longobardo-franki rivasti dal V° al IX secoło; ma de coełi dopo)

di Sante Bortolami, Paola Barbierato

Un mondo in costruzione: l’Altopiano nei secoli XI-XIII
di Sante Bortolami

...

Verso un mondo di “cimbri”?

Note di antroponimia e di toponomastica

È cosa nota che a partire dall’annessione delle regioni venete alla Marca di Carinzia e dalla costituzione di una autonoma Marca Veronese scorporata dal Regno Italico nella seconda metà del X secolo [cfr. Castagneto, 1985, p. 11], la politica degli imperatori sassoni mirò a precostituire nella nuova circoscrizione pubblica creata a sud delle Alpi una robusta trama di favorevoli collegamenti feudali sia nelle città che nelle campagne, insediandovi spesso marchesi, conti e soprattutto vescovi di origine germanica alla guida delle tradizionali strutture d’inquadramento territoriale [Schwartz, l 913; Hlawitschka,1960] .

Che un simile processo abbia comportato movimenti consistenti di personale militare transalpino destinato a radicarsi e spesso ad affermarsi tra i quadri dell’aristocrazia italica è fatto anch’esso comunemente ammesso [Castagneto, 1990; Haussmann, 1983, pp. 547-596].

Ci sfuggono però ancora, a dire il vero, tutte le implicazioni di un fenomeno del genere; e in particolare se e in che misura esso ebbe un’incidenza sulla qualità della spinta colonizzatrice che investì principalmente, appunto, regioni come quelle trivenete, cui si riconosceva una decisiva funzione di raccordo tra il mondo tedesco e la penisola.

In un simile contesto s’inquadra la questione, ancora ricca di risvolti non chiari, sulla quale si sono affilate soprattutto le armi dei glottologi (le ideolojie al lavoro per falsificare la realtà) dall'Ottocento ad oggi: quando e con quali modalità si sono create le isole alloglotte tedesche trivenete e, nella fattispecie, quella dell’Altopiano dei Sette Comuni?

Una questione che si raccorda a quella, meglio approfondita ma anche più ipotecata da preoccupazioni extrascientifiche, della germanizzazione medievale del Trentino-Tirolo [Leitner, Haider, Riedmann, 1985; Rogger, 1987, pp. 45-51].

Abbandonate indimostrabili idee sulla continuità di stanziamenti barbarici antichi o tardoantichi e vecchie tesi “pangermaniche” che arrivavano addirittura a intravedere nella minoranza etnica della nostra zona «i resti di un’antica popolazione germanica che si univa alla madrepatria senza discontinuità di territorio fino al secolo XIII» [Frescura, 1894-1898, vol. II, pp. 37-38, ma anche Cipolla, 1882, pp. 7-8], sembra oggi prevalere anche fra gli storici l’opinione di una graduale immigrazione di genti germaniche intervenuta all’incirca tra il Duecento e il Trecento, che avrebbe finito per soverchiare il sostrato romanzo rimastovi
[no ghe jera gnaon sostrato romanxo, ghe jera caxo mai on strato goto-longobardo-franco so on sostrato veneto; so i monti veneti no ghe jera purpio o coaxi nesun latin e gnaon romanxo e poca ma poca xente].


In particolare, dopo le giudiziose ma più che centenarie ricerche del Cipolla [cfr. Cipolla,1882, e Bologna, 1876], si tende a sponsorizzare l’idea di una derivazione abbastanza univoca e cronologicamente circoscritta dell’elemento germanico nel Trentino meridionale (so on sostrato retego e on sora-strato jermanego goto-longobardo) e nelle Prealpi vicentine e veronesi (solkè çinbro o prevałentemente çinbro).

Secondo tale ipotesi, da un iniziale stanziamento sull’Altopiano di Lavarone, patrocinato nel 1216 dal vescovo di Trento Federico Wanga d’intesa con i signori Olderico ed Enrico da Beseno, certamente "tedeschi" come il presule, anche se insediati nel Trentino meridionale, le «tribù tedesche nomadi [...], menando seco i loro armenti, di pascolo in pascolo, di monte in monte» si sarebbero infiltrate gradualmente sull’altopiano di Asiago da un lato e dall’altro avrebbero oltrepassato l’Astico, raggiungendo e occupando verso la fine del Duecento le montagne dell’alta valle dell’Agno; di qui, attraverso il “ponte” di Recoaro, si sarebbero spinte ancora più a est, disseminandosi sui Lessini veronesi, dove il Cipolla è propenso a escludere qualsiasi presenza di allogeni prima del 1287 [Cipolla, 1882, pp. 60-61 ] .

Presso i linguisti, d'altro canto, prevalgono oggi prospettive che, sia pure con sfumature diverse, inclinano a riconoscere negli alloglotti tedeschi dei Sette Comuni vicentini dei tirolesi occidentali o comunque degli oriundi dall’area dialettale bavarese calati in queste zone in un periodo collocabile intorno alla metà del XII secolo [Heller,1982, pp. 51-58; Vigolo, 1987, pp. 17-28; Heigl, 1974; Hornung, 1984, pp. 47-53 e 1988, pp. 13-24; Pisani, 1979, pp. 39-41; Pellegrini, 1979, pp. 365-384] .

In realtà, senza negare un intensificarsi delle migrazioni di lavoratori tirolesi, bavaresi, svevi, carinziani e stiriani - specialmente contadini, minatori, boscaioli - a partire dal XIII secolo, è da pensare che una costante pressione di genti germaniche sul versante meridionale delle Alpi, variamente pilotata da poteri pubblici e privati di quelle zone, si sia mantenuta anche nei due-tre secoli precedenti, con effetti ben visibili anche in tutto il Veneto settentrionale.

Si pensi, per fare un esempio che va a smentire tradizionali convincimenti, al caso delle minoranze tedesche massicciamente insediate sulle montagne circostanti Valdagno, nei piccoli centri di Muzzolon, Quargnenta, Selva di Trissino, Rovegliana, Altissimo, Cerealto, San Pietro Mussoline.
L’opinione corrente in proposito è che tale situazione abbia avuto inizio solo dal 1288, quando un gruppo di consorti forestieri capeggiati da tale Olderico Falileane de Falde avrebbe concordato a certi patti con i signori del luogo il popolamento (o il ripopolamento) delle «contrade e selve» di Trissino con la costruzione di trentasei masi e di una chiesa [cfr. Morsolin,1881, pp.169-178] .

Documenti più recentemente affiiorati provano invece che già nel 1224 dei parlanti la lingua tedesca (tiatonici) risiedevano nel territorio di Valdagno [Grigoletto, 1988, doc. II, p. 195]; e d’altra parte la stessa stirpe nobiliare dei Trissino, loro signori, che secondo un’attendibile informazione cronachistica apparterrebbe a un ceto di vassalli imperiali scesi in Italia al seguito di Enrico II nel 1004 [Pagliarini, 1990, pp. 238-239], è effettivamente più antica di quanto fino ad oggi si è ritenuto, dal momento che la si trova insediata nella valle già nel 1090, molto probabilmente con servitù sia transalpina sia italica [CDP, I, doc. 303 p. 328] .

Per gruppi più o meno consistenti, ma sempre comunque tali da segnalarsi per una loro almeno iniziale eterogeneità rispetto al circostante tessuto sociale, elementi oriundi dalle regioni germaniche ebbero sicuramente modo di stanziarsi anche altrove nel Vicentino fin dall’XI secolo, con spiccata preferenza per le zone collinari e montuose.

Ad esempio, tra le terre che il vescovo Leudigerio (uno di quei presuli vicentini dell’XI secolo «sempre più risucchiati dentro l’impero» che fu tanto legato alla Chiesa tedesca da essere ricordato nel 1072-1073 tra i vescovi defunti nel Liber Pontificalis di Eichstätt [fracco, 1988, pp. 380-382; Rande, 1991, pp. 49-59]) donava al monastero di San Pietro nel 1068, ve n’era una, nei dintorni di Altavilla, chiamata Runco Tutisco, dove si prevedeva di impiantare una corte [Gualdo, 1954, doc. 24 p. 54] (e forse memore di questi precedenti il suo successore nella cattedra vicentina avrebbe tentato di attirare ancora nel 1328-1329 un gruppo di lavoratori teutonici sulle stesse colline di Altavilla allo scopo di ammansare oltre seicento campi d’incolto) [Morsoletto, 1990, pp. 178-180] .

Ancor prima, nel 1033, in prossimità dell’Astico sono menzionate una silva Alamanna e un’altra selva detta Mugla, pure trasferite dalla mensa vescovile ai monasteri di San Felice e di San Pietro ad opera del presule Astolfo, fedelissimo dell’imperatore Corrado II e del figlio Enrico [Gualdo, 1954, doc. 12 p. 29].

A Bassano nel 1175 erano ben nove i todesci (immigrati di fresco per essere così denominati) che partecipavano regolarmente alla vita del comune [Verci, 1779, doc. XL pp. 62-64] .
Un Uguccione di Enrico Tedesco, proveniente da Marostica, nel 1189 rivestiva addirittura l’ufficio di procuratore del comune di Vicenza [Verci, 1779, doc. LII p. 96; ma cfr, anche Scarmoncin, 1986, doc. 60, pp. 114, 238, 248, VI p. 273] .
Nelle campagne di Marostica, vero "occhio" dell’Altopiano, verso la metà del Duecento è normale trovare persone chiamate Olderichus Todeschus, Albertus Iohannis Tedeschi, Michael Todeschus, Blancus Encontri Tedeschi e persino una contrada detta dei Latini (hora Ab Latinis), da intendere probabilmente come "ladini" [cfr. Carlotto, Varanini, 2006, pp. 72, 82, 93, 28 1, 301 ].

Esistono insomma numerose spie che fanno pensare a un’ininterrotta infiltrazione, avvenuta in tempi e per ragioni diverse specialmente dopo il Mille, di piccole ma attive minoranze etniche del genere sulle montagne, nelle valli e lungo i passi posti anche più a sud dell’episcopato trentino.
Un fenomeno, questo, comprensibile anche alla luce dell’importante ruolo che vescovi, grandi vassalli, ministeriali sia “latini” sia “teutonici” di quest’ultimo principato territoriale di cerniera fra Germania e Italia [cfr. Huter, 1937, doc. 150 p. 69, del 1124] svolsero soprattutto dal Duecento come vettori e smistatori di genti germaniche sul versante alpino meridionale.

Nel caso specifico dell’Altopiano, non va dimenticato che proprio la sperimentata necessità di presidiare con forze fedeli le vie che da Trento potevano offrire percorsi alternativi alla val Lagarina per raggiungere il planum Italiae indusse verosimilmente gli imperatori germanici a vigilare su passi e chiuse e a favorire la moltiplicazione di castelli e centri abitati in cui non fu difficile insediare quote più o meno consistenti di popolazione tedesca. Valga o no l’identificazione del monte Longara con quel mons Ungdricus
sul quale, sbarrate a sud di Trento le strade di fondovalle, il duca Ottone di Carinzia nel 1002 fu costretto ad attendere e ad affrontare le truppe lombarde di Arduino d’Ivrea, è giocoforza riconoscere l’acrocoro dei Sette Comuni almeno nel «montem clusis superpositum» da cui, due anni dopo, i contingenti militari imperiali avrebbero aggredito gli italici, costringendoli a gettarsi a precipizio dai dirupi o ad annegare nel Brenta [ Thietmari Merseburgensis episcopi, 1955, pp. 249-251, 278].
Se si considera poi che il “cavaliere con un solo cavallo” Ecelo di Arpo (entrambi i nomi riportano a consuetudini onomastiche notoriamente diffuse nei lignaggi nobiliari del ducato di Baviera), capostipite dei Da Romano, secondo le più autorevoli e verosimili ipotesi sarebbe sceso in Italia con l’imperatore Corrado II tra il 1027 e il 1036, per divenire il vero tutore della valle del Brenta e delle adiacenti montagne, nulla impedisce di ipotizzare che anche con lui e per suo tramite nuclei tedescofoni abbiano intensificato la loro penetrazione in queste zone fin dai primi decenni dell’XI secolo, affiancandosi alla non numerosa popolazione locale (in buona parte di orijine longobarda) o mescolandosi con essa.

A lui e ai successori, del resto, non sarebbero mancate le possibilità di attirare dalle superiori regioni tirolese e bavarese e dalla stessa diocesi trentina abbondante personale da lavoro e da servizio col duplice scopo di popolare e difendere i propri domini.
Basti pensare che, per quanto ne sappiamo, già prima del 1159 i Da Romano prestavano il loro servizio di vassalli a sud delle Alpi ai vescovi di Frisinga, i quali fin dal Mille avevano beni a Godego, presso Castelfranco, e a San Candido, in val Pusteria [Bortolami, 1992, p. 4; Collodo, 1987, pp. 351-389]; che fra XII e XIII secolo la stessa famiglia continuò a intrattenere relazioni d’amicizia e addirittura di parentela con la più scelta nobiltà tirolese di costume tedesco, come i conti di Tirolo, i conti di Appiano, i signori di Egna, gli stessi castellani di Beseno [Riedmann, 1977, pp. 7-56; ACVTV, cod. AC, ff. 14r-16v, del 4 e 24 novembre e 8 dicembre 1223]; che lo stesso Ezzelino il Tiranno, infine, il quale potè sempre contare invita su un contingente di alcune centinaia di fedelissimi theutonici stabilmente acquartierati a Fontaniva e aveva a disposizione nel suo esercito gente esperta di cave e miniere, oriunda «de partibus Carinthie», usava esiliare i suoi oppositori politici in zone fidate di tradizione tedesca, come Bolzano e Bressanone [Rolandini Patavini, 1905-1908, pp. 91-92, 105, 141-142] : tutti elementi che danno forza all’ipotesi qui formulata e portano a dimensionare la convinzione di una repentina e ben localizzata apparizione dell’elemento germanico sull'Altopiano al principio del Duecento.

Tanto più che una corretta lettura del citatissimo documento con cui il vescovo Federico Wanga nel 1216 concedeva a Olderico ed Enrico de Posena (o de Pozano o de Bolzano) di insediare sull’altopiano di Folgaria, tra Costa e Centa, venticinque famiglie di «bonos et utiles et prudentes laboratores, qui dictos mansos vel curias pro episcopatu Tridenti et episcopo teneant», non offre in alcun modo la certezza che si tratti - come comunemente si sostiene – senz’altro di “colonî tedeschi” o addirittura “bavaresi”: quelli, appunto, che avrebbero costituito il nucleo germinale della grande sciamata verso l’Alto-piano [Kink, 1852, doc. 132 p. 304; Ferraro, 1981, p. 11; Riedmann, 1982, p. 341 ] .

Evitando di abbordare insolute e forse irrisolvibili questioni relative alle “origini”, con maggior prudenza possiamo ritenere, fonti alla mano, che intorno alla metà del Duecento un adstrato di popolazione di lingua germanica era da tempo presente sulle montagne vicentine, così come su quelle contermini poste sotto l'influenza di una nobiltà ormai chiaramente coordinata intorno al potere vescovile trentino; una popolazione che doveva vivere gomito a gomito, forse nello stesso villaggio, con dei “latini” (caxo mai veneti e no latini o ladini o mejo veneto-longobardi, dove sarisełi finii i 100 miła longobardi migrà 600 ani prima e stansià inte l’ara veneta da Cividal al Garda e łi altretanti goti de sento ani prima ? ) e nel soggiacere con essi a stirpi signorili gravitanti invece su Vicenza e nettamente catturate in un gioco politico essenzialmente “padano” e italico.

A Rotzo ne è un chiaro segno l’esistenza fin dal 1231 di una chiesa: la stessa, verosimilmente, che nel 1250 risulta intitolata, come s’è detto, a Santa Engheltrude: nome assolutamente assente nel quadro delle attestazioni e delle dedicazioni santoriali del Veneto medievale, la cui introduzione sull’Altopiano si può tranquillamente attribuire a influenze nordiche [D’Haenens, 1965, p. 288, alla voce; ACVI, perg. S 3].
Così come ci sembra possibile coglierne qualche indizio nella toponomastica, sostanzialmente ancora contrassegnata da retaggi preromani ??? (reto-veneto-celti) e romanzi (non łi existe łi romanxi).

Fra le varie contrade dello stesso paese di Rotzo registrate da un rogito del 1294 [ACVPD, Libri feudorum, III, f. 191 r], ad esempio, ne compaiono alcune nettamente rapportabili al sostrato romanzo (Albaredum, Costa, Runchi; tuti nomi veneti no latini o romanxi), altre ancora di dubbia attribuzione, vuoi perché di etimo non chiaro (Rama: da “ramo” o da ramni, “corvo” nel cosiddetto linguaggio cimbro?); vuoi perché viziate dal sospetto di un “travestimento” latinizzante del notaio (Mediasilva per un possibile Mittewald o Mitteballe, secondo la parlata locale = Mexaselva ?); vuoi ancora perché più facilmente ascrivibili ad apporti germanici di più antica data o entrati nell’uso corrente in tutta l’Italia centrosettentrionale (Burgus de Rido, Furigualdum) [cfr. Pellegrini, 1991, pp. 279-294; Schmeller, 1855, p. 221; Krantzmayer, 1985, pp. 128, 208; Bacher, 1985, p. 356; cfr. anche Budarzo, Rapelli, 1982, p. 63] .
Ma si ha anche un Maratalle (oggi indebitamente italianizzato in “val Martello”), dove il concreto contesto ambientale (si tratta di una vallis), oltre che la grafia in cui è reso il toponimo, sembrano chiaramente rinviare al primo fra i nomi germanici documentati sull’Alto-piano della ricca famiglia di composti con il suffisso -tal conosciuti in epoca moderna (Sbarbatal, Paghtal, Pruntal, Lovental ecc.) [Benetti, 1988, p. 19; Krantzmayer, 1985, pp. 204, 208 e 1981, p. 75].

Alla fine del Trecento, sebbene nella toponomastica locale le componenti romanza e preromanza risultino ancora largamente predominanti (buxiari, buxiari e gnoranti!!!) [ACVPD, Feudorum, X, f. 49f], sicuri indizi di una colonizzazione in atto da parte dell’elemento etnico-linguistico tedesco si rinvengono in attestazioni quali Tragaloita (da confrontare con Torgolaita, Troghelaita e i vari Longalaita, Siselaita, Garlaita note più tardi a Lusiana, costruite su Laita, “erta”, “pendio”), Pauholcii (originata in composizione con Halse, “Colle”, “collina” o più probabilmente Holz, “legno”) e forse Stonelle (diminutivo da collegare a Ston, Stoan, "sasso", “pietra”).
L’onomastica, dal canto suo, suggerisce pure - e non solo per Rotzo, ma anche per Roana, Gallio, Enego – l'impressione di mutamenti in atto nel senso indicato.

La pratica delle fonti medievali latine obbliga anche qui a grande cautela, trattandosi di attestazioni giunteci spesso "corrette" e deformate per la mediazione dotta del linguaggio notarile (in latino e in un latino già in parte germanizzato dagli egemonici stanziamenti goto-longobardo-franchi dei 5/6 secoli precedenti; l’influenza etnolinguistica più inportante fu quella longobarda).
Ad esempio, nello stesso paese di Rotzo si può abbastanza tranquillamente ritenere di tradizione “tedesca” un nucleo il cui capofamiglia, Bernardo Zoto, ha tre figli di nome Trentino, Gotscalco e Olderico detto “Irtile”, dove quest’ultimo appellativo è chiara forma diminutiva di Hirt(e), cioè “pastore”, e invece romanza un’altra detta nel 1250 “de Scorlacapite” (ma coałe romanxa axeni?).

Ma, per fare un altro esempio, è difficile stabilire se quel Martellus de Enico ricordato nel 1261 non sia una semplice traslitterazione dal tedesco di voci del tipo Amerlotus, documentata come soprannome a Rotzo nello stesso secolo, dove si è forse di fronte a un Hammerle, “martello”, “martelletto”, arricchito dal suffisso -otus, caratteristico delle parlate venete e in particolare delle aree marosticana e bassanese [Bortolami, 1990, p. 13; ACVPD, Feudorum, X, f. 49f; cfr. Schmeller, 18 5 5, p. 192; Krantzmayer, 198 5, p. 84] .

In ogni caso, un esame sistematico dello stock dei nomi personali portati nel Duecento dagli abitanti dell’Altopiano sulla base inoppugnabile della documentazione superstite rivela fatti di estremo interesse [Pellegrini,1981, p. 24; Bourin, l 989-1992] .
Vi si trovano infatti, com’è ovvio, forme (in latino) del diffuso repertorio giudeo-cristiano come Petrus, Iohannes, Simeon, Jacobus, Adam, Nicolaus, Daniel, Dominicus.
Tra quelle di origine germanica, alcune - Albertus, Federicus, Henricus, Otto, Warnerius, Aldigerius, Litaldus, Aldericus, Beraldus, e soprattutto i più diffusi Oldericus e Conradus, ad esempio - appaiono abbastanza usuali anche in zone da sempre romanze (par forsa łe jera uxuałi, łe jera jermanego goto-longobarde, ma coale romanxe ??? buxiari) e non consentono di inferire alcunché ai fini di una possibile individuazione di discriminanti etnolinguistiche [Folena, 1990, pp. 175-210; Rippe, 1986, pp. 9-16; Pellegrini, 1981, pp. 8-9] ( Folena ignoranton, come mai te ti si dexmentegà i jermano goto-longobardo-franki in vanti de łi todeski, lo feto posta).


Al massimo si può arrivare a riconoscere il riverbero di consuetudini onomastiche nobiliari locali (Rico, ad esempio, che è nome caratteristico della schiatta dei signori di Caldonazzo;
Ecellus e Adelleita, tipici del casato dei Da Romano, ma ampiamente diffusi presso i ceti aristocratici di tutta la bassa Germania e del Tirolo; Oldericus e Conradus, ricorrenti nelle famiglie dei Da Beseno, dei Da Pergine, dei Da Peóla) o pallidi indizi di tradizioni longobarde mai spente (ad esempio nel femminile Almengarda, presente a Roana nel 1263).

Ciò che colpisce, però, è che nel gran serbatoio di nomi di marca germanica ne sono testimoniati in misura crescente parecchi pressoché assenti nel Veneto del tempo, ivi compreso il vicino pedemonte marosticano; nomi che riflettono piuttosto orientamenti propri all'epoca soprattutto dell’ambito trentino-tirolese e bassotedesco, e che possono pertanto diventare spie di un’assai probabile origine “germanica” della popolazione che li porta, come: Hengelmarius, Henverardus, Hengelpretus, Gualtritus, Gualdemannus, Alberius, Guischerius, Rodegerius, Menegoldus, Gunterius, Gervinus, Bernardus, e fra i femminili, accanto ai più comuni Gisla, Gisa, ad esempio l’alquanto raro Manna [Finsterwalder, 1978] .

Accanto ai vari Olderícus, Conradus, Bertholdus, Gothescalcus, che restano tra i più usati, sembrano inoltre aver qui una fortuna sconosciuta in altre zone dell’Italia settentrionale (no ghe jera l’Itałia setentrionałe a kei ani), ad eccezione del Trentino, nomi quali Cristanus o Ianesis, o ancora Ancius e Guncius (forme abbreviate e familiari rispettivamente di Heinricus e Cuonradus, diffusissimi nella Germania medievale come Hinz una Kunz) .

E, guarda caso, si tratta di preferenze che - mancando ancora un vero e proprio sistema fisso di cognomi [ASPO, Notarile, 2787, f. 386r; ASPO, Corona, 2242, f. 180v; in generale cfr. Rapelli, 1980 e 1983, pp. 49-56] - si possono universalmente riscontrare nel basso medioevo in tutta la frastagliata area di montagne trentine, veronesi e naturalmente vicentine (ad esempio a Posina, Enna, Torre Belvicino, Selva di Trissino, Recoaro, Monte di Magrè ecc.) in cui si consolidarono minoranze alloglotte tedesche [Ranzolin, 1987, pp. 16, 20; Filippi, 1983, pp. 47-55 e soprattutto Mantese, 1954; cfr. Santifaller,1948, doc. 9 p. l3; ASPO, Corona, 2242, ff. 82v, 199y; ACVPD, Feudorum, X, f. 49f] .

In breve, si ha la sensazione di avere a che fare con uno specifico "sistema" onomastico tendenzialmente ibridato in senso “alpino-germanico”.
Sebbene esso non appaia ancora perfettamente rodato e mostri di convivere con altri usi più tradizionali in loco (si pensi alla compresenza di forme anche molto particolari quali Abrianus, Uivianus, Benevenutus, Pandinus, Guerreta, per nulla ignote ai piedi dell’Altopiano), ci pare che si confermi in linea di massima un’impressione: l’Endeutschung delle montagne vicentine, cioè, iniziata forse in sordina da qualche secolo in un clima di accelerata mobilità orizzontale da nord a sud in tutto l'arco alpino orientale, era ancora in fieri, anche se aveva fatto notevoli progressi. Lungi dal coprire uniformemente il territorio, per il momento essa si sfrangiava, sull’Altopiano e perfino a sud di esso, al contatto con culture e gruppi umani diversi ma non separati più in ragione di una comune pratica di vita montanara che di una omogenea organizzazione politico-amministrativa o religiosa.

D'altra parte lo sappiamo: nell’avanzato Duecento sull’Altopiano arrivavano personaggi come «Petrus Guarnerii qui fuit de Ultimo» (anche dal Tirolo meridionale, dunque, se, come supponiamo, si tratta della val d’Ultimo laterale della Venosta i cui conti erano sicuramente in rapporto D’amicizia coi Da Romano), venendo a contatto a Gallio coi contadini-montanari insediati nei mansi del monastero di San Felice [ASVI, San Felice, 529, perg. del 15 marzo 1270, da confrontare con 1'Henricus de Prexanore (= Bressanone, non bene inteso dall’autore) in Cipolla, 1882, p. 65; cfr. Rogger, 1979, p. 161 ] .

Famiglie di Roana che si possono pure ritenere di etnia tedesca nel 1263 avevano terre anche a Carrè e vi maritavano le loro donne [ASVI, San Tomaso, 2595, perg. del 19 agosto 1270].
Soggetti appartenenti con tutta probabilità allo stesso gruppo nazionale, come Waldemannus de Casteleto o Conradus Thodescus, sono citati fin dal 1250 con numerosi altri “latini” (???veneti e no latini) tra i coltivatori delle colline di. Breganze, dove erano stati forse dirottati dai loro signori per esigenze di funzionalità interne al grosso complesso fondiario amministrato [ACNI, Pergamene, I, perg. 71; II, 83].

D’altra parte va ribadito che valligiani di Cismon come Pietro di Martinello o Trento di Negro, verosimilmente italofoni (venetofoni e no italiofoni, axeni ca no si altro), all’epoca salivano e scendevano quotidianamente gli erti sentieri che portavano ai loro prati e ai loro “ronchi” di Enego e che ancora alla metà del Trecento in questo paese, come in quelli vicini di Gallio e Foza, la popolazione "latinà" (ma coale latina buxiari!) sembra fosse nettamente prevalente [Carlotto, Varanini, 2006, pp. 240-244; vedi BCB, Torre, b. 605, fase. 13, del 1351, e 19, del 1365] (falsi e buxiari!!! coałi latini, ladri de veretà).

I casolari fumiganti e i viottoli sassosi annegati nel gran verde dell’Altopiano non erano del tutto ignoti neppure a gente più lontana, se, come c’informano alcuni documenti del primo Duecento, a Solagna o a Bassano si faceva quotidiano mercato di lana o di «lignamen de circulis et de tocco et ligna de laborerio [...] et ligna magna et trabes» prelevati quasi certamente nelle nostre montagne [Scarmoncin, 1986, doc. 43 p. 105, del 1222; 224 p. 229, del 1238] e se ancora per tutta la prima metà del Trecento vi giungevano borghesi di Bassano, nobili di Padova, piccoli castellani di Arsiè per prelevare danaro, formaggi, animali e quanto loro competeva come concessionari dalla cattedrale padovana delle decime ecclesiastiche [ACVPD, Feudorum, VI, f. 192v] .

Una realtà socio ambientale tutto sommato composita (ma ke conpoxita ! buxiari), ancora piuttosto fragile e in via di assestamento, dunque, quella dell’Altopiano sul finire del Duecento: con presenze tedesche frastagliate, diverse per provenienza e dovute verosimilmente a ondate migratorie plurime e tutt’altro che esaurite; certo una realtà lontana da quel compatto e stabile sistema di colonie bavaresi-tirolesi che si continua a voler dare per esistente in questo periodo senza il doveroso riscontro sulle fonti d’archivio (axeno no ghe solkè łe fonti de arkivio, axeno, ghè anca l’arkeołojia e altro 'ncora).

Restano da chiarire meglio come e con quali tempi si fece strada il futuro.
Si dovranno ad esempio ben soppesare svariati elementi di carattere demografico, biologico, mentale (maggior adattabilità al clima e all’ambiente, superiore prolificità, migliore capacità di organizzazione del lavoro collettivo ecc.) per giustificare la costante crescita - se fu tale - dell’elemento tedescofono (no sta ranpegarte intel specio axeno).

Si tratterà di verificare se e fino a che punto tale fenomeno, collegato a quanto sembra a un generale avanzamento dei “teutonici” su tutto il fronte delle Alpi orientali, sia da attribuire agli esiti differenziati e ancora poco noti di fenomeni quali la peste nera del 1348 o non abbia piuttosto relazione con la efficace politica espansionistica dei conti del Tirolo prima e degli Asburgo poi.
Bisognerà meglio capire come si costruì gradualmente l'habitat e si conquistarono le zone interne; con quali ritmi si definirono gli spazi comunitari; quando e da chi furono fondate nuove chiese; quale peso ebbe l’azione pastorale e di acculturazione da parte di un clero nazionale tedesco assai vario per provenienza e mobile entro una sorta di circuito allargato alle molteplici Sprachinseln tedesche delle valli del Fersina, del Posina, degli altopiani di Tonezza e dei Tredici Comuni veronesi [cfr. ACVPD, Diversorum, XI, ff. 33r, 36r, 84v, 85r, 91r, 93v, 94r; XV, ff. 26r, 28r, 33f, 42v, 43r; cfr. Gios,1976, pp. 26-28; Id.,1992, specie alle pp. 7-28] .

Occorrerà ancora stabilire in che misura, una volta eliminato il diaframma di piccoli e grandi potentati feudali circostanti, gli Scaligeri abbiano assecondato le rivendicazioni autonomistiche della nuova umanità che si andava organizzando sull’Alto-piano, sostituendosi con maggior fortuna al comune vicentino e ai suoi accaniti sforzi di imporvi un proprio uniforme ordine amministrativo e politico [cfr. Varanini, 1989, pp. 169; Varanini, 1994] . Ma sono questioni che esulano dai propositi - e soprattutto dai limiti cronologici - di questo contributo.

Bisognerà in ogni caso, nel ricostruire questo passato, guardarsi da proiezioni anacronistiche e tentazioni mitologiche (purpio/proprio cofà coełe romanxe o latine), continuando ad accrescere le fonti a disposizione con ulteriori esplorazioni archivistiche.

Da un mannello di inediti atti notarili rogati nel primo Quattrocento in varie zone dell’Altopiano e provenienti dall’archivio privato dei conti Thiene, possiamo ad esempio apprendere che nemmeno allora l’Altopiano costituiva un mondo “chiuso” (matrimoni sicombinavano ad esempio anche con persone di Thiene, Schio, Altissimo); che il flusso di oriundi da territori tedeschi era ancora perfettamente attivo (ad esempio un tale «Cristano quondam Henrici qui fuit de Alemania et nunc habitat in Axiglago» si può rilevare come testimone in un rogito del 27 dicembre 1418, che fa pendant con un «magistro Henrico sertore quondam Henrici qui fuit de Alemania et nunc habitat in Fara» attestato un anno dopo: i "tedeschi" continuavano a spingersi anche più a sud, dunque); che, ancora, esisteva pure un’emigrazione dall’Altopiano verso sud (ad esempio a Fara, Perlena, Mure, Pozzoleone, Valstagna, Carmignano, e verso la stessa Vicenza); che, come suggeriscono la stessa antroponimia e la toponomastica di quest'angolo di montagne ormai ai confini dello Stato veneziano, la comunità tedescofona era indubbiamente nutrita (inequivocabili sono denominazioni personali quali Gabuchs,
Pernozelle, Polnicle, Corsele, Malfer e attestazioni geografiche del tipo Cober, Liser(e), Sause), ma forse non era maggioritaria (? brao furbo) e nemmeno uniformemente distribuita nelle diverse zone.

Resta il fatto che in quel mondo di masi estesi anche decine di campi (uno ne contava 24), dominati dalla presenza di case «murate, palancate, coperte de scandolis» o «pareate, solerate et scandolate cum ara et orto» sempre fumiganti, costellato di vasti appezzamenti di prato e di fazzoletti di arativo, lussureggiante di boschi, dove dall’incontro e dalla fusione di elementin “latini” (coałi latini axeno, łi jera veneto-longobardi) e e “germanici” già apparivano appellativi destinati ad imporsi (come Scremin, Valente, Gianesini, Bertoldi, Guzzo, Frison, Fincato, Nichele, Fertile, Passuello, Bonato, Cuman, Toldo), in quel mondo - si diceva - nel primo Quattrocento si stava consolidando un reticolo coerente di centri di vita comunitaria, normalmente ancorati ad altrettante chiese [Dal Pozzo, 1820, p. 251; Gios, 1977, p. 151; Id., 1984, specie alle pp. 8-9, 15-16; Id., 1992, pp. 5, 19, 62, 92, 97,100,104,109,113; cfr. ACVPD, Diversorum, XIV, ff. 18v, 82v, 112v, 134r; XV, ff. 2v,115v, 191v].
Nuclei umani padroni di grandi spazi da dividersi e da sfruttare in una linea di crescente autonomia entro il nascente stato territoriale della Serenissima.

Se da tempo esistevano indubbiamente forme associazionistiche collegate allo sfruttamento dello spazio, non va dimenticato che solo fra il Tre e il Quattrocento i comuni di Asiago e di Lusiana cominciano a segnalarsi come entità di rilievo (dei beni comunali di Lusiana, ad esempio - iura communis de Luxiana -, sono ripetutamente menzionati in un atto del 1419 nelle contrade Traversagni e Lemaze) e spuntano altri nuclei intercalari come Gomarolo, Camporovere e Canove; mentre per il Duecento si può parlare di comuni formati solo per Rotzo e, versosimilmente, per Gallio e per Enego [Maccà, 1972, pp. 60-61, 150, 155, 345-346].
Può spiacere. Ma ancora per tutto il medioevo non è dunque il caso di favoleggiare di quella realtà dei Sieben altee Komoinen liberi, federati, rocciosamente "cimbri" e intatti nel loro isolamento e nella loro purezza, che col tempo ha finito per imporsi come un autentico mito (el mito latin e roman ke gà scançełà prima łe jenti reto-euganee-celto-venete da ła tera veneta e daspò anca coełe jermanego goto-longobardo-franke par far posto ai latin-romani ? cosa xeło se non on falbo mito e on prejudisio ideołojego ke condision anca l’autor de sto łivro e daspò ).
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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